«TOO MUCH OF EVERYTHING - Liberator» la recensione di Rockol

Liberator - TOO MUCH OF EVERYTHING - la recensione

Recensione del 08 lug 2000

La recensione

Va dato atto ai Liberator di essere estremamente chiari. Hanno intitolato il loro terzo album “troppo di tutto”, e l’ascolto conferma che non si tratta di un semplice modo di dire messo lì per dare un nome al disco. La band svedese infatti ha deciso di esagerare, anche se la rotta principale resta quella dello ska sporcato col punk, strada che gode di ampia popolarità presso il pubblico ma è anche sempre più battuta. Quindi, il rischio di esaurire le idee buone è concreto, anche solo perché alla lunga il pur divertente gioco dei tempi veloci in levare, con i fiati mischiati alle chitarre distorte, può anche stancare. Di qui, la necessità di allargare gli orizzonti. Una storia vecchia, a pensarci bene: basta ricordare cosa è accaduto ai Clash quando hanno scoperto che il mondo non si esauriva negli accordi rabbiosi del punk e si sono guardati intorno con più attenzione. Ne sono usciti nientemeno che “London calling” e “Sandinista”. Nel loro piccolo, i Liberator sembrano presi da una smania simile, e anche se il risultato delle loro fatiche non è destinato a cambiare il corso del rock, è comunque apprezzabile. “Too much of everything” è disomogeneo e non fa sfoggio di particolari colpi di genio, ma ha l’indubbio pregio di farsi ascoltare fino in fondo senza stancare. Ai brani più “anthemici” (come “Rocker’s revolution” o “Louder than words”) è affidato il compito di mantenere il contatto con la platea di pogo, ma la band riesce a cambiare registro con sufficiente disinvoltura, sfoderando pezzi più lenti, momenti in chiave puramente reggae e influenze soul quando non addirittura gospel (“Get yourself together”). Non un capolavoro, ma un disco divertente, che fa pensare a un gruppo pronto a esplodere soprattutto sul palco.
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