Negrita, 'Helldorado': 'La rinascita dopo la crisi: liberi, non barricaderi'

Negrita, 'Helldorado': 'La rinascita dopo la crisi: liberi, non barricaderi'
"E dire che noi, di stronzate, ne abbiamo fatte parecchie", confessa Pau, divertito, entusiasta e torrenziale, mentre presenta alla stampa il nuovo album dei Negrita, "Helldorado": "Tipo, come si fa a intitolare una canzone 'Io Pocahontas me la farei'?". Ma, scherzi a parte, di cose da dire che ne sono molte, perché la band di Arezzo di carne al fuoco ne ha messa moltissima: il nuovo disco, registrato tra Buenos Aires e la Toscana, ci restituisce una band quanto mai compatta, conscia delle proprie origini ma altrettanto consapevole della propria evoluzione. "Sì, perché 'Helldorado' è l'ideale prosieguo de 'L'uomo sogna di volare', ma se il disco precedente rappresentava per noi il primo approccio a certe sonorità, questo rappresenta l'evoluzione, l'epifania di un gruppo che ha maturato una certa padronanza dei linguaggi musicali, che ha recuperato le contaminazioni dei Mano Negra e dei Clash pur non dimenticando i capisaldi rock come Bob Dylan, Rolling Stones e altri. Un gruppo 'rinato', dopo la crisi che ci ha travolto con 'Zombie', dopo che nel 2003 siamo andati a Sanremo senza le idee chiare. Abbiamo passato un momento di crisi, ma adesso siamo rinati". Già, nella musica e nei temi. "Certo, perché quando arrivi a 40 anni, sei sposato e hai figli, o continui a scrivere di storie d'amore o inizi a parlare d'altro". E l'altro, in "Helldorado", è rappresentato dai problemi della società attuale, dalla tensione tra "primo" ed altri mondi, dall'ipocrisia di un certo "sistema Italia": "Sì, certo. Ma, per favore, non chiamateci 'barricaderi'. Non siamo schierati politicamente. Siamo solo musicisti che si limitano a dire quello che pensano. E se fare ciò, oggi, passa per un atteggiamento 'barricadero', è anche merito di una certa stampa asservita, che - seguendo in pieno il trend dettato dalla stragrande maggioranza degli italiani - vede il confronto, la dialetica ed il dissenso come qualcosa da reprimere o rimuovere. Anche per questo ci siamo allontanati dall'Italia: spesso, per vedere meglio le cose, devi allontanarti da esse. E se sei un artista è meglio. E se tutti gli artisti trovassero il coraggio di tirare fuori i coglioni e farlo, ne guadagneremmo tutti". Ma è proprio così a tinte fosche, il panorama che oggi vedono i Negrita? "No, ci teniamo a dirlo: non abbiamo fatto questo disco per parlare male di tutto, perché abbiamo visto dei nostri colleghi farlo e abbiamo capito che quella è una vena che si esaurisce molto presto. Noi diciamo quello che non ci piace, ma cerchiamo sempre anche di proporre un'alternativa, di essere costruttivi: c'è sempre una finestra di speranza su uno scenario grigio". E tra un omaggio a Joe Strummer in "Brother Joe" ("Era un personaggio unico, di una genuinità incredibilmente educativa: Strummer andrebbe insegnato a scuola"), le bonus track in cerca di collocazione ("Le troverete online") e una carrellata sul sentire artistico dei colleghi ("In questo momento sono pochi a parlare di certe cose: c'è il nostro amico Jovanotti, che lo fa in modo anche molto sottile, e Fabri Fibra: basti pensare a 'In Italia'), qual è il messaggio che i Negrita si sentono i affidare a chi li ascolta? "Quello che cantiamo nel ritornello di 'Salvation': ' We wanna a revolution / for the freedom's reconstruction'. Qui non c'è da fare una rivoluzione - almeno non armata - ma una ristrutturazione: perché il nostro mondo ha sempre più bisogno di una revisione, per andare avanti".
Il tour dei Negrita prenderà il via il prossimo 5 febbraio a San Benedetto del Tronto per chiudersi il 28 successivo a Bologna: tra le città che verranno toccate, non mancheranno Roma, Milano, Napoli, Torino e Padova.
Dall'archivio di Rockol - raccontano "I ragazzi stanno bene”, la loro canzone in gara a Sanremo 2019
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