Francesco Garolfi/Davide Sapienza: in tour il loro omaggio al 1968

Francesco Garolfi/Davide Sapienza: in tour il loro omaggio al 1968
Che c’entra Stanley Kubrick con il rock, il ’68 di “2001- Odissea nello spazio” con quello dei Beatles e degli Stones, di Hendrix e dei Doors? Per il giornalista e scrittore Davide Sapienza, che con il cantante e chitarrista Francesco Garolfi ha confezionato un disco “concept” in omaggio a quell’anno fatidico, “1968 - Odissea nel rock”, la connessione è intuitiva, immediata, folgorante. “Sarà che io mi sento junghiano, che credo nell’Unus Mundus e nella sincronicità.”, spiega. “Ma per me le cose non sono mai separate, tutto c’entra con tutto. Kubrick e il rock, nello stesso momento, si sono incamminati verso l’inconoscibile e il mistero”.
Per dimostrarlo e ricordarlo, il duo ha scelto un approccio minimale e originale: nel disco cofanetto pubblicato da Faier Entertainment e distribuito nei punti vendita Fnac, “Have you ever been (to Electric Ladyland”) e “While my guitar gently weeps”, “Dear Prudence” e “Waiting for the sun”, “Sympathy for the devil” e “The weight” della Band perdono ogni bagliore elettrico per tornare alla loro anima nuda, rustica e primigenia: con una essenzialità, una sensibilità e un calore che Garolfi (collaboratore di Cristina Donà in “Piccola faccia” e di Sapienza nei reading/spettacoli “La stagione di Ognidove” e “Il signor Locci, presumo?”, già protagonista di un album solista, “The blues I feel”, e di un paio di dischi a fianco di Fabrizio Poggi dei Chicken Mambo) restituisce prodigandosi tra chitarre acustiche (43 sovraincisioni, per “Voodoo chile” !) e resofoniche, lap steel e slide, mandolini e percussioni, voci soliste e cori. “Hai presente le prime scene di ‘2001’, quando gli ominidi afferrano l’osso e lo lanciano nello spazio, e nella sequenza successiva compare l’astronave? Ho chiesto a Francesco di fare proprio quello, prendere l’osso del rock di allora e trasformarlo in una navicella spaziale facendo viaggiare la musica nel tempo” spiega Sapienza. Non una missione da ridere, “ma lo abbiamo fatto divertendoci e con una certa dose di ironica leggerezza, perché sempre di rock si tratta”.
Il progetto, che lui e Garolfi hanno già presentato dal vivo e che in questi giorni appproda nei punti vendita Fnac di Milano (domani, 15 novembre), Verona (21 novembre), Torino (22 novembre) e Roma (il 28, presente il solo musicista), nasce dalla volontà di celebrare in maniera diversa il quarantennale del ’68, già sviscerato da innumerevoli libri, conferenze, analisi politiche e sociologiche. “Avevo letto un libro biografico sulla Band scritto da Barney Hoskins”, ricorda Davide, “e mi sarebbe piaciuto scrivere qualcosa sul loro primo album ‘Music from Big Pink’. Mi affascinava l’idea di questi quattro canadesi che ridisegnano l’immaginario americano in controtendenza al movimento di protesta che allora infuriava negli Stati Uniti. Anche Francesco, che l’anno scorso ha avuto occasione di conoscere e suonare a Woodstock con Garth Hudson, era un fan del gruppo e dunque eravamo già sulla stessa lunghezza d’onda. Una sera a cena è saltata fuori l’idea del disco, abbiamo stilato un elenco di pezzi e come riferimento abbiamo preso anche versioni meno note di quei classici: per esempio la ‘Helter skelter’ molto blues che si ascolta sulle ‘Beatles anthology’. Garolfi, che è un juke box umano, ha lavorato con una rapidità che mi ha sorpreso. Ha cominciato a metà giugno, nel suo studio di casa, e a fine agosto ci consegnava già il disco finito. L’ho convinto ad aggiungerci la sua versione per chitarra di ‘Also sprach Zarathustra’ e un suo pezzo strumentale che eseguiva già nei miei reading, ‘Ishmael’, perché calzava a pennello: ispirandosi a ‘Moby Dick’ simboleggiava la nostra ricerca dello spirito di quel rock, la nostra balena bianca”.
Nel booklet del cd, Sapienza rievoca la pericolosità sociale della musica di allora: “Certo, perché il vero rock’n’roll, inteso nel senso più ampio, è sempre stato così. Era pericoloso Johnny Cash quando cantava ‘Folsom prison blues’, era un rocker ante litteram Jack London che viveva ogni minuto della sua vita come se fosse l’ultimo. Io sono del 1963, Garolfi ha trent’anni: siamo troppo giovani per aver vissuto quella stagione in diretta, ma ne abbiamo assorbito il senso, l’idea della musica come un codice silenzioso che, si pensava allora, avrebbe potuto cambiare il mondo e comunque diventare un fenomeno culturale e aggregativo importante di per sé. E’ stata una tempesta perfetta, il ’68, ed è un’eredità da preservare. Credo che con la sua tecnica straordinaria e la sua grande anima Francesco ci sia riuscito”.
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