NEWS   |   Pop/Rock / 02/10/2008

Donovan: 'Sono uno zingaro bohémien, non un nostalgico dei Sixties'

Donovan: 'Sono uno zingaro bohémien, non un nostalgico dei Sixties'
Quasi non bastano le tre ore di “Sunshine Superman”, film documentario di Hannes Rossacher appena uscito su un doppio dvd ricco di bonus (altri 135 minuti di outtakes, promo video, esibizioni in concerto e in tv) , per raccontare in dettaglio la vita avventurosa di Donovan Leitch. Il poeta e cantastorie scozzese, tornato in piena azione (lo abbiamo visto di recente in Italia per il festival Suoni & Visioni e il Premio Caruso-tributo ai Beatles trasmesso in tv da RaiUno) e prossimo a pubblicare un disco a lungo atteso, “Ritual groove”, ha vissuto una vita da zingaro puntellata da affetti duraturi: l’amore per Linda Lawrence, sua musa e poi moglie, soprattutto, ma anche l’amicizia con Gypsy Dave, inseparabile road manager oggi scultore in Grecia ma ancora in contatto col suo ex compagno di strada. “Perché”, spiega Donovan a Rockol, “anche gli zingari hanno famiglia. Quel che conta è il desiderio di continuare a esplorare il mondo e il futuro, lo stato d’animo votato alla peregrinazione e alla ricerca”.
Protagonista e al tempo stesso testimone di eventi epocali, negli anni Sessanta della sua fioritura umana e artistica Donovan era ovunque era imperativo esserci. Con Dylan a Newport (il fatidico 1965), nel Village e in giro per gli States. Con i Beatles in India, nell’ashram dello yogi Maharishi Mahesh. Nel cuore della Swinging London e tra gli hippie dell’isola di Wight. Non può essere stato un caso… “No, non lo era, e neanche un colpo di fortuna. Io volevo esserci, perché allora si trattava di reinventare se stessi. Quando avevo sedici anni facevo già il bohémien alla scuola d’arte e suonando nei caffè del Regno Unito. Avevo già in testa un’idea precisa, far parte di quel mondo che voleva riportare nella cultura popolare l’arte, la poesia, la filosofia e la canzone di protesta. Era una missione, per noi musicisti folk, entrare nel mondo del pop. In America c’erano Woody Guthrie e Pete Seeger, Joan Baez e Joni Mitchell, Bob Dylan e Neil Young, da questa parte dell’Atlantico c’ero io. Con il mio primo disco cercai una combinazione tra modernità e musica tradizionale, canzone pop e messaggio come in America facevano i Byrds, Young, Stephen Stills, i Lovin’ Spoonful, The Mamas and The Papas. Volevo mescolare il folk al jazz, al blues, alla musica classica e alla musica indiana. Conobbi Derroll Adams, Buffy Saint Marie, la Baez e Dylan, che a sua volta mi presentò i Beatles. Era facile incontrare i propri miti, allora, perché i posti dove suonavano erano sempre gli stessi, a Londra come a New York”. Già i Beatles: tanto si è detto e scritto di quel viaggio in India e del disincanto che spinse John Lennon a scrivere “Sexy Sadie”. “Fu un’esperienza molto importante per tutti noi”, sostiene Donovan. “Da tempo, con John e George Harrison, discutevamo di come fosse possibile cambiare il corso delle cose in Occidente, in un momento di grandi sofferenze e di timore di una guerra nucleare. Inizialmente cercammo la risposta nelle droghe, con il peyote, la mescalina e l’Lsd iniziammo a scorgere i sentieri nascosti e le interconnessioni esistenti nell’universo. Poi capimmo che la risposta non era lì, ma nella meditazione trascendentale. Con i Beatles condividevo una missione, volevamo usare la nostra popolarità per contribuire a rendere la terra un posto migliore dove vivere. Cominciammo a scrivere di questo futuro possibile. ‘Sexy Sadie’? La storia ha un finale diverso, John cambiò idea e George porse le sue scuse allo yogi. Fu una montatura messa in piedi da un amico geloso di Lennon. John era una persona di grande spiritualità, un convinto assertore della trasformazione della società. Non era religioso, no: ma la meditazione non è una religione, è una tecnica. Le sequenze in bianco nero filmate nell’Ashram sono opera della Rai, ricordi?” (Apparvero infatti in una puntata di Tv7, programma di approfondimento giornalistico della tv pubblica, e oggi circolano regolarmente su YouTube).
