Rockol - sezioni principali

NEWS   |   Pop/Rock / 13/11/2008

Steve Winwood: 'La mia musica è ciclica, ma i Traffic sono morti e sepolti'

Steve Winwood: 'La mia musica è ciclica, ma i Traffic sono morti e sepolti'
Ha avuto più vite (artistiche) di un gatto, Steve Winwood. E con “Nine lives”, il nuovo disco che presenta dal vivo al Conservatorio di Milano giovedì 20 novembre, sembra voler chiudere un cerchio aperto nel 1965 quando, ai tempi dello Spencer Davis Group, era l’enfant prodige del blues revival inglese. Sarà per la presenza di Eric Clapton, partner negli effimeri ma indimenticati Blind Faith, sarà per quel country blues acustico che apre le danze, “I’m not drowning”, ma è facile vedersi mescolare passato e futuro nella sua musica di oggi. “In un certo senso è così, la musica è un fenomeno ciclico e torna sempre al suo punto di partenza”, conferma Steve al telefono dal suo studio di registrazione, un vecchio granaio ristrutturato immerso nelle Cotswolds, Midlands inglesi. “Quando ho cominciato a far musica, negli anni Sessanta, io e i miei contemporanei riciclavamo già ciò che Big Bill Broonzy e Leadbelly avevano fatto nei Cinquanta. Il titolo del disco, però, allude solo di rimando alle diverse fasi della mia carriera; in realtà si tratta semplicemente del mio nono disco solista, e contiene nove canzoni. Certo, ognuno può interpretare come meglio crede: nella storia dei Traffic, ad esempio, io identifico almeno tre capitoli distinti, quello iniziale, quello di mezzo con ‘John Barleycorn must die’, quello conclusivo di ‘The low spark of high-heeled boys’…Quando il gruppo prese forma, nel 1967, il mio primo intendimento fu quello di combinare rock, folk, jazz e classica con quella che oggi chiameremmo world music, la musica latina e afrocaraibica. Ad essere onesti, è quel che ho continuato a fare per il resto della mia carriera. Anche i miei dischi più pop, quelli degli anni Ottanta, suonano diversi più che altro per lo stile di produzione, influenzato dall’intervento di persone che avevano idee diverse dalle mie. Ma se ascolti le canzoni non c’è questa gran differenza, vivevano ancora di quella particolare commistione di stili. Non applico una formula matematica, ovviamente. Si tratta di cambiare volta per volta le dosi degli ingredienti, un po’ come quando si cucina un minestrone”.
Un modo magari prosaico, quello di Winwood, per definire il suono cosmopolita dei suoi dischi, non ultimo “Nine lives”, suonato in studio da una band multinazionale che accanto al percussionista Karl Vanden Bossche (londinese di origini ghanesi) e al fiatista/tastierista Paul Booth (lui pure di Londra) annovera il chitarrista brasiliano José Neto, già alla corte Airto Moreira e Flora Purim, e il batterista della Guyana Richard Bailey, che ha in curriculum collaborazioni con Bob Marley e con Jeff Beck. “La loro presenza e la loro personalità”, conferma Winwood, “hanno molto influenzato i suoni del disco, la scrittura dei pezzi e la loro esecuzione. ‘Nine lives’ è nato dalle nostre jam di studio e dal nostro suonare insieme dal vivo: la band che ha inciso il disco è quella che mi accompagna in tournée e con cui mi esibisco anche a Milano. Ho scritto diverse canzoni con Neto, che è brasiliano, conosce a fondo la musica del suo paese ma è anche cresciuto ascoltando il rock di Jimi Hendrix e dei Led Zeppelin, tra l’altro originari di un posto che dista quindici minuti di auto da dove abbiamo registrato: anche questo è un cerchio che si chiude. Da parte mia adoro la musica brasiliana, i suoi ritmi, gli accordi e le strutture armoniche. José guarda all’Inghilterra, io al Brasile e questo ci ha permesso di incontrarci”. Il disco sembra proseguire nel solco del suo predecessore di cinque anni fa, “About time”: stessi suoni naturali, molto organo Hammond, un clima da “buona la prima”… “Vero, ‘Nine lives’ è nato come una continuazione di quel disco, ma presto ci siamo accorti che era diverso. Quando incidemmo ‘About time’ non avevamo ancora alle spalle tanti concerti insieme, mentre stavolta le canzoni hanno preso forma dal modo di suonare della band e risultano, a mio parere, ancora più naturali. Sul palco assumono quasi vita autonoma. Una decima vita, si potrebbe dire”.
“Dirty city”, il brano inciso con Eric Clapton, è il pezzo forte del disco. Concorda, mr. Winwood? “Sì, Eric ha suonato un grande assolo di chitarra. Insieme abbiamo inciso qualcosa anche per un suo progetto solista, non so bene però che cosa Eric intenda farne. Di sicuro vorremmo fare qualche concerto insieme in Europa, come abbiamo fatto in America. Stiamo cercando di capire se e quando sarà possibile”.
Dopo una breve avventura da indipendente (“In questo senso ‘About time’ è stato un esperimento, e anche di un certo successo”, spiega) per la pubblicazione del nuovo disco Winwood si è accordato con la Columbia/Sony Music. Non per questo è tenero nei confronti delle major: “L’industria discografica, lo sappiamo, vive momenti molto difficili e un periodo di profondo cambiamento. Si sono affermati nuovi modi di distribuire la musica, il downloading e gli iPod, ma le case discografiche hanno sbagliato atteggiamento: invece di cercare di utilizzare creativamente questi nuovi strumenti si sono trasformate in poliziotti. Il fatto che siano in difficoltà, a ben vedere, è un bene per la musica. Oggi le major sembrano interessarsi solo ai talent show televisivi, e per quanto nulla escluda di scovarci anche gente di talento la musica non può ridursi solo a quello. Non ho nulla contro il pop, che piace a tanta gente, ma c’è anche chi dalla musica pretende qualcosa di diverso”. Che il mainstream pop non gli dispiaccia l’ha dimostrato il sorprendente cameo nell’ultimo disco di Christina Aguilera, “Back to basics”. Winwood se la ride: “Credo che lei e i suoi produttori usino molti loop e campionamenti di vecchie canzoni, quando sono in studio di registrazione, e così è stato anche nel caso di ‘Glad’ dei Traffic. Per utilizzarla hanno dovuto contattarmi e chiedermi il permesso, dal momento che fortunatamente posseggo le edizioni di quel brano. Ho accettato perché l’idea mi è piaciuta…a quel punto mi è stato chiesto se mi avrebbe fatto piacere suonare un po’ di organo e di pianoforte sul disco. Così sono andato in studio a Londra, ma purtroppo Christina non l’ho incontrata”. Resta il suo disco migliore, “John Barleycorn must die”? “Probabilmente sì. Dei Traffic continuo a suonare volentieri diverse canzoni dal vivo ma quel nome non lo userò mai più. Io e Jim Capaldi volevamo rifare un tour insieme, nel 2005, poi sapete com’è andata a finire (Capaldi è morto per un cancro allo stomaco il 28 gennaio di quello stesso anno). Avevamo un accordo, nessuno di noi due avebbe più potuto utilizzare la sigla Traffic se non ci fosse stato anche l’altro. Resuscitarla oggi sarebbe un imbroglio”.
Scheda artista Tour&Concerti
Testi
JIMI HENDRIX
Scopri qui tutti i vinili!