Alla loro quarta pubblicazione della loro nuova vita, dopo “Indie City” del 2014, “Head Carrier” del 2016 e “Beneath the Eyrie” del 2019, i Pixies provano a mostrare maturità.
Sembra una cosa assurda da dire, vista la storia, anche clamorosa, della band di Black Francis, ma ascoltando “Doggerel” la prima sensazione che si ha è proprio quella di una band che avendo resistito alla maturità per oltre trentacinque anni, abbia alla fine ceduto all’idea che la ‘gioventù’, per quanto possa considerarsi un fatto mentale e non fisico, è forse finita.
E così il pregio migliore di questo ‘Doggerel’ è proprio nella maturità finalmente affermata da una band che non deve più far finta di essere ‘giovane’, ‘alternativa’, ‘indipendente’, non essendolo più.
Questo non vuole dire che i Pixies del 2022 abbiano ceduto terreno, che abbiano scelto di compromettere la loro attitudine, che siano cambiati o invecchiati, anzi a dire il vero ‘Doggerel’ forse suona più contemporaneo dell’album precedente, proprio perché Black Francis e i suoi compari mostrano maggiore libertà, tranquillità, sembrano fregarsene dei ruoli, dei generi, e accettano anche la ‘normalità’ con maggior leggerezza.
Ci sono tutti i Pixies che abbiamo amato, dunque, nulla è stato abbandonato, ma al tempo stesso c’è maggior consapevolezza, franchezza, immediatezza di quanto non ci fosse nel lavoro precedente. Ci sono canzoni più lunghe e complesse, orchestrate, scritte, ma nulla di artificiale o di prevedibile, in un album che scorre via con grandissima piacevolezza, con grande e nuova energia, con una maturità espressiva che migliora il risultato finale senza dubbio.
La dinamica tra i quattro, Francis, Lovering, Lenchantin e Santiago, è ancora esplosiva, anche quando il suono diventa più pop e immediato, l’energia è canalizzata diversamente e con saggezza e nulla, davvero, sembra fatto per caso nella produzione calibratissima di Tom Dalgety. Un buon album di una band più ‘vecchia’ e più ‘saggia’.