Il percorso musicale di Donovan non è stato meno avventuroso: dalle scintillanti produzioni pop-psichedeliche di Mickey Most (“Sunshine Superman”, “Yellow yellow”, “Hurdy gurdy man”, “Jennifer Juniper”, “Barabajagal”) a quelle spartane di Rick Rubin: “E’ la canzone a suggerire il colore più adatto, un demo per chitarra e voce è come lo schizzo da cui prende forma un quadro. Capita allora che una canzone profumi di fiori di gelsomino e richieda un clavicembalo, e un’altra più notturna esiga il suono di un violoncello. Io do il la alla canzone, ma è lei poi a richiedere un certo tipo di suono. Quando incontrai il mio primo arrangiatore, John Cameron, gli spiegai che le mie canzoni erano come dei piccoli film, a volte opere d’essai a cui basta l’aggiunta di un flauto, altre volte dei kolossal alla Zeffirelli che invocano l’intervento di un’intera orchestra. Con l’album ‘Sutras’, nel 1996, ho sentito il bisogno di tornare alle radici. Rubin fece la scelta di non mettere neanche un pizzico di eco sulla voce, nessun effetto sulle chitarre, tornando alle pure origini del suono”. Quel che non ha mai perso, mr. Leitch, è l’amore per le fiabe, per le canzoni che sembrano filastrocche per bambini. “Centocinquanta anni fa”, spiega, “miti e leggende erano destinate anche a un pubblico adulto, solo dall’epoca vittoriana in poi sono stati associati a un genere di letteratura infantile. E anche se parlano di streghe, stregoni e draghi le storie della tradizione celtica raccontano la vita di noi tutti, hanno un profondo significato simbolico. Ci dicono, per esempio, che il mostro è dentro di noi. Che noi possiamo essere gli eroi e le eroine della nostra vita. E che la principessa rinchiusa nella torre è la parte femminile della nostra psiche che dobbiamo riuscire a liberare. Per questo mi affascinano tanto…ambientate in un tempo e in terre lontane ci proiettano in un territorio magico, nel profondo della psiche. L’effetto che producono è straordinario, è come guardare un grande dipinto o un film del mio amico David Lynch (anche lui, come Donovan, promuove la diffusione della meditazione, ndr) con tutte quelle sequenze di impronta fiabesca. Io stesso ho inciso molte canzoni per bambini perché quelle dei film disneyani non sono abbastanza profonde, non hanno una lezione da insegnare. L’ho fatto per aiutare i bambini a immergersi in uno stato d’animo in cui possano sognare la loro vita. Perché a questo, ne sono convinto, servono miti e leggende; a costruirci un futuro attraverso i sogni”. A un certo punto, con l’avvento del punk, quel modo “Sixties” di pensare sembrò diventare obsoleto, Donovan e i suoi compari hippie quasi un bersaglio da colpire (siccome poi i cicli si chiudono e si riaprono, il docufilm “Sunshine Superman” ci ricorda che oggi lo scozzese è l’idolo di giovani musicisti come Starsailor, Devendra Banhart e The Future Sound Of London). “I punk facevano musica arrabbiata, ma non era verso di noi che quella rabbia andava indirizzata: piuttosto verso i governi, la chiesa, il sistema scolastico. Non mi sono mai sentito attaccato, e in fondo non c’era niente di così nuovo: non erano punk anche gli Who, nei Sessanta? E il teatro dell’assurdo degli anni Venti, il movimento dadaista… La musica punk dei Settanta, se ci pensi, è il frutto di un paradosso: composizioni musicali che propugnano l’anarchia e il caos, ma comporre l’anarchia è quasi una contraddizione in termini. E comunque era giusto dare un calcio anche agli anni Sessanta, creare una nuova forma di ribellione. I Sessanta hanno aperto una porta, come il Rinascimento in Italia: attraverso quella porta abbiamo fatto passare grandi conquiste come la libertà di parola e l’accesso all’informazione. Ma chiuso quel decennio anch’io mi sono mosso in altre direzioni, anch’io ho sentito il bisogno di lasciarmelo alle spalle. Proprio come i punk”.
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