NEWS   |   Industria / 08/07/2008

MACC, anche in Italia l'agenzia specializzata in recupero royalty

MACC, anche in Italia l'agenzia specializzata in recupero royalty
Nei meandri labirintici dei contratti discografici, negli interstizi remoti degli accordi di licenza e di distribuzione di cui sono parte interessata ma spesso non in causa, artisti, produttori musicali e piccole etichette rischiano di perdere regolarmente una bella fetta dei loro guadagni potenziali. E’ cosa risaputa che risale alla notte dei tempi: ma oggi, con le vendite dei dischi in caduta libera e la necessità di cercare fonti di reddito alternative, la ferita sanguina come non mai. Fa comodo, allora, affidarsi a qualcuno che promette di rimpinguare i rendiconti royalty spulciando documenti e verificando la regolarità delle procedure. “E’ esattamente quello che facciamo noi”, spiega Jens Rose, fondatore e managing director di una società di revisione specializzata, MACC Media Accounting, che da oltre sette anni opera dai suoi quartieri generali di Amburgo e che oggi conta uffici di rappresentanza in Francia, Spagna, Svezia, Regno Unito, Stati Uniti e Italia (dove i contatti con i clienti sono curati da Claudia Benetello, giornalista, ufficio stampa ed ex addetta promozione di Friends & Partners). “Nelle condizioni di mercato di oggi”, conferma Rose, “tutti prestano più attenzione ai sistemi di imputazione delle royalty e ai rendiconti. Non solo a quelli emessi dalle case discografiche, visto che oggi una quota crescente degli introiti degli artisti proviene dai diritti di pubblica esecuzione: per questo motivo in molti si rivolgono a noi anche per verificare quanto è loro dovuto dalle società che gestiscono i diritti connessi. Difficile fare un calcolo ad personam, perché ogni situazione è diversa: ma complessivamente, in questi anni, grazie a un auditing accurato ho visto molti clienti incrementare del 20 % le royalty incassate”.
L’argomento è di calda attualità anche in previsione di uno sviluppo sostenuto del mercato digitale: già oggi molti musicisti lamentano di percepire percentuali troppo basse sulle vendite dei download, o di subire deduzioni (come quelle relative alle spese di packaging del prodotto) ingiustificate quando la distribuzione della musica assume forma digitale e immateriale: “Il fatto”, dice Rose (ex royalty accountant per MCA Music Publishing, edel e Universal Germany), “è che i rendiconti non sono facili da leggere per un neofita, e molto spesso un artista o una piccola etichetta queste cose non le viene neanche a sapere. In ogni caso ogni major ha la sua politica in merito, e oltre alle deduzioni sul packaging spesso ne vengono applicate altre di natura ‘tecnica’: ad esempio a titolo di copertura dei costi sostenuti per convertire un brano musicale in un file mp3 da distribuire attraverso una piattaforma digitale. Ma anche a fronte della distribuzione fisica del prodotto il conteggio dei diritti può diventare una giungla intricata, dal momento che sono molteplici i soggetti che hanno diritto a una quota degli incassi su ogni cd venduto: la casa discografica, il distributore, il grossista, il dettagliante…E’ come una catena alimentare in fondo alla quale si trovano l’interprete e il compositore della canzone; a monte, e a loro insaputa, si sviluppano accordi commerciali tra operatori di cui è complicato per loro venire a capo: è difficile, per esempio, calcolare in che modo i bonus concessi dalle case discografiche ai rivenditori che raggiungono certi volumi di vendita influiscono su quanto finisce in tasca all’artista”. Inefficienza o raggiro volontario? “Difficile dirlo. A volte si tratta di ‘contabilità aggressiva’, termine con il quale le major intendono il tentativo di piegare a loro vantaggio l’interpretazione di certe clausole contrattuali: per esempio sul calcolo dei decimali, o quando si cerca di redigere contratti che specificano poco o nulla rimandando a pratiche correnti nel music business come quella di applicare deduzioni royalty sulla vendita delle compilation o nel caso di campagne pubblicitarie televisive. Spesso, anche se la situazione cambia da paese a paese, non c’è corrispondenza tra il rendiconto economico che riceve l’artista e quello che sta scritto sul contratto, ma in diversi casi si tratta semplicemente del frutto di un errore umano. Oggi che mirano al risparmio, le case discografiche affidano sempre più spesso la gestione delle royalty ad addetti oberati da altri incarichi, e non hanno voglia di pagare stipendi più alti per ingaggiare professionisti qualificati: la conseguenza, purtroppo, è un impoverimento in termini di competenza, di know how e di esperienza del loro personale. La situazione è ancora più drammatica nel caso di etichette piccole e con bilanci risicati, e questa è un’altra delle ragioni per cui noi siamo sul mercato: i rendiconti royalty, se ci viene richiesto, non solo li controlliamo ma li facciamo direttamente noi. Lavorando con una metodologia sperimentata e per molti committenti, riusciamo a fornire un ottimo servizio senza sovraccaricare il cliente di costi”. Appunto: quanto costa rivolgersi a una ditta come MACC? “Molto meno che rivolgersi a un avvocato! Da 39 a 149 euro all’ora, a seconda del tipo di servizio erogato e della competenza professionale che esso richiede. Il primo rapido check sui rendiconti dei nostri clienti lo forniamo gratis, e ai giovani artisti alle prime armi diamo anche una infarinatura tecnica sulle materie di nostra competenza. Ad Amburgo lavorano con me otto persone, per lo più di formazione economica ma addestrate specificamente sui processi e i sistemi contabili in uso nell’industria musicale. Qui serviamo oltre 120 clienti, non solo artisti ma anche manager, produttori musicali, distributori e case discografiche. Di solito iniziamo le operazioni con quello che noi chiamiamo un ‘soft audit’: ci teniamo a non presentarci come dei poliziotti o dei controllori. Raccogliamo tutti i dati e le informazioni possibili, leggiamo accuratamente documenti, contratti e rendiconti. Se troviamo qualcosa che non va redigiamo un report e ne informiamo tempestivamente il cliente, discutendo con lui le opzioni a disposizione: alcuni decidono di rinviare il problema alla negoziazione del prossimo contratto, altri ci chiedono di andare avanti con il lavoro. In quel caso entriamo in contatto con la società che eroga le royalty e le chiediamo, se è necessario, di ricalcolare l’ammontare dovuto. In caso di rifiuto, ne parliamo con l’avvocato del cliente e decidiamo il da farsi. Ma di solito a questo punto non si arriva: i costi rischierebbero di lievitare, e questo non conviene a nessuno”.