Little Feat: & friends: 'Una band un po' scentrata, ora come allora'

Little Feat: & friends: 'Una band un po' scentrata, ora come allora'
Sono nati su istigazione di Frank Zappa (Lowell George, una delle Mothers Of Invention, stava diventando troppo ingombrante anche per lui). Hanno consegnato ai posteri l’inno ufficioso dei camionisti americani (“Willin’ ”, una delle più belle canzoni da strada di tutti i tempi). Sono stati, senza discussione, una delle più formidabili macchine da musica degli anni Settanta (album come “Sailin’ shoes”, “Dixie chicken” e il doppio live “Waiting for Columbus” stanno lì a dimostrarlo). Poi, a fine decennio, sono cominciati i guai. Lowell, il faro del gruppo, si è spento, stroncato dalle droghe, dal sovrappeso e dal cuore malato. Gli altri hanno sbandato, si sono fermati. Poi hanno ripreso a macinare chilometri, dischi e concerti. Mica li si poteva abbandonare così, senza uno straccio di contratto discografico… Jimmy Buffett, amico di vecchia data, è venuto in soccorso invitandoli nel suo studio galleggiante di Key West, Florida e offrendosi di pubblicargli un disco, “Join the band”, che è un puzzle colorato di classici Feat e di standard rock confezionato con un grande aiuto degli amici: Buffett, ovviamente, ma anche Emmylou Harris, Bob Seger, Dave Matthews, Chris Robinson dei Black Crowes, il grande chitarrista slide Sonny Landreth, il bassista dei Phish Mike Gordon, il mandolinista Béla Fleck, il violinista Sam Bush, le stelle del country Vince Gill e Brooks and Dunne. Più Inara, la figlia trentaquattrenne di George che qui rivisita “Trouble”, la canzone che mamma Liz le cantava quand’era bambina. I Little Feat segnano il loro territorio, un nuovo album di inediti – l’ultimo, “Kickin’ it at the barn”, risale al 2003 – è rimandato a data da destinarsi. “Qualche idea per la testa ce l’avremmo anche, ma bisogna trovare i soldi e poi negli ultimi quattro anni siamo stati praticamente sempre in tour” spiega Bill Payne, unico membro fondatore mai uscito dal gruppo (il batterista Richie Hayward, anche lui nella formazione iniziale, scontò un licenziamento temporaneo da parte di George). “Ci sono anche dei problemi logistici. Io vivo tra il Michigan e il Montana. Shaun (Murphy), la cantante, sta a Nashville…insomma, non è sempre facile incontrarsi. Cosa faremo in futuro, non lo so. Vediamo come va questo disco, prima. Quando l’ho contattato, Ronnie Dunn mi ha chiesto se si trattava di un album tributo. Gli ho detto di no, che non era questa l’intenzione. Volevamo solo rifare le canzoni che ci piace ancora suonare, riportare il gruppo sotto la luce dei riflettori, invitare chi non ha familiarità con i Little Feat a fare la nostra conoscenza approfittando della presenza dei nostri ospiti”. Intanto, anche assemblare “Join the band” non è stato uno scherzo. “Ci sono voluti tre anni e mezzo buoni per completarlo, è stata un’impresa convincere tutta questa gente a partecipare. L’idea era nata molto tempo prima…Se ci sono voluti nove anni per completare un film come ‘Amadeus’, beh, noi ci siamo andati vicini! Anche Jimmy (Buffett), che ci ha dato un aiuto fenomenale, all’inizio era stato costretto a nicchiare. L’unico a dirci subito di sì è stato Dave Matthews, un uomo generoso ed eccezionale. Io e Paul Barrère lo avevamo visto in concerto, una sera che aveva suonato ‘Dixie chicken’, e lo abbiamo invitato subito a incidere con noi. Quattro anni dopo, era ancora disponibile”. Molti duetti e partecipazioni di “Join the band” sono nati così, un po’ per caso, “e ne è venuto fuori un disco un po’ scentrato, nella più pura tradizione Little Feat”, dice Payne. “Noi non procediamo mai lungo una linea retta. Alcune canzoni le abbiamo scelte semplicemente perché ce l’hanno chiesto. ‘Something in the water’, il rock'n'roll cantato da Seger, è qui perché lo ha voluto Mac McAnally, l’amici che con me ha prodotto il disco. E ‘See you later alligator’ l’abbiamo fatta su richiesta di Jimmy. Come sempre con i Feat, è difficile affibbiare un’etichetta a quel che facciamo”. Altri brani, come “The weight”, rinfocolano vecchi legami musicali: “Con la Band, e soprattutto con Levon Helm, abbiamo sempre sentito una forte affinità”, conferma il virtuoso tastierista dei Feat, studi classici, a suo agio con la fusion come con l’honky tonk. “In generale, ‘Join the band’ è un disco che parla di influenze musicali incrociate: quelle che i Little Feat hanno esercitato su altri gruppi, e quelle che di riflesso abbiamo assorbito noi. L’arrangiamento rallentato di ‘Fat man in the bathtub’, un’idea di Paul Barrère, risente dell’atmosfera rilassata della Florida e delle Keys. Quello per violino di ‘Sailin’ shoes’ è un contributo di Sam Bush, che a sua volta l’ha ‘rubato’ dalla vecchia versione di Robert Palmer. Io volevo una via di mezzo tra il bluegrass e i Grateful Dead: la seconda parte del brano, dove salgono al proscenio organo e pianoforte, è un omaggio esplicito alla band di Jerry Garcia. C’è Mike Gordon al basso, nella nostra versione di ‘This land is your land’, e sappiamo bene quanto i Little Feat abbiano influenzato i Phish. Di riflesso, anche noi siamo stati ispirati dalla loro scioltezza nell’affrontare le jam strumentali. L’improvvisazione è sempre stata un elemento importante della nostra musica. Così l’eccentricità, che io, Lowell e Richie abbiamo sempre coltivato. E l’eclettismo: quando iniziammo mettemmo subito in chiaro che non avremmo avuto limiti, ci piacevano John Coltrane e Frank Zappa, Buddy Holly e Ray Charles, e volevamo tenerci aperti a qualunque genere musicale. Oggi è la stessa cosa.
