Musical Box in Italia: 'I nostri concerti sono una grande illusione'

Musical Box in Italia: 'I nostri concerti sono una grande illusione'
L’illusione continua, con trentadue anni di ritardo il tour di “A trick of the tail” arriva finalmente in Italia: anche se a portarlo sul palco non sono i Genesis originali ma i loro “cloni” autorizzati, i Musical Box. Domani sera, 5 novembre, la band canadese ormai di casa anche da noi presenterà la sua prima rivisitazione dell’era post-Gabriel al Palabam di Mantova, replicando venerdì 7 all’Allianz Teatro di Milano Assago, sabato 8 al GranTeatro di Roma e domenica 9 al Palatour di Bitritto (Bari). Qualcuno aveva arricciato il naso, alla notizia del rientro repentino in formazione del vocalist Denis Gagné ,“sosia” designato di Peter uscito coerentemente di scena dopo la conclusione del tour rivisitato di “The lamb lies down on Broadway”. Ma Rockol, che ha avuto occasione di assistere alla performance di sabato scorso, 1° novembre, allo Z7 Club di Pratteln (Basilea), può garantire sull’ottima qualità della rappresentazione (perché di questo si tratta, più che di un concerto vero e proprio). Chiamato al non semplice compito di abbandonare i consueti panni di Gabriel per indossare quelli di Phil Collins, Gagné se la cava egregiamente intepretando “Supper’s ready”, “The cinema show” e “The lamb lies down on Broadway” con approccio vocale, mimica e look adeguati al nuovo ruolo, capelli lunghi e barbone selvatico, goffi passi di tip tap e bigliettini con le frasi da leggere in pubblico; anche se per far fronte al doppio ruolo di cantante/batterista la band ha dovuto affiancare un altro, eccellente percussionista a Martin Levac impegnato a impersonare il nuovo arrivato Bill Bruford (con un semplice artificio di scena visibile solo a distanza ravvicinata, i due “Collins” si danno continuamente il cambio sul palco). La resa scenografica non è da meno, con le luci al laser che nei concerti d’epoca costituirono una prima assoluta nell’ambito roc, i filmati proiettati sul fondo palco (molto suggestivo quello che accompagna “The carpet crawlers”) e gli air dummies, i fantocci gonfiati ad aria che animano uno dei “movimenti” di “Supper’s ready”.
“E’ vero che esiste una registrazione filmata di quel tour intitolata ‘Genesis in concert’. Ma noi abbiamo sempre pensato che quelle immagini non rendessero giustizia alle scenografie e agli effetti visivi dello show raccontandolo solo in parte” spiega prima dello spettacolo Sébastien Lamothe, la mente del gruppo che sul palco interpreta il ruolo di Mike Rutherford imbracciando una replica della sua celebre chitarra a doppio manico (“l’originale”, rivela, “si trova nel soggiorno di un fan tedesco, che se l’è aggiudicata grazie a un concorso radiofonico”). “Abbiamo discusso a lungo tra di noi, prima di deciderci a questo passo, ma poi ci è sembrato un logico proseguimento del nostro cammino. In fondo molti fan, e noi con loro, considerano ‘A trick of the tail’ e ‘Wind and wuthering’ come un’appendice alla produzione dei primi Genesis, quelli più avventurosi e in un certo senso più sperimentali a cui i Musical Box dedicano le loro ricostruzioni storiche e musicali. In questo show si respira un’atmosfera simile a quella di ‘The lamb’, è come se ne fosse la prosecuzione: i tre schermi che utilizziamo sono gli stessi di quel tour, arricchiti stavolta dalla proiezione dei filmati e dagli effetti delle luci laser. Anche senza Gabriel, i Genesis di quel particolare periodo storico erano ancora un gruppo di musicisti protesi a spostare ulteriormente i loro limiti musicali e ad utilizzare in modo inventivo la tecnologia che avevano a disposizione: quelli del ’76 furono concerti molto spettacolari sia dal punto di vista visivo che musicale (anche grazie alla presenza della doppia batteria, “The cinema show” e “Los endos” sono tra i momenti più forti dello show, ndr) e per questo abbiamo deciso di ricrearli. Come sempre, abbiamo avuto la fortuna e il privilegio di poter contare sul pieno appoggio degli stessi Genesis, in particolare di Mike Rutherford e di Tony Banks che ci hanno permesso di riascoltare i nastri originali delle canzoni nello studio di registrazione di proprietà della band, The Farm. Per noi il loro sostegno non è solo importante ma indispensabile, da ‘storici’ del gruppo quali ci sentiamo di essere sarebbe frustrante non poter accedere direttamente alle informazioni di prima mano e ai materiali originali utilizzati sul palco, luci, diapositive e strumentazioni vintage. Ci siamo guadagnati, credo, la loro fiducia, i Genesis sono coscienti del fatto che ci preme ricostruire i loro spettacoli con la massima accuratezza e questo probabilmente li rassicura. E’ stato decisivo anche il contributo dei membri delle crew di allora e dei designer originali degli show come Geoffrey Shaw e Theo Botschuyver: quest’ultimo aveva conservato l’impianto laser originale e con noi si è divertito a rivivere il suo passato”. Un problema, per il cantante, reinventarsi nel ruolo di Collins dopo che Levac non se l’è sentita di stare al centro della scena? “So che qualcuno era scettico, ma Denis è un eccellente attore oltre che un cantante molto dotato. Per lui, alla fine, si è trattato semplicemente di interpretare un’altra parte modificando la voce e il modo di muoversi sul palco. Ha avuto modo di visionare e di studiare molti filmati d’epoca, e non dimentichiano che il Collins di allora non ha nulla a che vedere con l’uomo calvo che canta ‘Sussudio’: nel 1976 Phil era un’altra persona che cantava in modo diverso, sul palco si muoveva ancora in modo piuttosto goffo e non si sentiva affatto a suo agio nel ruolo di frontman. Altrettanto impacciati erano Rutherford e Hackett, che in quel tour furono costretti a spartirsi con lui le presentazioni di alcuni canzoni. Tutto questo è riprodotto fedelmente nel nostro show”.
