Jesse Harris: un newyorkese innamorato del Brasile

Jesse Harris: un newyorkese innamorato del Brasile
Eccola qui, l’incarnazione del moderno artista tuttofare: session man, indie rocker, cantautore, jazzofilo, produttore, scopritore di talenti, compositore per il cinema, discografico indipendente e chissà cos’altro ancora. Trentotto anni, occhiali a montatura nera e aria arruffata che fanno tanto intellettuale newyorkese, Jesse Harris ha già sette album solisti in carniere. Eppure il suo miglior biglietto da visita resta la firma apposta in calce a “Don’t know why”, il mega-hit che ha fatto conoscere al mondo Norah Jones. “Un’amica”, ci racconta in un albergo milanese, “l’ho incontrata quand’era ancora una studentessa all’Università del Texas e a un certo punto abbiamo anche messo su un gruppetto insieme. Siccome agli inizi aveva poco repertorio, dal vivo cantava spesso le mie canzoni”. Venne subito utile anche quella ‘Don’t know why’ che Harris aveva già inciso nel 1999 in un disco a lui intestato con i Ferdinandos: immaginavano, i due, cosa sarebbe successo di lì a poco? “Beh, ero convinto che fosse una bella canzone e che con la sua voce sarebbe potuta diventare un successo. Ma mai avrei pensato a una cosa del genere, io credevo che Norah sarebbe diventata una nuova Cassandra Wilson. Quell’esperienza mi ha insegnato una cosa: perché una canzone diventi un successo popolare è necessario il verificarsi di una straordinaria concatenazione di eventi. Norah incise due versioni del pezzo e alla fine, giustamente, preferì la prima. Poi la casa discografica la scelse come singolo, e comunque se Norah non fosse diventata famosa nessuno l’avrebbe ascoltata… Credo di avere scritto altre canzoni con lo stesso potenziale, solo che in quelle occasioni non si è presentata l’opportunità giusta: tutto lì”. Una cosa è assodata: la Jones non è l’unica a trovarsi a suo agio con le canzoni di Harris, entrate nel repertorio di artisti diversi come Pat Metheny (anche lui s’è cimentato con “Don’t know why”) e Madeleine Peyroux. “Sarà che quando ho cominciato con il primo gruppo, gli Once Blue, scrivevo per la voce di una cantante, Rebecca Martin. Dall’inizio mi sono ficcato in testa l’idea di comporre canzoni che potessero vivere di vita propria. Amo la semplicità, oggi mi viene spontaneo scrivere canzoni brevi e concise. È una cosa che ho imparato suonando sul palco con musicisti sconosciuti. Più la canzone è immediata, più è facile che gli altri la capiscano e si immedesimino. Forse è per questo che molte mie composizioni si prestano all’interpretazione altrui”. Mai come nella colonna sonora del film “The hottest state” di Ethan Hawke, presentato a Venezia due anni fa con il titolo “L’amore giovane” e circolato brevemente nelle sale italiane: lì, col repertorio di Harris si cimenta un impressionante cast di assi del country, del jazz e dell’indie rock americano. Complicato? Niente affatto: “Quando è arrivato il momento di pensare alla soundtrack io e Ethan abbiamo compilato una nostra lista dei desideri” spiega Jesse, ingaggiato nel progetto nel ruolo di coproduttore esecutivo. “E’ grazie a lui che ho potuto permettermi Willie Nelson: incontrarlo è stata una svolta nella mia vita di musicista, così come lo era stato collaborare con Solomon Burke. Il supervisore musicale del film ci ha portato gente come Emmylou Harris e i Black Keys mentre io conoscevo di mio Brad Mehldau, Feist e Bright Eyes, con cui avevo suonato in passato. E poi c’era Norah, che non poteva dirmi di no. Incredibile che tutti abbiano accettato di esserci, un vero colpo di fortuna”. La sintonia tra Jesse e l’attore regista è diventata stretta come quella tra Aimee Mann e Paul Thomas Anderson sul set di “Magnolia”: “Era il soggetto stesso del racconto a richiederlo, dal momento che alcuni personaggi del film, a cominciare dalla protagonista femminile, sono dei cantanti. Mi sono divertito, però non ho l’ambizione di diventare un nuovo Danny Elfman, un autore specializzato in colonne sonore. In questo momento sono troppo concentrato sui miei dischi”. Il più recente, “Feel”, risale al 2007 e a fine mese esce finalmente anche in Italia per Ponderosa Music & Art (distribuzione I.R.D.), oltre che su iTunes. Ma intanto Harris ha già pronto il seguito, “Watching the sky”, che pure non dovrebbe arrivare sul mercato prima dell’anno prossimo. “Sono partito dalla strada intrapresa con ‘Feel’ e mi sono spinto un passo più in là”, anticipa Jesse. “Quell’album metteva in primo piano le percussioni così come il precedente, ‘Mineral’, era basato sul suono dell’organo. Allora però avevo usato una sezione ritmica convenzionale, mentre stavolta non c’è batteria ma solo le percussioni di Mauro Refosco. Con lui spero di potermi esibire di nuovo in duo, magari anche in Italia a novembre. Lo abbiamo già fatto ed è stato uno spasso: lui a occuparsi della ritmica, io a suonare il banjo a sei corde. Nel disco nuovo suona anche Tony Scherr, mio vecchio compagno di band nei Ferdinandos. Sono andato alla ricerca di sonorità più mosse: certe canzoni, finché le suoni da solo alla chitarra acustica, possono sembrare anche troppo soffici ma con un bel ritmo in sottofondo le cose cambiano”.
Ascoltando “Feel” e il suo equilibrato dosaggio di melodia pop americana e ritmi “world” viene spesso in mente Paul Simon. Jesse annuisce: “Vero, è un artista bravissimo a incorporare nel suo stile musiche di altra provenienza. Prima di incidere ‘Feel’ mi sono riascoltato canzoni come ‘Me and Julio down by the schoolyard’ e ‘Mother and child reunion’, mi interessava proprio l’uso che Simon fa delle percussioni”. E il reggae di “Fire on the ocean”? “Non era pianificato, ho cominciato a strimpellare quel ritmo alla chitarra e ho subito pensato che sarebbe stato divertente adattarlo alla band. Adoro U-Roy, i suoi dischi dei primi anni Settanta”. Non solo, perché Jesse è un uomo di gusti eclettici: “Tra i cantautori, i miei preferiti sono Bob Dylan e Joni Mitchell, e sono un grande fan di Duke Ellington e di Bill Frisell. Ma ultimamente vado matto per la musica brasiliana, Gal Costa, Caetano Veloso e soprattutto Jorge Ben, ‘A Tábua de Esmeralda’ e ‘Força bruta’ sono dischi meravigliosi. Dei brasiliani mi colpisce la sofisticatezza armonica, pari a quella dei grandi standard jazz americani; in più hanno quegli straordinari ritmi in sottofondo. ‘Feel’ avrei voluto andare a inciderlo in Brasile ma c’erano troppe difficoltà organizzative. E poi volevo registrarlo velocemente (difatti: il lavoro in studio non ha preso più di tre giorni, ndr), perché mi piace cercare di catturare la performance, il momento. Se hai fretta e poco tempo a disposizione non c’è niente di meglio di New York”.
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