Settant'anni di Blue Note: Rockol a colloquio con Michael Cuscuna

Settant'anni di Blue Note: Rockol a colloquio con Michael Cuscuna
La crisi taglia risorse e ridimensiona i programmi. E anche la gloriosa Blue Note di Alfred Lion, Max Margulis e Francis Wolff, che quest’anno celebra i settant’anni di vita, è costretta ad adeguarsi. “I tempi sono cambiati. In occasione del quarantesimo, cinquantesimo e sessantesimo anniversario avevo curato personalmente degli esaustivi cofanetti retrospettivi che ripercorrevano cronologicamente la storia dell’etichetta. Quest’anno invece il box set consisterà in un bundle di 70 brani scaricabili da iTunes”, spiega con una risata un poco imbarazzata Michael Cuscuna, celebre produttore discografico, studioso di jazz e autore di libri che con la casa discografica newyorkese collabora da quasi 35 anni. “Il problema”, spiega, “è che i budget per gli album in vinile e i cd si sono ridotti. Ci saranno eventi speciali e festival negli Stati Uniti e in Europa, per celebrare degnamente il compleanno, e anche un paio di libri: uno verrà pubblicato a luglio dalla tedesca JazzPrezzo e ripercorrerà la storia dell’etichetta attraverso le foto di Wolff e quelle di Jimmy Katz, cronista degli ultimi 20 anni di Blue Note. Il secondo, ‘Something else: the story of Blue Note Records and the birth of modern jazz”, a cura dello specialista americano Ashley Kahn, avrebbe dovuto uscire a settembre ma chissà…Sai come sono gli scrittori e i giornalisti, sempre in ritardo sulle scadenze…” E sul versante discografico? “Questo mese usciranno una dozzina di ristampe della serie RVG, e almeno altrettante saranno nei negozi tra settembre e ottobre. Stiamo anche lavorando su un cofanetto retrospettivo da 3 cd. Ma si tratta di una normale emissione nell’ambito della collana Platinum Series della EMI, che esce a prezzo ridotto e dunque senza libretti particolarmente corposi o confezioni deluxe. Questo è quel che passa il convento, nelle condizioni ecomiche attuali…”. Cuscuna, 60 anni compiuti, non è un fan del suono digitale e non lo nasconde: “A parte il fatto che i file scaricati da Internet non hanno la fedeltà sonora di un disco e neppure di un cd a 16 bit, la cosa più frustrante per uno della mia età è che nessuno oggi si curi delle esigenze del pubblico over 40: agli appassionati di jazz, di blues e di musica classica piace leggere note dettagliate su ciò che stanno ascoltando, disporre di informazioni che forniscano una prospettiva storica, maneggiare una bella copertina. L’iPod invece serve solo ad ascoltare musica ed eventualmente a sbarazzarsene, quando non ti interessa più e vuoi fare spazio ad altro”.
Da veterano della scena, lui ha una concezione diversa dell’esperienza di ascolto. “Ho cominciato a lavorare saltuariamente per la Blue Note nel 1975, producendo un disco di Chico Hamilton”, racconta a Rockol. “Poi li convinsi a lasciarmi curiosare negli archivi e a curare una serie di ristampe. Dopo sei anni la Blue Note cessò di esistere e io fondai una mia etichetta, la Mosaic Records. Sono tornato nel 1984, richiamato da Bruce Lundvall che aveva deciso di rilanciare l’etichetta”. Un marchio ammantato di leggenda, la Blue Note: che tipo di fascino esercitava sui jazzofili come lui? “Io mi sono appassionato al jazz quando avevo 12 anni. E nel 1963, quindicenne, andai nel mio negozio di dischi di fiducia con la ferma intenzione di comprare ‘One step beyond’ di Jackie MacLean, anche se non conoscevo né lui né la maggior parte dei musicisti che suonavano nel disco. Decisi di acquistarlo solo per via dell’etichetta, e da quel momento sono diventato un Blue Note dipendente. C’era qualcosa di speciale, in quei dischi: non solo la musica, ma anche la grafica delle buste, le note di copertina. Una garanzia di qualità che non trovavo in nessuna altra etichetta, neppure nella Impulse che pure aveva standard produttivi elevatissimi. Quasi nessun disco della Blue Note era frutto di una jam session: conteneva invece musica inedita, composta e arrangiata con la massima cura, eseguita in modo impeccabile con un gran suono d’insieme e assoli straordinari, elettrizzanti e spontanei. Si capiva che tutto era stato preparato a lungo, studiato nei