Renato Zero, ecco 'Presente': 'Incito i giovani a non mollare'

Renato Zero, ecco 'Presente': 'Incito i giovani a non mollare'
Incita i ventenni all’azione e alla speranza, culla i suoi sogni di infanzia, bacchetta i professori che non sono bravi maestri di vita, ci ricorda che lui è “in pista dai Settanta”, tra Lennon, Bob Dylan e Sting, il vinile e l’mp3. Confessa addirittura una insospettabile voglia di scendere in piazza, “a fargli un culo così” a quelli che stanno rintanati nei palazzi del potere fregandosene dei problemi quotidiani della gente. E’ il Renato Zero saggio e incazzato della maturità, presente all'appello, che alla neoconquistata indipendenza assoluta (vedi News) risponde con un disco denso, lungo, sfaccettato, molto curato nei suoni e nella confezione. “Presente”, nei negozi da venerdì 20 marzo con 170 mila copie distribuite solo in prenotazione (secondo i dati diffusi dall’ufficio stampa) sembra quasi una reazione meditata, un atto di difesa a spada tratta nei confronti della musica “debole e ferita a morte” di cui Zero canta in “Giù le mani dalla musica”. “Siamo al tracollo, purtroppo”, spiega a Rockol. “Oggi molti musicisti non hanno neanche i soldi per comprarsi un pedale per la chitarra o un rullante nuovo, altro che appartamento in centro. La musica, io credo, ha ancora molto da dire. Ma forse l’abbiamo affidata alle persone sbagliate, consegnata in mani inopportune. Pensa a come dagli anni Novanta la discografia ha dilapidato il nostro patrimonio musicale a suon di raccolte e greatest hits: è stata una vera razzia, una cosa che offende. Ho sentito un bisogno quasi fisiologico di fare da me, anche se nella mia decisione ha certamente giocato un certo atteggiamento da parte dei discografici. E allora ognuno per la sua strada, senza rammarico e con la consapevolezza che la conquista della libertà passa anche da lì”. La musica è malata? “No, oggi vedo tanti ragazzini che hanno voglia di riscoprire i Pink Floyd, i Chicago, i Blood Sweat and Tears…. Gli interessa sapere da dove veniamo, ed è un interesse che nasce spontaneamente: è malata, la musica, solo perché i dottori non sanno prescrivere i farmaci giusti”.
Anticipato da un singolo pop rock come “Ancora qui” per cui Alessandro D’Alatri ha confezionato un videoclip popolato di celebri comparse (Manuela Arcuri, Asia Argento, Paola Cortellesi, Massimo Ghini, Leo Gullotta, Alessandro Haber, Giorgio Panariello e altri ancora), “Presente” suona come un viaggio musicale e introspettivo, tra la campanella di fine lezione di “Professore” e la delicata “cantastrocca” di Brunialti e Colonnello (“Dormono tutti”) che chiude il disco. “A scuola”, ricorda Renato, “mi inquadrarono subito facendomi capire che lì non c’era posto per me. Ma io sono la dimostrazione vivente che anche se le istituzioni scolastiche ti chiudono la porta in faccia puoi imparare lo stesso a stare in piedi. Mi piacerebbe incontrarli di nuovi, i miei vecchi maestri: non hanno il coraggio di farsi vivi! Perché ho scelto una filastrocca come pezzo finale? Perché riappropriarsi dell’infanzia, quando si è adulti, è fondamentale. Oggi che il mondo non offre più garanzie, chi vuole un luna park in cui sognare se lo deve costruire da sé. E la leggerezza dell’infanzia, la capacità d giocare, la poetica dell’abbandono ti permettono di dialogare con tutti, anche con gli anziani. Serve più quello, che avere quattro lauree”. E’ un tema centrale del disco, il dialogo tra generazioni, l’“incontro” (titolo di un altro brano) tra giovani e adulti. “Così riesco ad accettare le rughe sul volto, il fatto che i fan non vengono più sotto casa per invitarmi a far notte con loro. E’ importante non perdere l’occasione di ascoltare quello che un ragazzo di vent’anni ha da dire. C’è sempre qualcuno, vicino a te, che chiede di essere accompagnato da qualche parte. Che vuole sentirsi raccontare una favola, recitare una poesia. E’ questo che ci tiene vivi”. Ma la voglia di scendere in piazza, quella no, non ce la saremmo aspettata… “Per anni è stato un mio tabù. Non possedevo una tessera e la mia trincea erano piuttosto il Baccarà di Lugo di Romagna, l’Altro Mondo di Rimini. La mia sfrontatezza e i miei costumi di scena. Oggi mi sembra che sia arrivato il momento di tornare a frequentarla, la piazza. I sindacati arrancano, non è più ora di delegare, per ottenere una risposta rapida il messaggio bisogna portarlo direttamente a chi di dovere. Che dovrei fare, calarmi un panama in testa e andarmene ai Caraibi? Non posso mettere a riposo la mia energia, un entusiamo e una creatività che credo ancora di possedere. Per questo incito i ragazzi a muoversi: lo faccio io che di anni ne ho 58, perché non dovrebbe farlo un ventenne? Ho imparato col tempo che se vuoi qualcosa con tutte le tue forze alla fine lo ottieni”. Diavolo di un ottimista, Renato. Che però, in pezzi come “Il sole che non vedi”, non rinuncia a uno sguardo malinconico sul mondo: “Quella canzone è la sintesi di tutto quanto vedo e ascolto in giro, i rumori e i silenzi. La vita ci mette tutto a disposizione ma siamo così stupidi da sciupare le opportunità. Andiamo sulla Luna e un attimo dopo bruciamo Kabul. Dobbiamo guardare l’orizzonte, invece di chinare il capo e mettere a tacere le nostre aspirazioni”.
