NEWS   |   Industria / 25/03/2009

The Italian Job: a Londra, finalmente, la nuova musica 'made in Italy'

The Italian Job: a Londra, finalmente, la nuova musica 'made in Italy'
Fino a qualche anno fa le uniche musiche made in Italy con diritto di cittadinanza a Londra erano la house dei Black Box, la trance/dream di Robert Miles, la pop-dance di Whigfield (danese, ma di produzione italiana). Ultimamente però qualcosa è cambiato: al Dingwalls, al Forum e al Koko, i locali più trendy di Camden Town e della capitale, l’anno scorso si sono esibiti Vinicio Capossela e Ligabue, i Negramaro e Franco Battiato. Seguivano la strada aperta nel 2007 da “The Italian job”, una due giorni che prendeva a prestito il titolo del film datato 1969 con Michael Caine (un cult assoluto, in Inghilterra) per portare oltre Manica la indie music di Casino Royale, Hormonauts e Tre Allegri Ragazzi Morti: artisti legati alla scuderia Virus Concerti di Attilio Perissinotti, che di questo “ufficio export” della musica italiana a Londra è il deus ex machina. Il primo bilancio è incoraggiante: “I concerti sono andati bene”, racconta Attilio a Rockol. “Il pubblico, non solo di nazionalità italiana, è accorso numeroso. Giornalisti, media e discografici locali sono venuti a curiosare. Gli artisti sono tornati a casa soddisfatti e con un bagaglio di esperienza in più”. Cosicché Perissinotti ha deciso di fare sul serio, fondando con Paolo Pavanello e Pietro Camonchia di Metatron un’agenzia, TIJ Events (dove TIJ sta, appunto, per “The Italian job”), che opera a Londra con la missione di promuovere e portare nella capitale europea del music business le migliori espressioni della nuova musica italiana di ambito pop e rock. Da questa settimana i concerti ripartono con un’esibizione dei Marlene Kuntz il 26 marzo al Dingwalls e di Giovanni Allevi il giorno dopo alla Union Chapel, mentre il 4 maggio Francesco De Gregori sarà al Koko Club e il 25 maggio Ligabue tornerà a suonare al Forum nel contesto di un mini tour europeo che tocca anche Parigi, Barcellona e Amsterdam. Nel cartellone spicca anche il nome di Roberto Benigni, che il 5 aprile porta al Drury Lane Theatre il suo “Tuttodante”: il raggio d’azione di TIJ Events, infatti, non si limita allo stretto ambito musicale ma vuole abbracciare tutta la cultura e l’ “Italian style”. “Oltre ad organizzare direttamente concerti di artisti italiani in città”, spiega Perissinotti, “vogliamo fornire un servizio a chi viene qui ad esibirsi: mettendo a disposizione di terzi il nostro ufficio stampa e comunicazione, prendendo accordi con distributori locali per assicurare la presenza dei dischi nei negozi”.
Non è vero, dunque, che l’Inghilterra è una terra off limits per i nostri cantanti e musicisti? “Non più, dal ’95 in poi anche qui si sono aperte le frontiere. Con gli Air, Manu Chao o certi gruppi metal scandinavi la musica europea ha trovato un mercato e un bacino di utenza. Non che sia un compito facile, portare a Londra la musica italiana: i promoter locali per ora stanno sulle loro, la stampa specializzata – salvo rare eccezioni – rimane diffidente. Però capitano anche delle belle sorprese: al concerto dei Modena City Ramblers per esempio c’erano molti stranieri, forse perché in sede di presentazione dello spettacolo i giornali hanno ricordato che il loro ultimo disco è stato realizzato in collaborazione con Terry Woods dei Pogues. Per Allevi, ovviamente, qui è più facile che per Ligabue, non c’è l’ostacolo della lingua. Sono convinto che uno come Giovanni (premiato come simbolo dell’italianità dagli organizzatori di La dolce vita, fiera dedicata all’Italian Style in scena all’Olympia tra il 26 e il 29 marzo) qui possa trovare un suo mercato, anche discografico. Lo stesso per Vinicio Capossela e per i Modena, forse anche per i Subsonica e i Sud Sound System”. Eppure l’idea è nata quasi per caso. “Alla due giorni che organizzammo nell’ottobre del 2007 al Barfly, un locale da 200 persone, facemmo il tutto esaurito. Tanti ragazzi italiani residenti a Londra mi avvicinarono dichiarandosi entusiasti di poter finalmente vedere anche qui qualche nostro artista. Tornato in Italia, ricevetti una telefonata dall’agenzia di Capossela che aveva in programma un tour europeo ma non aveva trovato ingaggi in Inghilterra. Chiamai il Dingwalls di Camden e ci mettemmo d’accordo. Nel mentre si fece vivo anche l’entourage di Ligabue e organizzammo una data per lui al Forum. Da quel momento hanno cominciato a cercarci in tanti: non lavoriamo con tutti, selezioniamo gli artisti con cui crediamo sia possibile gettare le basi per un progetto a lungo termine. In anni di contatti e frequentazioni londinesi mi sono fatto una certa esperienza, e questo ovviamente aiuta nel lavoro. Al di là delle opportunità concrete che possono nascere, per un artista italiano è utile e interssante confrontarsi con una realtà diversa come quella inglese. Se vieni a suonare a Londra non puoi portarti dietro il tuo impianto, devi arrangiarti con quello che è in dotazione al locale. E’ un altro modo di lavorare, ci si confronta con dimensioni e strutture diverse. Un’esperienza, in fin dei conti, salutare per tutti”. Avanti i prossimi.