«AUDIO GODIMENTO - Artisti Vari» la recensione di Rockol

Artisti Vari - AUDIO GODIMENTO - la recensione

Recensione del 18 giu 2000

La recensione

Ovvero, come NON si compila un Cd di canzoni umoristiche. Peccato: un’occasione perduta.

La compilation di canzoni comiche è un genere discografico che ha conosciuto qualche fortuna a cavallo fra gli anni Settanta e gli anni Ottanta. Non se ne avvertiva particolare nostalgia, per il vero; né la selezione proposta in questo Cd appare così strepitosa da giustificarne la segnalazione in questo spazio. Le intenzioni di chi l’ha compilato si direbbero essere state le seguenti:
1 - sfruttare il momento di notorietà dei Fichi d’India (il titolo completo del disco è “I Fichi d’India presentano: Audio Godimento”);
2 - ripescare dal repertorio aziendale qualche titolo genericamente definibile “umoristico”;
3 - raccattare in giro qualche altro pezzo del genere, possibilmente a basso prezzo, fino a raggiungere un decoroso numero di brani;
4 - organizzare una campagna di spot pubblicitari in Tv, ripagandola con il Ticket Tv (che tanto lo paga il cliente).
“Audio Godimento” non pare aver centrato l’obbiettivo: la popolarità dei Fichi d’India è in caduta verticale, dopo un Sanremo-autogol; la scelta dei brani appare casuale, irrazionale, disorganica e disomogenea; e l’ascolto del disco raramente strappa sorrisi, men che meno risate. Con due sole eccezioni, infatti - della quale diremo poi - le 14 tracce dell’album sono fiacche, o fuori tema, o fuori tempo. Le due dei Fichi d’India non potevano non essere che la citazione dei due (soli) tormentoni azzeccati del duo; il ripescaggio del “Pippero” di Elio e le Storie Tese - sulla copertina e sul libretto è scritto proprio così, con due sole “p”, dunque sbagliato: l’originale aveva tre “p” - è tardivo; le quattro “canzoni-bonsai” di Enzo Iacchetti sono poco più che barzellette canticchiate, e l’ultima, “Faccia di me”, è anche inutilmente volgare; “Angelo” di Paolo Rossi non è uno degli episodi degni di nota dell’attività dell’attore, che qui riprende un brano dello chansonnier comico triestino Cecchelin facendo rimpiangere l’originale; “Una per tutti” di Platinette è gradevolissima, ma non si capisce perché la si debba considerare una canzone “da ridere”; come “L’Armando” di Enzo Jannacci, ottimo esempio di come il cantautore milanese sappia raccontare storie drammatiche con una vena teatral-grottesca personalissima, ma, ancora una volta, non c’è granché da ridere; “Zan zan le belle rane” di Massimo Boldi (roba di 23 anni fa!) farebbe ridere se si potesse vedere la faccia di Cipollino, ma l’audio da solo non è sufficiente, anzi è quasi controproducente. E “I feel good (Patagaio asadò)” di Aldo, Giovanni e Giacomo è un pezzo di cabaret, più che una versione stile Leone di Lernia del classico di James Brown.
Però, dicevo, due titoli meritano di non essere messi nel mucchio. Uno è “Cesarini” di Cochi e Renato: scritta con Gian Pieretti e Ricky Gianco, è una grande canzone di per sé, pervasa di quella malinconia surreale e dolceamara che è la migliore cifra stilistica della coppia: l’andamento bandistico solletica la nostalgia, e il testo è una sincera confessione maschile dell’incapacità di amare. Davvero una delle migliori canzoni italiane degli ultimi anni.
L’altro titolo è “Rapput”. Pochi la ricorderanno: uscì nel 1991, quando Claudio Bisio ancora non godeva di notorietà televisiva, ed è una singolare esercitazione sulla formula del “talking” firmata da Sergio Conforti (Elio e le Storie Tese). All’epoca ebbe un significativo successo, e ne fu allestita anche una versione remix; il testo è una divertentissima, virulenta denuncia spudoratamente maschilista dei luoghi comuni sulle vacanze.
Però, non bastano due titoli a salvare un intero Cd. Ora, nonostante sia cosa notoria che in Italia i “novelty records” non hanno mai avuto molta fortuna, e che non sarà stato facile mettere insieme questo mazzetto di brani (anche se, forse, con un po’ più di attenzione e di conoscenza del repertorio si sarebbe potuto fare di meglio): ma non l’avrà ordinato il medico di mettere insieme un Cd - di soli 38 minuti! - senza che il suo contenuto ne giustificasse l’esistenza.
E allora, perché tanto spazio a un Cd che non vi consiglieremmo? Mah, principalmente per permettersi una riflessione sulla colpevole leggerezza con la quale a volte si confezionano i dischi. E anche perché, essendo chi scrive un grande appassionato di canzoni “leggere”, viene da considerare questa una bella occasione perduta. Peccato.
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