E poi? Il gioco è destinato a ripetersi all’infinito? “Finché ci sarà un pubblico interessato ad assistere alle nostre produzioni, saremo felici di portarle ancora in giro per il mondo”, risponde Lamothe. “Non siamo ancora mai stati in Asia, per esempio, e ci piacerebbe poter suonare anche lì”. Quando il discorso scivola sui temi dei diritti (quelli per la riproduzione di “The lamb”, su espressa richiesta di Gabriel, sono stati concessi per un periodo di tempo limitato) Sébastien svicola un po’, ma ci tiene a sottolineare di “non voler fare nulla che possa irritare i Genesis o non godere della loro piena approvazione. In fin dei conti lo scopo di tutto questo è di rendere omaggio al loro genio musicale e al loro essere stati diversi da chiunque altro. Pensa alla semplice efficacia delle “luci nere” utilizzate in ‘Foxtrot’, per me quella è un’immagine che rende alla perfezione la grandezza dei Genesis. Impersonandoli sul palco, ogni sera ci possiamo rendere conto di tutte le difficoltà che dovevano affrontare: strumenti pesanti e ingombranti che a volte fanno i capricci e smettono di funzionare, impianti luci arcaici che rendono problematico allestire effetti scenici per l’epoca molto complicati. Il tutto è lontano anni luce dagli standard moderni di una produzione musicale ma non fa che arricchiere il fascino dello show. Sono proprio le imperfezioni a renderlo più avvincente e realistico: è tutto live, non c’è nulla di pre-programmato. E gli errori sul palco fanno parte del gioco anche se non arriviamo al punto, come qualcuno sostiene, di riprodurli volutamente. Non siamo dei pazzi o degli schizofrenici che vivono un processo di identificazione totale, per quanto ci piaccia ogni tanto inserire episodi realmente avvenuti e frammenti di dialoghi 'storici' ad uso e consumo dei fan: una volta scesi dal palco, nessuno di noi ha la pretesa di essere uno dei Genesis. Non voglio sminuire le tante tribute band di questo o quell’artista, ma noi siamo diversi da tutti gli altri e ci abbiamo messo anni di duro lavoro a costruirci una reputazione. Non siamo come certi sosia dei Beatles che cambiano abito e parrucche più volte nel corso dello spettacolo, non ci interessano la farsa e il varietà. Indossiamo abiti di scena, questo sì, perché presentarci come vestiamo nella realtà interromperebbe il gioco, spezzerebbe l’incantesimo e l’illusione. Vogliamo che gli spettatori provino di persona la magia e la qualità quasi mistica di una vecchia performance dei Genesis”.
Gabriel è andato a vederli a Bristol con le figlie durante il tour di “Selling England by the pound”, Steve Hackett e Phil Collins sono addirittura saliti sul palco con loro, rispettivamente alla Royal Albert Hall di Londra e al Grand Casino di Ginevra. Ma Lamothe, sorpresa, i Genesis dal vivo non li ha mai visti. “Ero troppo giovane, quando portavano in tour i miei dischi preferiti come ‘Foxtrot’, ‘Selling England by the pound’ e ‘The lamb’, l’unico che posso ascoltare dall’inizio alla fine senza trovarci un solo momento debole. Ed è proprio il fatto di non averli potuti vedere con i miei occhi, i Genesis di allora, la molla che ha fatto scattare il desiderio di rivivere e far rivivere quei concerti. Non a caso, forse, i Musical Box hanno molti fan in Germania, un paese dove gli show originali, con qualche eccezione per ‘The lamb’, non arrivarono mai”. In Italia, storicamente una delle prime e più salde roccaforti dei Genesis periodo “prog”, la proposta dei canadesi ha invece attecchito più lentamente. “Questione di incontri giusti fatti nel momento giusto, forse”, riflette Sébastien. “Si tratta di trovare un promoter energico ed entusiasta disposto a credere e a investire in un progetto particolare come il nostro. Se ci pensi anche i Genesis degli inizi dovettero la loro fortuna a incontri di questo tipo. In Italia, nei primi anni Settanta, suonavano davanti a 10, 15 mila persone quando a New York facevano ancora ottocento spettatori. E il loro primo promoter in Nord America è stato un francocanadese come noi. Italia e Quebec, non c’è dubbio, sono accomunate da un amore antico e duraturo per i Genesis”.
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