«NYC GHOSTS & FLOWERS - Sonic Youth» la recensione di Rockol

Sonic Youth - NYC GHOSTS & FLOWERS - la recensione

Recensione del 29 giu 2000

La recensione

Il nuovo disco major dei Sonic Youth arriva dopo l’album indie “Goodbye 20th century”, nettamente più oltranzista rispetto alla discografia ‘principale’ del gruppo. Ci si aspettava dunque un ritorno a un formato rock più riconoscibile, visto che le prove immediatamente precedenti parlavano un linguaggio d’avanguardia caro agli ascoltatori più colti (più snob?), ma a cui risultava francamente piuttosto difficile dare retta fino in fondo. In parole povere, i Sonic Youth sono pur sempre i Sonic Youth, però, insomma, che palle. Un’opinione peraltro da non esternare, per evitare di fare la figura degli ignoranti. “Nyc ghosts & flowers” modifica solo in parte la situazione: è più accessibile del lavoro marchiato SYR, ma conferma che la band newyorkese pensa sempre meno in termini di ‘canzone rock’. Il riferimento più evidente è il precedente album Geffen, ”A thousand leaves”, col quale questo ultimo lavoro ha in comune la prevalenza di toni morbidi. Non manca qualche eccezione, come “Renegade princess”, che rappresenta la maggiore concessione al rock, e rimanda ai tempi di “Goo” o “Dirty”. Per il resto, tutto è giocato sulle tessiture chitarristiche spesso dissonanti tanto care a Thurston Moore e Lee Ranaldo, con la sorpresa finale della tromba di “Lightnin’”. Ci si ritrova così con un album sicuramente interessante, che mostra una band che ha ancora voglia di tentare nuove strade senza rinunciare alla caratteristiche che ne hanno reso celebre lo stile. Certo, non è un ascolto particolarmente facile, ma i Sonic Youth non hanno mai concesso molto in questo senso, neanche nei loro dischi dall’impatto più immediato (si fa per dire). E poi, riuscire a rimanere vitali dopo quasi vent’anni di carriera, è un’impresa che riesce davvero a pochi.
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