«HAGNESTA HILL - Kent» la recensione di Rockol

Kent - HAGNESTA HILL - la recensione

Recensione del 30 giu 2000

La recensione

Dopo il verde smorto di "Isola", che aveva incuriosito qualcuno anche qui in Italia, il quintetto svedese propone l'azzurro gelido di "Hagnesta Hill", luogo desolato assai - stando almeno alle foto del booklet. Per fortuna, dalla musica promana un pochino di calore in più; ma è inutile nascondere che quanto ad allegria e slancio vitale, Joakim Berg e soci giocano nello stesso campionato dei Radiohead (vedi "Stop me June", probabilmente il pezzo-cardine del disco). Gli ingredienti principali sono voci e chitarre dolenti, che sovrastano un basso e una batteria che più che trainare si fanno trascinare da arpeggi e accordi. Le cadenze più sostenute del rock sembrano messe al bando, salvo fare timidamente capolino in brani come “Revolt III” che comunque sembrano recuperati dal cassetto dei Joy Division. Quando hanno bisogno di deviare dalla ballata, i Kent sembrano più a loro agio col funky e con la disco-music (proprio quella anni '70, ascoltabile nella accattivante "Music non stop" o in "Heavenly junkies"). Rispetto a "Isola", sicuramente i brani sono più ambiziosi ed elaborati; è evidente poi che il gruppo sta acquistando in sicurezza, confortato dalla fedeltà dei fans svedesi e non solo. I Kent sanno bene dove vogliono arrivare, e stanno arrivando a definire la loro idea di musica con pazienza e dedizione. Per ora, il chitarrista Sami Sirvio raggiunge il cuore e l’immaginazione più facilmente di quanto non facciano i discontinui testi di Berg, che solo ogni tanto sembra ispirato dal nume di Kurt Cobain (“Le tue labbra hanno il sapore dei soldi”).Certo, visto il successo di questo genere, viene quasi da preoccuparsi per una generazione che nella musica cerca un cuscino di sconfinata, irrimediabile malinconia, tanto da ammettere: “Sono stato chiamato un codardo più di una volta. Fa così male sapere che è la verità”. E diamoci una scossa, che diamine.
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