«THE FIRST OF THE MICROBE HUNTERS - Stereolab» la recensione di Rockol

Stereolab - THE FIRST OF THE MICROBE HUNTERS - la recensione

Recensione del 12 lug 2000

La recensione

Hanno cominciato dieci anni fa aggrottando le sopracciglia, impegnatissimi a ispirarsi ai Velvet Underground (quelli più viziosi di Nico, che intonava "Sunday morning" e "Femme fatale") e al Kraut Rock. Poi, album dopo album, il londinese Tim Gane e la parigina Laetitia Sadier si sono innamorati dell'easy-riciclo: dallo Space Age Pop distillato dal moog all'Exotica di Martin Denny e Arthur Lyman, passando per gli esperimenti hi-fi degli Anni '50. "The first of the microbe hunters" corona il sogno più grande degli Stereolab: trasformare la Neo Lounge in Arte. E ci sono finalmente riusciti, privilegiando la stessa cifra sonora degli High Llamas e dei Saint Etienne: cioè atmosfere minimali titillate da piccole acrobazie elettroniche. Ma a differenza di queste formazioni, che nel crepuscolarismo si stanno forse adagiando un po' troppo, Tim e Laetitia (coadiuvati da Mary Hansen, Andy Ramsay, Morgane Lhote e Simon Johns) incoraggiano l'effetto sorpresa, la contaminazione, la rivalutazione del caro vecchio technopop: se infatti il brano d'apertura "Outer bongolia" crossoverizza rhythm & blues, yè-yè e reiterazione elettronica, "Intervals" elabora bossanova cibernetica e "Barock-Plastik" innerva un funky vitaminizzato che fa ripensare a Talking Heads e Tom Tom Club. Eppoi ci sono il ghiribizzo "avantgarde" di "I feel the air (of another planet)" che cita Ennio Morricone e la Laurie Anderson di "O Superman" e il vellutato, cinematografico Easy Listening di "Retrograde mirror form". Il tutto, impeccabilmente confezionato, viene messo al servizio del canto diafano/virginale di Laetitia Sadier: che sia davvero lei la Jane Birkin/Françoise Hardy del Ventunesimo Secolo?
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