minimi dettagli: sotto la guida di Francis Wolff e Alfred Lion la Blue Note era una combinazione perfetta di organizzazione di stampo tedesco e pura anima americana”. Il disco perfetto? “ ‘Blue train’ di John Coltrane, senza dubbio. E’ l’emblema della differenza che esisteva tra la Blue Note e le altre etichette: se lo paragoni agli album che Coltrane incise per la Prestige, e che pure contengono esecuzioni straordinarie, ‘Blue train’ spicca per qualità compositiva, disciplina e al tempo stesso per la magia della performance. E’il disco che meglio incarna la storia della Blue Note ma anche la filosofia che informa tuttora l’etichetta e il suo modo di lavorare: l’obiettivo è sempre quello di costruire album che fluiscano naturalmente dall’inizio alla fine, realizzare musica comunicativa in cui ogni nota sia perfetta e senza tempo. Raramente si arriva a tanto, ma qualche volte ci si avvicina. Tra le cose migliori che abbiamo fatto di recente citerei ‘No words’ del trombettista Tim Hagans con Joe Lovano e John Abercrombie, un disco del 1993 che purtroppo è da tempo fuori catalogo. E poi l’album del 2007 di Terenche Blanchard, ‘A tale of God’s will (A Requiem for Katrina)’, suonato da uno dei migliori gruppi che ci siano oggi in circolazione. E’ una bellissima suite che mette d’accordo il Blanchard trombettista jazz con il compositore di colonne sonore”.
E Norah Jones? E’ stata contrastata, la decisione di mettere sotto contratto un’artista pop? “No, niente affatto. Anche perché noi pensavamo di avere ingaggiato la nuova stella del jazz. Fu un funzionario della EMI a far ascoltare a Lundvall quella cantante che interpretava vecchi standard. Lui la chiamò subito in ufficio e le offrì immediatamente un contratto. Andai ad ascoltarla suonare in un ristorante di Little Italy, di pomeriggio mentre servivano i cocktail, accompagnata soltanto da un contrabbasso acustico e una batteria: mi resi conto che oltre a essere una grande cantante era anche una bravissima pianista. Quando poi arrivarono in ufficio i suoi primi provini capimmo che il suo raggio d’azione andava ben oltre il jazz tradizionale, Mose Allison accanto a canzoni country e al repertorio di cantautori contemporanei. Ed era tutto fantastico. Bruce le chiese se volesse incidere per la Manhattan Records, un’etichetta pop, ma lei rispose che voleva restare alla Blue Note perché era cresciuta con i dischi di quell’etichetta: anche se voleva fare le cose a modo suo. Il disco prese una direzione pop, e qualche critico newyorkese ne fu scandalizzato chiedendosi cosa c’entrasse Norah Jones con il jazz. A me non interessa un accidente di che genere musicale si tratti. Che sia jazz folk o r&b, basta che sia buona musica. Fu come aprire una porta: qualche anno dopo ricevetti una telefonata di un amico che mi informava del fatto che Al Green e Willie Mitchell si erano rimessi a lavorare insieme. Mi chiese se la cosa mi interessava: certo che sì!, I dischi che avevano fatto insieme nei primi anni Settanta erano per me tra i più belli di tutti i tempi. Fortunatamente Bruce era d’accordo con me. Sono nato nel 1948, e come tutti quelli della mia generazione nel ’68 scoprii il blues e tanti straordinari nuovi artisti come Frank Zappa e Van Morrison, che qualche anno fa per la Blue Note ha anche inciso un disco. Io e i miei coetanei siamo cresciuti con gusti molto eclettici, amiamo James Taylor quanto Lee Morgan. E mi piace che la Blue Note si sia aperta ad altri generi, in quella che oggi viene considerara la adult contemporary music”. Un’etichetta fastidiosa? “No, perché è talmente ampia da far rientrare qualunque cosa. E se ci entrano Taylor e Morrison vuol dire che siamo in buona compagnia!”. Altri volti nuovi in arrivo, dopo la Jones e Amos Lee? “Abbiamo appena messo sotto contratto Kristina Train, una interprete bianca proviente dal Sud degli Stati Uniti e con una straordinaria voce blue eyed soul. Stiamo lavorando proprio ora al suo primo album e a quello di Priscilla Ahn, un’altra bravissima cantante anche lei al debutto discografico. Altri ne seguiranno. L’industria discografica forse sta morendo, la nuova musica e i nuovi talenti sicuramente no”.
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