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NEWS   |   Cinema / 05/09/2008

Anton Corbijn: 'Vedo la vita in bianco e nero'

Anton Corbijn: 'Vedo la vita in bianco e nero'
Capelli bianchi e abito nero, Anton Corbijn è come te lo immagini: un uomo in black & white . Fotografo, video maker e regista cinematografico notissimo agli appassionati di musica rock per i suoi lavori con U2, Depeche Mode, Joy Division, P.I.L., Nirvana, Nick Cave, Coldplay e moltissimi altri, nelle immagini in bianco e nero ha trovato se stesso prima ancora che una cifra stilistica. “All’inizio è stata una scelta dettata da ragioni squisitamente pratiche”, spiega. “Scattando in bianco e nero potevo svilupparmi le foto da solo, a casa mia. Ma poi, col passare del tempo, mi sono accorto che rifletteva al meglio il mio modo di guardare alle cose. Era il transfert perfetto per la mia personalità. E poi il mio primo ingaggio è stato all’NME, che stampava solo foto in bianco e nero”. Di passaggio a Venezia per presentare una retrospettiva dei suoi videoclip all’interno della rassegna di Circuito Off dedicata ai corti cinematografici, ci tiene a ribadire di non essere un artista rock: ma a cui il rock ha regalato inizialmente, come a Wim Wenders, una ragione per vivere. “Sì, alla musica ho dedicato interamente i primi quindici anni della mia vita professionale. E la musica mi ha aiutato a uscire dal mio stato di timidezza adolescenziale”. Però… “Però essere un fotografo rock, per me, significa seguire i concerti a bordo palco e ritrarre gli artisti sulla scena: cosa che io non faccio. Le mie foto non ritraggono lo stile di vita rock’n’roll, cercano piuttosto di scavare nella personalità interiore degli artisti, musicisti, pittori, scrittori o attori che siano”. Non ha ragione Bono, allora, quando dice che Corbijn non fotografa i musicisti ma la musica? “Fino a un certo punto. Quando mi trovo davanti a un gruppo, in effetti, è la musica che ho in mente: stipare quattro persone in un’inquadratura significa già manipolare l’ambiente. Pensa alla mia foto dei Joy Division più famosa, quella che li ritrae nel tunnel della metropolitana: ecco, per me quello è uno scatto che simboleggia la loro musica. Ma quando il soggetto è uno soltanto, quel che mi interessa è la sua personalità, lo studio di carattere”.
I Joy Division, a proposito: il primo amore di Corbijn. “Per questo il film che ho realizzato su Ian Curtis, ‘Control’, è così importante per me. Parla di cose che mi riguardano perché ho vissuto personalmente quel periodo. E’ stato anche un bel modo di chiudere un ciclo, oggi dopo 29 anni sono tornato a vivere in Olanda” “I Joy Division”, aggiunge Anton, “mi piacquero subito. Intuitivamente, perché all’epoca non parlavo bene l’inglese e non capivo di cosa cantasse Ian. C’era un che di deprimente nella loro musica, una disperazione che mi risultava familiare, allora: avevo 24 anni ma mi comportavo come un diciottenne…Gli stati depressivi hanno questo di strano: che in qualche modo ti recano conforto. Non voglio farla più semplice di quel che è, ma è successo tutto in modo naturale. All’epoca alla carriera non ci pensavo proprio, eppure trasferirmi in Inghilterra è stata la mia più grande fortuna professionale. E dopo dodici giorni che ero lì ho incontrato i Joy Division, i miei idoli. Un bene? Un male? Mah, più conosci le cose e le persone da vicino e più il mistero si dirada, svaniscono le immagini, le illusioni e le fantasie che ti eri creato nella tua mente: in qualche modo devi accettare un compromesso Ma ancora oggi penso che la musica dei Joy Division sia potente e immortale, grande rock’n’roll primitivo, testi dai significati profondi. Per questo continua a ispirare tante giovani band”. Per “Control”, pluripremiato a Cannes l’anno scorso e finalmente in uscita in Italia (a fine settembre, pare), Corbijn si è basato sui suoi ricordi personali e su quelli delle persone che hanno vissuto vicino a Ian Curtis: prima fra tutte la moglie Deborah, il cui libro autobiografico “Touching from a distance” (“Così vicino, così lontano” nell’edizione italiana a cura di Giunti) ha rappresentato il testo base su cui si è sviluppata la sceneggiatura di Matt Greenalgh. “Però non l’ho commissionata io, essendo stato coinvolto nel progetto solo in un momento successivo. Non era lineare: ho dovuto tagliarla, e modificarla parecchio, per sentirla mia. Non sono bravo a lavorare sulle idee degli altri, per questo non sono a mio agio con la pubblicità. Ho bisogno di conservare un senso di avventura in quel che faccio”. Concorda, Corbijn, con la tesi di Debbie? Davvero Ian progettava il suo suicidio