NEWS   |   Pop/Rock / 18/11/2008

Tom Jones scrive e canta se stesso: 'L'idea me l'ha data Bono'

Tom Jones scrive e canta se stesso: 'L'idea me l'ha data Bono'
A 68 anni Tom Jones, inossidabile re del British Pop, si scopre autore autobiografico: delle quattordici canzoni contenute in “24 hours”, il nuovo album che esce il 28 novembre per la S-Curve/EMI, nove portano anche la sua firma. “I miei nuovi discografici”, spiega il gallese dall’ugola d’acciaio, “mi avevano proposto una lista di brani altrui, ma l’unico che mi piaceva era ‘The hitter’ di Bruce Springsteen. Così mi sono trovato a scrivere più che altro per necessità. La scintilla è scoccata una sera conversando con Bono in un pub di Dublino. Gli avevo chiesto di scrivermi una canzone, lui ha acconsentito anche perché mi ha confessato di amare molto il mio modo di vestire negli anni ’60. Ha cominciato a farmi domande su com’era crescere in Galles alla mia epoca, sui lavori che ho fatto prima di diventare cantante… La canzone (“Sugar daddy”, che porta anche la firma di The Edge) è arrivata, è molto ironica e mi piace. Ma poi mi sono detto che quel processo creativo, basato sui fatti reali della mia vita, potevo metterlo in pratica anche da me, facendomi aiutare da altri bravi compositori”. Così è stato, e a parte la succitata canzone di Springsteen e qualche altra rara eccezione (il brano d’apertura è una cover di “I’m alive”, b-side di Tommy James & the Shondells datata 1969), i brani di “24 hours” sono quanto di più autobiografico mr. Jones, vero nome Thomas Jones Woodward, abbia mai cantato in vita sua. “Il pezzo che intitola l’album”, spiega ai giornalisti che lo hanno incontrato oggi in un albergo milanese, “è una continuazione di ‘Green green grass of home’, uno dei miei maggiori successi negli anni ’60: più precisamente dell’ultima parte in cui il protagonista riflette sulla sua esistenza. L’ho intitolata ’24 hours’ per esprimere il senso di ciclicità, le giornate che si susseguono una dopo l’altra senza interruzione”. In “The road” si parla invece del suo rapporto duraturo e a volte turbolento con la moglie (Tom, del resto, era un sex symbol per cui le donne facevano follie…): “E’ stata la mia coautrice, Lisa Green, a chiedermi particolari sulla mia vita da cui trarre ispirazione. Ed è venuto fuori il nome di Linda, perché la mia strada porta sempre a lei”.
In “The hitter”, il brano di “Devils & dust” qui virato in chiave Stax soul, Tom Jones si cala perfettamente nella parte: sarà che il fisico da pugile non gli fa difetto, sotto il pizzetto e gli occhiali scuri che sfoggia in conferenza stampa. “Mi piace, quella canzone, perché racconta una bella storia. Amo le canzoni con una bella melodia e quelle che raccontano delle storie adottando una prospettiva poco ovvia. Si può cantare anche di sesso, perché no, basta che il testo sia intelligente e interessante. Nella mia vita non ho mai accettato di cantare canzoni che non mi piacessero. Solo ‘What’s new pussycat?’ di Burt Bacharach, all’inizio, non mi convinceva proprio, aveva una melodia inusuale a cui non ero abituato. Poi ho scoperto che anche il film con Woody Allen di cui era colonna sonora era un po’ pazzerello, e ho accettato la sfida. Quali mi rappresentano meglio? Tutte. Nel 1987 ho cantato una ballata toccante ispirata alla figura di El Cordobes, ‘The boy from nowhere’, l’anno dopo ho inciso una cover di ‘Kiss’. Nei pub di Pontypridd, il luogo in cui sono nato, gli adulti nel juke box mettevano la prima, i ragazzi la seconda, discutendo su quale fosse il vero Tom Jones. Io rispondo che lo sono tutti e due”.
In tutto l’album, sotto i suoni modernissimi confezionati dai Future Cut (produttori trendy già collaboratori di Lily Allen, Dizzee Rascal e Goldie), covano le classiche sonorità white soul del Tom Jones d’epoca Sixties: “Da anni volevo fare un disco così”, spiega lui, “ma le case discografiche mi dicevano che quei suoni non interessavano più a nessuno. Il successo di Amy Winehouse mi ha fatto capire che si sbagliavano”. Magari vede qualche erede, in giro? “Dovessi sceglierne uno, direi Robbie Williams. Non tanto per la vocalità ma per il modo di porsi sul palco, da grande entertainer”. Aspettando magari che sir Jones abdichi dal trono: non sembra averne voglia, comunque, e già progetta un tour per presentare dal vivo il nuovo disco (“vediamo come va, poi capiremo se è il caso di scegliere le arene o locali più piccoli”). Non ama guardarsi troppo indietro, questo lo si è capito. Ma se dovesse scegliere tre momenti chiave della sua carriera? “Il primo è stato il successo di ‘It’s not unusual’, mi ha cambiato la vita. Il secondo lo show televisivo che ho condotto negli Stati Uniti tra il 1969 e il ’71, ha amplificato la mia popolarità in tutto il mondo. E il terzo…l’onorificenza da cavaliere che mi ha conferito la Regina Elisabetta”.
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