Ma perché questa voglia di passato, e proprio ora? “Perché è al passato che sento il bisogno di guardare per potermi evolvere. Ai tempi di ‘Mediamente isterica’ mi sentivo ancora tra la terra e il mare, i miei sentimenti prevalenti erano l’inadeguatezza e la collera. Ora ho imparato a trattenerla, la rabbia, e mi piaceva l’idea di esaltare la luce di quel disco. L’ho voluto ricantare perché all’epoca, tuttora non so spiegarmene il motivo, la mia voce ne uscì sacrificata. Innaturale, come se fosse stata registrata a una velocità accelerata. Chissà, forse cercavo di imitare troppo Cait O’Riordan, forse ero troppo piccola per quelle canzoni, di cui oggi ho voluto far risaltare la melodia. Rileggendo i miei diari di allora, forse, potrei trovare una risposta”. L’idea, comunque, non è partita da lei: “No, è stata del mio produttore, Francesco Barbaro. Ho detto subito di sì perché non l’avevo mai digerito, il modo in cui suonava la mia voce in quel disco. E comunque questo è un album che non cambierei di una virgola, non come i primi due in cui ci sono cose acerbe che non mi sentirei più di ricantare: mi ci riconosco, sono ancora io, anche se allora ero una ragazzina di 24 anni e a ripensarci mi faccio anche un po’ di tenerezza. Di allora conservo il desiderio di non accettare compromessi, il vivere la musica come un bisogno assoluto”.
Però, intanto, non siamo più nel ’98: “Certo che no. Allora moriva Battisti, Benigni prendeva un Oscar, Pantani ‘il pirata’ vinceva Giro d’Italia e Tour de France nello stesso anno…E la musica italiana viveva un momento esplosivo, di grande speranza: ricordate i CSI primi in classifica? Oggi quegli spazi, quell’entusiasmo non ci sono più. Le radio e le tv sono molto più conservatrici, le case discografiche non coltivano il vivaio, non ci sono più club dove suonare e i giovani musicisti non hanno modo di crescere: io, al primo disco con la PolyGram, ci sono arrivata dopo tre sacrosanti anni di anticamera. E invece oggi se non hai il singolo per le radio nessuno ti ascolta, e a me vengono a dire che ‘Eva contro Eva’ è un disco difficile: ma mica è jazz, io faccio canzonette! Il problema è che chi decide le sorti della musica è in gran parte incompetente: ci vogliono professionisti seri, non maghi e santoni. Mi piacerebbe proprio sottoporre i direttori artistici delle nostre case discografiche a un esame elementare di solfeggio, mettergli davanti uno spartito e vedere cosa succede: eppure è un discorso semplice e logico, chi ha studiato da estetista mica si mette a progettare e costruire palazzi! Lo studio è importante, le rivoluzioni si fanno con la conoscenza: per questo non abbiamo più i nuovi Luigi Tenco, i Modugno e i Bruno Martino, per questo non ci sono più le nuove Mina, le Patty Pravo e le Vanoni, la signora assoluta della canzone: la cultura italiana si è come essiccata. Non c’è da vergognarsi, ad avere nostalgia di un certo passato: personalmente ho un pessimo rapporto con la tecnologia, non uso Internet e mi fa paura perché sulla rete tutti si fanno scudo dell’anonimato per dire cose spesso terribili. Io preferisco ancora scrivere lettere, macchiarmi di inchiostro. Essere artisti significa lavorare, reinventarsi, sforzarsi di essere originali. Siamo gli unici al mondo a vergognarci delle nostre musiche regionali, quelle che all’estero promuovono come world music. Io mi sto conquistando uno spazio in America proprio grazie a quello, difendendo la mia italianità e la mia sicilianità: così, un po’ per volta, sono passata da 50 a mille spettatori. E’ sulla musica dal vivo che bisogna investire, se non sai stare su un palco e non sai suonare sei finito, non vai da nessuna parte. I tempi sono cambiati”. Ascoltare oggi “Mediamente isterica”, magari, serve anche a ricordarcelo.