Vive anche di incontri e variazioni musicali, “Presente”: tra le orchestrazioni classiche del Maestro Renato Serio e la chitarra rock di Phil Palmer, i fiati jazz di Fabrizio Bosso e Stefano Di Battista e il vocione soul di Mario Biondi, coprotagonista di “Non smetterei più”. “Sì, è un disco molto ben frequentato. In ‘’Dormono tutti’ e ‘Vivi tu’ Danilo Madonia, pianista e arrangiatore, ha dato una prova d’autore magistrale. Persino un autorevole personaggio che arriva dalla musica classica non si è accorto che si tratta di un’orchestra campionata…‘Vivi tu’ è una serenata che ho dedicato alla mia prima fan. Stavolta sono io che entro in casa sua per vedere come vive, se ha avuto dei figli e si è fatta una famiglia”. E Biondi? “Mario è una persona generosa, come cantante e come artista. E la generosità è ciò che consegna gli artisti alla storia: pensa a Totò, ad Anna Magnani. Per fare questo lavoro bisogna fare continuamente rinunce: dire di no alle Seychelles e farsi il mazzo al Tiburtino Terzo davanti a una tastiera anche se è il mese di agosto. Biondi ha una famiglia numerosa, sei figli: alla faccia dell’artista asessuato e sconfitto dalla vita, triste e con una P38 nel cassetto. Guadagnare un po’ di serenità non è un male, neanche per il tuo pubblico. Pensa a Lauzi, a come è stato capace di modificarsi nell’approccio scrivendo ad esempio per i bambini, esercitando l’autoironia. Questo lo ha reso ancora più grande. Di Biondi trovo meravigliosa la capacità di far convivere la passione musicale con i suoi impegni di marito e di padre. Da single quale sono, lo invidio un po’ ”. L’ironia è un’arma che Zero frequenta da sempre: ritorna, qui, in titoli come “L’ormonauta” e “Spera o spara”, scritta con Mariella Nava e arrangiata a ritmo di ska. “Quando si parla di ironia mi viene in mente Rino Gaetano. Eravamo amici, ricordo i nostri aperitivi al bar, gli incontri con gli amici a Piazza Navona. Era un ragazzo molto tormentato, ma nonostante quel rodimento interiore riusciva sempre a mostrarsi sorridente. Non me lo ricordo un giorno col broncio, incavolato o non disponibile. La sua morte per me è stato un grande choc. ‘Spera e spara’ è un gioco, ma riflette anche un certo disorientamento, una certa incazzatura per come oggi siamo sballottati dai meccanismi di persuasione occulta che usano anche i politici per ottenere consenso. Ascoltato il pezzo, ho chiesto a Mariella se per caso aveva intenzione di farmi fare una passeggiata negli anni Settanta… Ma come, mi ha risposto, t’ho sempre dato pezzi drammatici e disperati come ‘Spalle al muro’ e oggi che ti porto una cosetta da ridere non ti va bene? E invece mi va bene sì, in un disco che racconta come sono oggi perché rinunciare a un colore che ben si intona con tutti gli altri?”. Zero vecchio stampo, come ai tempi de “Il triangolo”: senza cerone tutine e lustrini, però. “Li ho sempre usati per condire la pietanza, i costumi, per regalare una cornice spettacolare al mio repertorio. Non è che ho solo e sempre tratto vantaggio, da quella mise en scene. L’ho già raccontato: a causa del mio modo di vestire montavo spontaneamente sul cellulare e i poliziotti mi portavano al commissariato dove lavorarava mio padre. Il mio modo di essere sul palcoscenico deriva dalle esperienze che ho fatto: gli incontri con Don Lurio e Franco Estil, con Fellini e Comencini. Gli spettacoli al Teatro Stabile di Genova e tutto il resto”. Ci sarà modo di verificarlo, ancora una volta, col nuovo tour nei palasport che parte il 16 ottobre da Acireale e che arriva l’11 dicembre a Milano passando per Barletta, Caserta, Firenze, Bologna, Ancona, Roma (il 13 novembre) , Eboli, Genova, Torino e Padova. Il primo approdo in una “montagna di programmi” che gli frullano per la testa. Fonopoli inclusa, sempre e comunque: “Ho ripreso in mano il progetto, ancora una volta. Stavolta con la benedizione del presidente del Senato. E’ una persona in cui ripongo molta fiducia e spero che mantenga la promessa”.
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