NEWS   |   Italia / 23/12/2008

Il Natale cantato: vince Jet Set Roger (‘Jet Set chi?’)

Il Natale cantato: vince Jet Set Roger (‘Jet Set chi?’)
Vi ho mai confessato la mia passionaccia per i dischi natalizi? Nel mondo anglosassone sono (quasi) un genere musicale a parte, o comunque uno scaffale speciale di ogni negozio di dischi. Di solito tutti scrivono che il migliore disco di Natale della storia del pop-rock è quello prodotto nel 1963 da Phil Spector - “A christmas gift for you” - con le più classiche canzoni festive cantate da Darlene Love, Crystals, Ronettes, Bob B. Soxx & the Blue Jeans (nei fantastici arrangiamenti di Jack Nitzche). Un album pubblicato nel giorno dell’assassinio di John Kennedy, il 22 novembe del 1963, e quindi in qualche modo “segnato” da quella data, poi ripubblicato più volte (anche dalla Apple beatlesiana nel 1972). Concordo, ovviamente, col parere dei più, se si tratta di fornire un giudizio qualitativo: anche se a me, personalmente, i due dischi natalizi che piacciono di più sono il festosissimo “Christmas Jollies” della Salsoul Orchestra (1976) e l’esilarante “Christmas in the stars” (1980) con il Natale rivisitato in chiave “Star Wars”: lo ha prodotto Meco Monardo e contiene il debutto professionale di Jon Bon Jovi (che canta in "R2-D2 We Wish You A Merry Christmas", con le voci dei due robot del film di Lucas).
Tanto sono fissato con i dischi di Natale che nel 1984 ne ho addirittura, per conto della CGD, inventato e realizzato uno, “Natale con i tuoi”, che aveva una scaletta così concepita: “Happy Christmas (War is over)” di John Lennon cantata, in inglese, dai Pooh; “Tu scendi dalle stelle” in versione Ivan Cattaneo; una meravigliosa “Adeste fideles” cantata da Giuni Russo; “Mull of Kintyre” di Paul McCartney cantata in inglese da Dario Baldan Bembo; “Little drummer boy” / “Peace on earth” ricalcata sul duetto di Bing Crosby e David Bowie e cantata da Caterina Caselli e Rettore; il tradizionale “O tannenbaum” con un testo italiano recitato da Roberto Vecchioni; “White Christmas” cantata in inglese da Adriano Celentano; “Jingle bells” cantata da Heather Parisi; “Pace” cantata da Riccardo Fogli; “Go tell it on the mountains” cantata da Josy Novack; “Stille nacht” cantata (in tedesco!) da Ornella Vanoni; e una emozionante “Biglietto d’auguri” di Pierangelo Bertoli.
Sono andato a lungo orgoglioso di questa mia creazione, che per molto tempo è rimasto l’unico esempio italiano del genere.
Capite dunque che quest’anno, ritrovandomi sulla scrivania ben tre dischi natalizi di produzione italiana, sono stato molto curioso di ascoltarli - e sono qui a riferirvene. Uno s’intitola “It’s Christmas time” (Aereostella/Edel), ed è una curiosa mescolanza di canzoni rivisitate e di brani originali, in cui la PFM con Lucio Fabbri rifà “Do they know it’s Christmas” dei Band Aid, i New Trolls (o, per essere precisi, La Leggenda dei New Trolls, come si chiama questa delle reincarnazioni della gloriosa formazione genovese, con Vittorio De Scalzi e Nico Di Palo) propone una “Christmas rhapsody” vagamente reminiscente del Concerto Grosso; il chitarrista Vic Vergeat, con Franz di Cioccio e Patrick Djivas, propone la sua “Merry Christmas”; i Sinestesia rifanno (quasi hard) la solita “Happy Xmas (War is over)” lennoniana; gli Slow Feet di Franz Di Cioccio (con Vittorio De Scalzi e Lucio Fabbri) allestiscono “Slow Xmas song”; i Lattemiele recentemente riformati la buttano sul prog alla Yes con “Child of the world”, e Ania canta “Acqua e cenere” (natalizia nell’intenzione, non nell’andamento). Completano la tracklist brani già editi di Sarah Jane Morris (“Come Christmas, come love”), “Fortunes of war” di Fish e “Ouverture” dall’album dei Chieftains del 1998 “Silent Night: a Christmas in Rome”. Un album decisamente composito, dunque, anzi troppo composito per poter strappare un giudizio positivo.
