Dalla Scozia, Amy MacDonald: 'Non farò la fine di Britney Spears'

Dalla Scozia, Amy MacDonald: 'Non farò la fine di Britney Spears'
L’anno scorso aveva “aperto” per il connazionale Paolo Nutini, tra l’indifferenza generale (“ci saranno state due persone, ad ascoltarmi!” sussurra nel suo stretto accento scozzese). Dodici mesi dopo, grazie a canzoni come “Thi is the life” e a un album di debutto Amy MacDonald è già una piccola star internazionale e ad attenderla ieri sera, 2 dicembre a Milano, c’era un Alcatraz affollato per il concerto sold out di Cesare Cremonini. “Spero che succeda qualcosa, stavolta”, sorride la graziosa ragazzina di Glasgow, “così l’anno prossimo potrò tornare con la mia band a tenere dei concerti veri e propri”. Lei, intanto, come definirebbe la sua musica? “Ho visto articoli di giornale che di volta in volta mi classificano come pop, rock o folk. Non mi dispiace, in fondo, perché significa che so spaziare tra generi differenti e io stessa non saprei bene dove sistemarmi anche se la mia musica preferita è il rock’n’roll. A me sembra di scrivere canzoni semplici che parlano di vita quotidiana e di argomenti a cui la gente può facilmente relazionarsi. L’ispirazione la trovo a casa mia, quando posso condurre una vita normale. E’ difficile trovare stimoli quando sei in giro in tour o per promozione. Gli alberghi, gli aeroporti e gli uffici delle case discografiche sono uguali in tutto il mondo”.
L’aria di casa, spiega Amy, le serve anche a mantenere il contatto con la realtà e a trovare protezione dalle mistificazioni del music business e dalle trappole della celebrità, argomento sviscerato da diverse sue canzoni. “C’è un sacco di gente che si mette a fare questo mestiere per essere riconosciuto, per diventare una celebrità. A me non è mai interessato. Suono e scrivo canzoni perché mi piace, punto. E se un giorno dovessi diventare un idolo dei teen ager, francamente credo che smetterei. Trovo particolarmente triste che si possa diventare famosi semplicemente sposando un personaggio celebre. Una volta le celebrità erano i Frank Sinatra, i Fred Astaire, i Marlon Brando…veri artisti, mentre oggi basta comparire in un reality. E’ una cosa triste, prendere a modello gente senza talento”. “Footballer’s wife” prende di mira Victoria Beckham? No, lei non rientra nella categoria, credo che a un certo punto sia stata più ricca e famosa di suo marito e quello che ha avuto se l’è guadagnato lavorando sodo. Non fosse altro che per tenere testa al suo tenore di vita…Britney Spears? Lei è un caso diverso, anche se non voglio mettere in discussione il suo talento. Mi spiace solo che abbia sprecato gran parte della sua giovinezza vivendo sotto i riflettori e l’occhio del pubblico. L’ho vista a X Factor, ed è stato terribile anche se gli indici di ascolto si sono impennati. Ha mimato le canzoni, e le ha mimate male, per concentrarsi, così ha spiegato, sui passi di danza. Ma non ha neanche ballato, ha semplicemente camminato da un lato all’altro del palco. E’ arrivata totalmente impreparata; credo che anche lei avrebbe bisogno di tornare a condurre una vita un po’ più normale. Se ho paura che una cosa del genere possa succedere a me? No, niente affatto, sono decisa a non fare nulla che possa farmi soffire o recarmi un dispiacere. Ho la grande fortuna di avere intorno una famiglia e degli amici, una band e un manager che sono con me da quando ero un’assoluta sconosciuta. Gente che si prende cura della mia persona e che ha a cuore la mia felicità. Non mi vedono come un prodotto ma come un essere umano. Non credo che Britney, o Amy Winehouse, abbiano avuto lo stesso privilegio. Quando vado a casa mia, non voglio avere giornalisti o fotografi che mi scorrazzano intorno”. Pete Doherty, un’altra stella cadente, le ha ispirato “Poison prince”. Ma in questo caso si tratta di amore, oltre che di pena. “Ero una fan sfegatata dei Libertines, il gruppo in cui cantava prima di dare fuori di testa”, racconta Amy. “Con gli amici lo seguivamo in tournée, concerto dopo concerto. E’ stato orribile, vederlo perdersi in quel modo e sprecare il suo talento, invece di continuare a scrivere canzoni e ad esibirsi sul palco. Ho scritto la canzone come una specie di esortazione a concentrarsi sulla musica lasciando perdere tutte le porcherie che gli rovinano la vita”. L’altro amore di gioventù sono i Travis: “Se non fosse per loro non sarei diventata una cantautrice. Mi hanno spinto a prendere una chitarra in mano e a scrivere canzoni, mi hanno acceso una scintilla e so di essere in buona compagnia: ho letto che anche Chris Martin ha formato i Coldplay ispirandosi a loro. Lo stesso tipo di eccitazione l’ho provato ultimamente per i Killers. Anche se sono all’opposto del tipo di musica che suono io dal vivo sono fantastici: una canzone del mio album ‘Run’, l’ho scritta dopo essere stata a un loro concerto. Gli artisti scozzesi di oggi? Sono tanti quelli bravi, Nutini, KT Tunstall, i Fratellis…A Glasgow, dove vivo, ci sono un sacco di posti dove suonare, non importa se sei famoso o uno sconosciuto ancora senza contratto discografico. C’è musica dal vivo tutte le sere e un’opportunità per tutti di raffinare le proprie capacità per poi prendere il largo”. Pochi ce la fanno, però. “Beh, è dura. Quando avevo quindici anni sognavo di poter fare uscire un mio cd, un giorno, ma non avevo la minima idea di come fare. Puoi sperare di trovare qualche ingaggio dal vivo, e che qualcuno ti noti…Alla fine conta tanto la fortuna, trovarsi al posto giusto al momento giusto. Io avevo visto un annuncio sul New Musical Express di una nuova società di produzione che cercava giovani artisti. Ho spedito un demo, mi hanno fatto firmare un contratto e qualche mese dopo mi sono ritrovato alla Universal. Ma se non avessi letto quell’annuncio…”.
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