Sanremo, ultimo giorno: qualche riflessione

Sanremo, ultimo giorno: qualche riflessione
Il bello di Sanremo è che finché dura non si parla d'altro, appena è finito lo si archivia il più rapidamente possibile. E allora, visto che ai lettori di Rockol il Festival - crediamo - interessa più come fatto di cronaca che come occasione musicale, approfittiamo di qualche minuto di relativa tranquillità nel sabato pomeriggio (grazie all'astronauta Neil Armstrong, first man on the moon, che ha annullato la sua conferenza stampa prevista per le 16) per cominciare a tirare un po' le somme, prima che sia troppo tardi per scrivere anche solo la parola Sanremo.

Dunque, com'è andato questo Festival? Secondo noi, né bene né male: e questo, dal punto di vista del cronista, è un difetto, perché sono soltanto i fatti eclatanti quelli che danno rilievo e visibilità al ruolo del raccontatore e che suscitano la curiosità del lettore. Non vorremmo parlare di televisione, perché non è il nostro argomento specifico, e perché comunque qui dalla sala stampa dell'Ariston non abbiamo potuto assistere in condizioni accettabili alle trasmissioni (pessima qualità audio e video, affollamento, distrazioni e altri lavori in corso). Parliamo di musica: e dei quattordici giovani in gara.
Alex Britti, secondo noi, si è guadagnato la vittoria più grazie al successo della scorsa estate che grazie ai meriti del brano presentato qui (che comunque non è sgradevole). Filippa Pecorella, in arte Giordano, dovrà dimostrare di meritarsi gli elogi raccolti dalla stampa amica di Caterina Caselli Sugar: anziché una versione femminile di Andrea Bocelli, rischia di diventare una versione anno Novantanove di Giuni Russo.

Leda Battisti è ancora in debito di personalità per essere davvero un personaggio; Arianna - bella voce, presenza telegenica - sta compiendo scelte di repertorio opinabili; Daniele Groff cresce, ma più verso gli anni Sessanta (Bee Gees, Mindbenders - quelli di "A groovy kind of love") che verso il 2000; Elena Cataneo ci pare, per ora, più una curiosità che una giovane promessa; su Francesca Chiara avevamo espresso interesse dopo il Sanremo Famosi di novembre, ma la scelta di look e di canzone compiuta per il Festival non ci ha convinti del tutto; Max Gazzé, lo sapete, ci piace già, e ci pare che abbia utilizzato al meglio la vetrina sanremese, per incrementare la propria riconoscibilità; su Allegra preferiamo non esprimerci ora, e per usare un'espressione diplomatica diremo che l'attendiamo a prove future; i Soerba sono simpatici, ma non potranno rifare sempre lo stesso pezzo con titoli differenti; sui Quintorigo non condividiamo del tutto gli entusiasmi dei colleghi, ma riconosciamo volentieri le loro qualità di musicisti; Boris, o "Backstreet Boris", come ormai lo chiamano tutti, ha gettato via una buona occasione con un pezzo debole; i Dr.

Livingstone temiamo abbiano peccato di eccesso di preesunzione; a Irene La Medica confermiamo la nostra stima e simpatia, e secondo noi il suo pezzo è molto carino (dovrebbe aver fortuna nelle radio).


Capitolo "superospiti italiani". Secondo noi, non ci sarebbero dovuti essere; visto che c'erano, hanno utilizzato con efficacia l'opportunità. Gianni Morandi, Riccardo Cocciante (italiano?), Ivano Fossati, Franco Battiato hanno contribuito allo spettacolo, non al Festival della canzone. Se così doveva essere, così è stato.
Capitolo "ospiti stranieri": senza scendere nei dettagli, l'unica caratteristica che li ha accomunati è la regia. Beldì è bravo, ma riprendere la musica (vedi il caso R.E.M.) non è il suo mestiere. E per oggi basta. Per qualche osservazione sui risultati finali, e sulla classifica dei big, vi diamo appuntamento a questa notte.
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