Tornano i Planet Funk: 'Duriamo nel tempo perché non siamo egocentrici'

Tornano i Planet Funk: 'Duriamo nel tempo perché non siamo egocentrici'
Era il 1999 e “Chase the sun” dei Planet Funk piacque molto agli inglesi, Pete Tong (il guru della dance music) in testa. Niente a che vedere con la italo-house che allora impazzava nelle chart internazionali: con la sua fusione di ritmo da dancefloor, atmosfera onirica e chitarra psichedelica, quel pezzo suonava diverso, difficilmente etichettabile come un prodotto di origine italiana. “Sarà che a diciannove anni io ero andato a vivere in Inghilterra, ma già da allora non ci percepivano come degli stranieri, Oltremanica” ricorda oggi Sergio Della Monica, musicista napoletano che con Gigi Canu, Alex Neri e Marco Baroni fa ancora parte del nucleo storico della band. Riascoltata oggi, nel nuovo e omonimo disco che ripropone i successi del passato accanto a tre brani inediti, “Chase the sun” suona ancora fresca e trascinante. “La componemmo con un’immagine chiara in testa”, spiega Della Monica. “Inseguire il sole, per noi, voleva dire un obiettivo da raggiungere, la volontà di un cambiamento musicale. Nacque spontaneamente, in modo quasi innocente. Capimmo allora che la nostra strada consisteva nella contaminazione tra i generi. La musica si rigenera solo così, passando di mano in mano”.
Che poi la canzone abbia vissuto diverse vite è un fatto che sorprende persino gli autori. “E già”, se la ride Sergio. “Ho saputo dal mio editore che è diventata la sigla televisiva ufficiale dei campionati di freccette (vedi YouTube.com ). La canta tutto il pubblico in coro, come facevamo noi in Italia con la canzone dei White Stripes alle partite di calcio. Non me lo sarei mai aspettato”.
La voce che si ascolta nei tre inediti di “Planet Funk” è la stessa, inconfondibile, di “Inside all the people” e di “Who said”: appartiene all’inglese Dan Black, in temporanea libera uscita dai suoi The Servant. “Abbiamo registrato con lui approfittando di un periodo in cui era un po’ più tranquillo. Collaboriamo da dieci anni, era naturale riprovarci perché ogni volta che ci incontriamo salta fuori qualcosa di buono”. Il singolo scelto per lanciare l’album, “Lemonade”, ricorda in effetti il suono “classico” del gruppo napoletano-fiorentino. Sarà che risale ai tempi del secondo album, “Illogical consequence” del 2005? “L’avevamo conservata in un cassetto ma poi l’abbiamo riregistrata da capo, parte vocale compresa”, spiega Della Monica. “E’ vero, sta giusto a metà tra il nostro passato e quello che i Planet Funk vorrebbero essere nel futuro. Gli altri due inediti, ‘Paper feathers’ in particolare, spiegano meglio le nostre nuove direzioni. Evidenziano uno sviluppo melodico un po’ più complesso ma anche una ulteriore scarnificazione del suono, una semplificazione della struttura armonica abbinata a una forma di scrittura che per noi è piuttosto nuova. Come sempre, abbiamo suonato strumenti veri: c’è sempre quel suono chitarristico che ormai viene riconosciuto come una nostra caratteristica, l’anima rock accanto all’anima club. Siamo dei battitori liberi, intercambiabili quando si tratta di scrivere una linea melodica. Ma ovviamente nel gruppo c’è sempre chi tira da una parte e chi dall’altra: io sono più incline a usare la chitarra, Alex a manovrare loop e piatti. C’è una sottile frizione, tra noi, che si manifesta a livello inconscio. Ed è proprio quello che ci permette di trovare chiavi di lettura e soluzioni insospettabili. Non ci sono formule preconcette, non ci sono ego ipertrofici nei Planet Funk. C’è massima apertura, magicamente salta sempre fuori qualcosa che piace a tutti noi”. Lo stesso approccio casuale, spontaneo, si è innescò con i Simple Minds, ai tempi di “One step closer” (2003). “Sì, ricordo una session molto ‘psichedelica’, quasi surreale, nel nostro studio di Napoli. Io incrociavo la mia chitarra con quella di Charles Burchill, Jim Kerr intanto cercava di scrivere il testo della canzone. Improvvisamente entrò in studio Alessio Bertallot, e anche lui si tuffò immediatamente nel processo creativo. Ogni volta che io e Alessio ci vediamo finiamo per rievocare quel bellissimo momento. Jim è una persona speciale e molto intelligente, ogni tanto ci sentiamo ancora”. Essere a Posillipo avrà giocato il suo ruolo…. “Poter guardare il mare, scrutare un orizzonte infinito, influenza sicuramente l’ispirazione. Credo che si percepisca, Napoli, nella nostra musica, ma solo in maniera subliminale. Da lì arriva il dna melodico che contribuisce a farci apprezzare nel mondo”. Un gruppo autenticamente glocal, i Planet Funk, che attira le attenzioni delle major: prima la EMI/Virgin, ora la Universal. “Abbiamo cambiato casa discografica perché alla Virgin si è chiuso un ciclo e il nostro contratto era scaduto. In Universal ci troviamo benissimo perché si respira aria di musica”. Sarà che oggi ai vertici ci sono anche due napoletani? “No, è solo un caso. Però li conosco e li apprezzo dai tempi della Flying”. Attenti alle evoluzioni e alle dinamiche del mercato, Della Monica e compagni sono stati i primi in assoluto, pare, a confezionare un brano ad hoc per l’ascolto sui telefoni cellulari, “Stop me”: “Così abbiamo anticipato una tendenza inevitabile, la morte del singolo nei negozi. E’ stato un esperimento, ci hanno offerto la possibilità di farlo e ci siamo detti: perché no? I Planet Funk sono sempre stati un laboratorio, la nostra mentalià indipendente ci ha sempre spinti a esplorare forme diverse di comunicazione. Quando non hai troppo da perdere, diciamo così, te lo puoi permettere. E a volte ci prendi”. E adesso che succede? “Abbiamo scritto altri pezzi, però vogliamo prendercela con calma. Anzi, con filosofia”.
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