da quando aveva sedici anni? “Non lo so, sono solo congetture. Mi viene da pensare che siano state le circostanze, e l’epilessia, a tirar fuori gli aspetti più negativi della sua personalità. Ma non credo che lo abbia fatto perché abbagliato dall’immagine degli eroi del rock’n’roll morti giovani, come pensa Deborah. D’altronde il suo libro è stata la fonte principale di informazione, ma non l’unica. Nel film c’è anche il punto di vista di Annik, l’amante di Ian che è stata importantissima nel suo ultimo anno di vita, e quello dei suoi compagni di band. Diciamo che non è stato facile mediarli, dal momento che si parla di fatti ancora relativamente freschi nella memoria. Le rimostranze della band? Ovviamente un film è sempre una rappresentazione della realtà, avevo solo due ore a disposizione per raccontare sette anni di vita di una persona. A me risulta che il film gli sia piaciuto molto, gliel’ho fatto vedere prima che registrassimo la colonna sonora e sono venuti alle prime di Cannes e di Londra…Semmai mi hanno fatto notare che ho ritratto Ian con troppa benevolenza. Era molto più bastardo di quel che appare nel film, mi ha detto uno di loro. Bernard (Sumner), mi pare. E’ vero che l’attore che lo interpreta, Sam Riley, ha aderito così emotivamente al personaggio che ti ritrovi a parteggiare per lui”. Una cosa è certa: “Control” non ha nulla di certi fiammeggianti biopic musicali come “Doors” di Oliver Stone. Né assomiglia lontanamente al film di Michael Winterbotton dedicato alla scena di Manchester di quegli anni, “24 hour party people”: niente glamour, nella livida storia raccontata da Corbijn. “Sarà il retaggio della mia educazione protestante, ma il glamour e la pompa non sono mai stati il mio forte. Quando in Inghilterra esplodevano David Bowie e i T-Rex io ero ancora in Olanda, nella mia piccola città, a cercare di capire cosa fare di me stesso e della mia vita. ’24 hour party people’è una caricatura ma mi è piaciuto molto, a parte il modo in cui descrive Curtis e il suo suicidio: la tv accesa sulla scena del pollo danzante (da “La ballata di Stroszek” di Werner Herzog), e il suo corpo che penzola dall’alto. Non è così che si è ucciso, Ian: lo ha fatto buttandosi in ginocchio con il cappio stretto intorno al collo. Fino all’ultimo avrebbe potuto rialzarsi, ma non lo ha fatto”.
Non si sente glamour, Anton, però lavora con le rock star: “Il massimo del compromesso si realizza quando lavoro con gli U2 (anche per il disco di imminente pubblicazione) perché Bono è abituato a pensare in grande, ai grandi allestimenti scenici. Si tratta di tradurre le sue idee in una cosa mia, è così che nascono le immagini degli U2: immagini che raccontano delle sue aspirazioni ma che risultano terrene, comprensibili a tutti”. Fare film è un’arte diversa da far foto e videoclip? “Sì, completamente differente. Si tratta di lavorare con molte persone, di pianificare in anticipo immagini e inquadrature. E di raccontare una storia lungo un arco prolungato di tempo. Qualcuno sostiene che il mio film assomiglia alle mie fotografie, ma io non la penso affatto così: tanto per cominciare ho usato delle luci artificiali, e nelle mie sedute fotografiche non lo faccio mai. E comunque non era la mia principale preoccupazione, la fotografia del film. Quella è una cosa che mi viene facile, potrei anche farla ad occhi chiusi. Piuttosto ho dovuto lavorare sodo sulla costruzione dei dialoghi, e nel coordinare il lavoro degli attori”.
Oltre che con gli U2, è appena tornato a lavorare con i Depeche Mode. E poco prima con i Coldplay, per il secondo videoclip del singolo “Viva la vida”. “Con loro avevo già fatto ‘Talk’, il video in bianco e nero con il robot. E Chris Martin è un mio amico, vivevamo nella stessa via di Londra anche se la sua casa era più grande della mia…Appena tornato in Olanda mi ha chiamato chiedendomi di fare un videoclip a basso costo. Ricordi il filmato di ‘Enjoy the silence’ dei Depeche Mode, quello con il re con la sedia a sdraio? Siccome il testo di ‘Viva la vida’ si ispira a quelle immagini, Chris mi ha proposto di fare una cover del video del 1990! Mi è piaciuta, l’idea. Erano due anni e mezzo che non giravo un videoclip”. Anche perché c’è il cinema, ormai, a assorbire buona parte del suo tempo. Come sarà il nuovo film che ha in programma di girare l’anno prossimo? “Sarà a colori. Racconterà una storia immaginaria. E non avrà niente a che fare con la musica”.


Estratti dell’intervista di Rockol ad Anton Corbijn saranno pubblicati la settimana prossima nell’ambito della sezione MusicVideos del sito.
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