NEWS   |   Italia / 05/02/2009

Dio, i Led Zeppelin e Piero Manzoni: tornano gli Skiantos

Dio, i Led Zeppelin e Piero Manzoni: tornano gli Skiantos
Nel 1992, quando incidevano per la RTI di Silvio Berlusconi, gli Skiantos avevano elevato una preghiera al “Signore dei dischi”, chiedendogli un aiutino che garantisse loro, snobbati dalle major discografiche, i mezzi di sussistenza. Oggi che tornano con un nuovo contratto (Estragon Booking, distribuzione Universal) e un disco a prezzo che più “politico” non si può (9,90 euro), si rivolgono addirittura all’Entità Suprema interrogandosi sui massimi sistemi: di qui il titolo dell’album, “Dio ci deve delle spiegazioni”. “L’altra volta non abbiamo avuto risposta”, ci aggiorna Roberto “Freak” Antoni, voce storica della band bolognese, “così oggi abbiamo deciso di alzare il tiro. Il titolo del disco non vuole essere provocatorio, tantomeno blasfemo: è il nostro modo di inserirci nella annosa polemica tra atei e credenti. E’ normale, no?, che gli esseri umani si rivolgano al Creatore per avere lumi su una vita che spesso è faticosa, complicata, piena di problemi. E viene spontaneo chiedergli perché non ci ha fatti nascere con un libretto di istruzioni”. Frustrazione, nevrosi, disagio, schizofrenia non sono temi nuovi per gli Skiantos. Ma mai li avevamo sentiti così seri: che fine ha fatto il rock demenziale? “Mica possiamo continuare a lanciare ortaggi sul pubblico come trentadue anni fa. Non sarebbe neanche più divertente. Affrontiamo temi gravosi, sì, ma sempre con l’arma dell’ironia. La comicità e l’umorismo aiutano a vivere meglio, esorcizzano i drammi della vita. E sono la forma di resistenza estrema nei confronti di una società, quella italiana, che ogni giorno sembra sempre più assurda e paradossale”. A proposito di comicità: non sembravano troppo a loro agio, gli Skiantos, in tv a Colorado Cafè Live: “No, non è vero, ci siamo trovati benissimo. Forse erano lo stress e la tensione della diretta a farci sembrare un po’ impacciati. Sapevamo di avere le telecamere addosso e di dover dare il meglio in pochi minuti. Sapevamo che il nostro ruolo era quello di band ‘residenziale’ incaricata degli stacchetti musicali, stop. Ma ci siamo divertiti, abbiamo stretto amicizie con i nostri colleghi cabarettisti. Con Enrique Balbontin “il savonese”. Con Ramiro Besa e Andrea Appi, il presentatore storico del programma. E con Alberto Patrucco, Dandy ha collaborato al suo disco su Brassens. Io li chiamo colleghi perché mi sento un paroliere, non un cantante. Al massimo, un cantante naif”. “L’ironia è quel che ci ha sempre distinto” interviene l’altra colonna del gruppo, Fabio “Dandy Bestia” Testoni. “Dai cantautori, che – De André e Ciampi a parte – praticano poco il genere. E anche da Elio e le Storie Tese. Sono bravi, ma più che altro raccontano barzellette”.
Chi non dovesse ritrovarsi in questi Skiantos para-buddhisti che predicano “l’ora e adesso” non si spaventi: in “Dio ci deve delle spiegazioni” troverà molto pane per i suoi denti: a partire da “Merda d’artista”, il pezzo più cattivo e urticante del disco che prende spunto dalle celebri provocazioni di Piero Manzoni. “Never mind the bollocks”, e “Mono tono”, non erano anche loro, ai loro tempi, merda d’artista? “Certamente”, risponde “Freak”. “ E’ la solita vecchia contraddizione che Manzoni fece presente già nel ’61, anticipando di molti anni Warhol e la pop art. Tutta l’arte, anche quella ‘contro’, alla fine diventa merce, basta ci sia un bravo manager alle spalle. A quel punto si può vendere di tutto, compresi i propri escrementi”. Vale anche nel pop contemporaneo, no? “Eccome. Basta che siano escrementi orecchiabili, riffettini che durano il tempo di un’estate. Mica sono tutti i Rolling Stones”. Di riff e sfavillanti chitarre rock è pieno zeppo l’intero album, tra un plagio dichiarato di Brian May e un hard blues come “Senza libretto di istruzioni” che sembra uscire dalle session del primo disco dei Led Zeppelin. “In fondo”, annuisce Dandy Bestia, “siamo stati il primo gruppo di rock duro in Italia. E ci siamo divertiti sul serio, stavolta, io e Luca (“Tornado” Testoni, l’altro chitarrista). Il richiamo agli Zeppelin è assolutamente volontario”. “Però ci sono anche pezzi intimisti”, spiega Roberto. “Io amo molto ‘Testa di pazzo’ che considero un autoritratto piuttosto fedele del modo di essere degli Skiantos: compresi solo ‘da soggetti inverosimili e del tutto inattendibili’. E ‘Sensazione magica’, che è un brano molto rilassato”. Non mancano un paio di vecchie canzoni reiette, come il “liscio metal” “Senza vergogna” e “Sono un perdente”, che vecchi produttori e discografici gli avevano consigliato di lasciare per sempre nel cassetto. “E invece le abbiamo tirate fuori, per un senso di sfida”, spiega Fabio. “ ‘Sono un perdente’ è più d’attualità adesso che alla fine degli anni Ottanta, quando andava di moda essere yuppie e vincente. ‘Senza vergogna’, che è un valzer, ci sembrava perfetto per Raul Casadei. Lui, gentilmente, ha declinato l’offerta: in effetti il testo è un po’ duretto. In Italia puoi scherzare su tutto ma non sulla droga”. Loro lo fanno, e scherzano pure (ma fino a un certo punto) sul razzismo che alberga in ognuno di noi (“Il razzista che c’è in me”) e su “Una vita spesa a skivar la fresa”, esilarante inno virtuale di tutti i fankazzisti d’Italia in tempo di disoccupazione e recessione. “Se il lavoro è travaglio, se diventa una galera, meglio schivarlo. La fresa è il simbolo del lavoro forzato, imposto. Quello che non ti realizza ma che, con i tempi che corrono, in tanti sono costretti ad accettare”. Ridendo e scherzando, anche gli Skiantos sono degli indefessi lavoratori. “Di canzoni nuove ne avevamo venti, cinque o sei le metteremo forse in un EP che potremmo pubblicare tra settembre e ottobre”, spiega Dandy Bestia. E c’è un nuovo tour che li attende, nove date nei club tra il 13 febbraio e il 18 aprile passando per Pordenone, Bologna, Foligno, Roma, Trezzo d’Adda, Roncade, Cesena, Catania e Palermo. E pazienza se sul mercato tira aria mefitica di crisi: “I discografici stanno per morire. Ben gli sta, si sono ammazzati da soli. E se nessuno vende più per gli Skiantos, in fondo, resta tutto come prima. Magari va a finire che un disco disco d’oro lo consegnano pure a noi”.
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