Più interessante l’esperimento di Irene Grandi, che è uscita con “Canzoni per Natale” (Atlantic): una mossa inattesa da parte della rocker toscana, realizzata con collaborazioni di nome (Stefano Bollani, Paolo Vallesi, Alessandro Gassman - col quale duetta in una totalmente pleonastica “Qualche stupido ti amo”, versione italiana di “Somethin’ stupid” dei Sinatra padre e figlia, 1967 - e poi di Robbie Williams e Nicole Kidman in “Swing when you're winning”, 2001) e salutata da un buon successo di vendite - ma anche da recensioni ferocissime, e non del tutto infondate, su alcuni blog. Irene mi è molto simpatica, e non sparerei a zero su questa iniziativa che, certo, sa molto di mossa di marketing ma che mi ha offerto qualche momento di divertimento. Non nei brevi intermezzi “atmosferici” fra un brano e l’altro (abbastanza melensi, a dire il vero), non nei brani ripresi dal repertorio di artisti italiani (“O è Natale tutti i giorni”, di Jovanotti e Luca Carboni, dall’album del 1993 del secondo “Diario Carboni”, ha un testo troppo buonista e perbenista; “Buon Natale a tutto il mondo”, di Domenico Modugno, ha 50 anni e li dimostra tutti; “Canzone per Natale” di Morgan - da “Canzoni dell’appartamento” - è troppo Morgan per essere rivisitata; “E’ Natale” di Mina - da “Ridi pagliaccio”, 1988 - ha un perfido, nerissimo testo di Valentino Alfano che solo Mina può cantare; e allora perché non giocarsi, di Mina, la suggestiva “La vigilia di Natale” di Andrea Lovecchio e Shel Shapiro, 1973?), ma in alcuni dei titoli cantati (e composti) in inglese. Per dire, è buffa e spiritosa la ripresa di “Wonderful Christmastime” di Paul McCartney, è interessante il moog di Pio su “Silent night”, è robusta “Oh happy day” con i Funkoff e la partecipazione delle “Matte in trasferta” (con Simona Bencini), è vivace “Let it snow, let it snow, let it snow”. Irene sa cantare, lo sappiamo, e a tratti in questo album ha modo di dimostrarlo (anche se avrei evitato “Happy Xmas” di Lennon - ancora!). E - sarà poco nello spirito natalizio, ma insomma lasciatemelo dire - una foto di copertina più maliziosa me la sarei giocata (ce n’è una piccolina a pagina 7 del libretto che si sarebbe ben prestata alla bisogna).
Qual è, dunque, il “mio” disco di Natale del 2008? E’ il Cd di un outsider. Il suo nome è Jet Set Roger, ed è un curioso personaggio del quale vi dico subito qualcosa di più. Trentacinquenne, londinese di nascita, bresciano di residenza, un’inclinazione per il glam rock, collaborazioni con Andy dei Bluvertigo, i MiceVice, Franci Omi, Wu Ming, ha al suo attivo un album del 2007, “La vita sociale” (Snowdonia), colpevolmente trascurato da troppi - me compreso - e ben sintetizzato da Marco Villa su Rockit: “Mai banale senza essere sperimentale, mai gioioso senza essere depresso. Jet Set Roger si pone in mezzo. E in obliquo”.
Bene: in “It’s Christmas in the Jet Set” (CasaMolloy / Snowdonia-Audioglobe) Jet Set Roger ha raccolto ben 16 rivisitazioni di classici natalizi angloamericani, registrate con la complicità dei Reindeers (Cristiana “Kika” Negroni, Paolo “Black Santa” Dall’Asta, Pietro Zola, Carlo Dall’Asta, Davide Mahony, Giulio Tampalini). Già la selezione, variegata e capricciosa, meriterebbe dei complimenti (peccato solo non ci sia “Thank god it’s not Christmas” degli Sparks: avrei gridato al miracolo). La tracklist è la seguente: “Good King Wenceslas”, “God rest ye merry gentlemen”, “Rudolph the red-nosed reindeer”, “It’s Christmas in Killarney”, “I’ll be home for Christmas”, “It’s beginning to look a lot like Christmas”, “Deck the halls”, “In the bleak midwinter”, “Silver bells”, “There’s no light on the Christmas tree” (del grande Alex Harvey), “Santa Claus is coming to town”, “Jingle bells rock”, “Greensleeves”, “Joy to the world”, “Little drummer boy”, “Auld lang syne”, più la composizione originale di Jet Set Roger che intitola il Cd. Come si vede, si va dalle classicissime carole di stagione al glam 1972, da Bing Crosby al folk irlandese, e tutto senza perdere un colpo; nel senso che l’approccio “il più possibile ‘basso’, da taverna” di Jet Set Roger funge da elemento unificatore di un album dichiaratamente, quasi voluttuosamente frammentario nei materiali. Il bello è che il Natale c’è, in queste canzoni, ma è un Natale per nulla oleografico, e al tempo stesso per nulla iconoclasta: è un po’, dunque, anche il mio Natale, o quello del Lawrence Ferlinghetti di “Christ climbed down” (“Christ climbed down / from His bare Tree / this year / and ran away to where / there were no rootless Christmas trees / hung with candycanes and breakable stars”), dove però Cristo si ritrovi in un’osteria a cantare con gli ubriachi della vigilia.
Autorevoli recensori hanno già citato, a proposito di Jet Set Roger, i Pogues e Nick Cave, Marc Bolan e Vivian Stanshall (concordo su quest’ultimo, purché non si parli dello Stanshall dei Bonzo Dog Doo Dah Band ma di quello di “Men opening umbrellas ahead”); a me, a tratti, ha ricordato Neil Hannon dei Divine Comedy e lo Steve Harley dei Cockney Rebel - lo dico con l’ammirazione che porto per i due citati. In un certo senso, e lo dico qui perché mi è venuto in mente adesso, Jet Set Roger ha fatto il disco di Natale che avrebbe dovuto/potuto/voluto fare Enrico Ruggeri l’anno scorso con il suo “Il regalo di Natale”.
Il disco di Jet Set Roger è uscito forse con un po’ di ritardo perché possiate farne il vostro regalo di Natale di quest’anno - per voi e per i vostri amici più intelligenti. Ricordatevene l’anno prossimo, sarà ancora buono.
E buon Natale, a (quasi) tutti.
(fz)
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