Molti brani, qui, raccontano del talentaccio geniale e disordinato di Lowell George. “Un uomo con cui è impossibile convivere, ma di cui è ancora più impossibile fare a meno”, secondo uno che lo conosceva bene. Payne ridacchia: “Non ricordo l’autore di quella frase. Ma a parte la sua abilità nello scrivere canzoni e nel suonare la chitarra slide, Low era straordinario nel fraseggio vocale. Si loda sempre Frank Sinatra per la sua capacità di piazzare la nota giusta al momento giusto, ma lui non era da meno. E poi aveva un talento speciale nel circondarsi di gente interessante, un fiuto particolare nello scoprire grandi artisti… gente come Emmylou Harris, Rickie Lee Jones o Bonnie Raitt, di cui a un certo punto noi tutti eravamo innamorati. Era un magnete, Low, che attirava la buona musica, aperto come uomo e come musicista”. Vi manca? “Ci manca eccome, e so bene che c’è ancora gente che pensa che senza di lui i Little Feat non abbiano ragione di esistere. Ma se è per questo, c’è anche qualcuno che non ha mai perdonato a Dylan di avere imbracciato una chitarra elettrica. Una volta certe cose mi facevano arrabbiare, oggi sapere che una parte del pubblico è ancorata al passato non mi dà più fastidio. Ci sono persone che vengono ai nostri show e se ne vanno dopo qualche canzone. La maggior parte, però, resta ad ascoltarci e torna anche la volta successiva. Una band è un’entità speciale, e anche se il contributo di Lowell era importantissimo lui non era i Little Feat, così come Robbie Robertson non era la Band. Qualche giornalista ogni tanto scrive ancora che ‘Oh Atlanta!’, ‘All that you dream’ o ‘Times loves a hero’ sono canzoni sue, e invece le abbiamo composte io, Paul Barrère e Kenny Gradney…E’ questo che significa essere una band, si mettono in moto dinamiche particolari. Lo capisci ascoltando un disco come ‘Hoy hoy!”, che io considero il più vicino allo spirito dei Little Feat. Sentendo il demo di ‘Teenage nervous breakdown’ nella sua forma più pura ed elementare e subito dopo la versione che ne dà la band dal vivo, capisci come questo gruppo fosse in grado di trasformare completamente il materiale. I pezzi di Lowell, i miei e quelli di Paul venivano completamente rielaborati dalla sezione ritmica di Richie, Kenny e Sam Clayton. E oggi abbiamo anche Fred Tackett, un musicista straordinario di suo che si è formato alla corte di Jimmy Webb: è il miglior chitarrista ritmico che abbia mai ascoltato, alla pari con Steve Cropper”. Cosa accadde dopo la morte di George, nel 1979? “Io cominciai a lavorare con James Taylor e con Jackson Browne, con Linda Ronstadt e con Stevie Nicks, a dedicare più tempo all’altra mia passione, la fotografia…Ma poi, un giorno del 1986, ci ritrovammo per caso a suonare insieme, e quando l’anno dopo decidemmo di riprovarci si sentiva ancora forte la presenza di Low. In un certo senso eravamo in competizione con lui, e con la vecchia band. Allo stesso tempo non volevamo prendere le distanze dal nostro passato, piuttosto rendergli onore. Così nacque ‘Let it roll’, un disco che riscosse una ottima accoglienza. In Europa fu più difficile farci accettare senza di lui. Non dimenticherò mai un concerto che tenemmo a Londra…Il pubblico ci aspettava a braccia conserte, fissandoci come per dire: e adesso, che cosa pensate di fare? Alla fine dello show quelle braccia erano levate al cielo, le urla di approvazione continuarono 25 minuti dopo che avevamo lasciato il palco. A posteriori è un atteggiamento che ho apprezzato molto. E’ giusto che la gente ti metta alla prova, che voglia verificare di persona che non ci si rimette insieme solo per soldi”.
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