In Italia le 'altre' Supremes: 'Ai nostri concerti anche i nipoti dei primi fan'

In Italia le 'altre' Supremes: 'Ai nostri concerti anche i nipoti dei primi fan'
Florence Ballard se n’è andata tanti anni fa, Diana Ross conduce un’esistenza dorata da superstar, Mary Wilson canta a nome e per conto suo. A sventolare la bandiera delle gloriose Supremes ci pensa allora Kaaren Ragland, che con la Wilson aveva condiviso palchi e tournée facendole da corista tra i Settanta e gli Ottanta. Tra loro è finita male, perché quando la pupilla Kaaren ha deciso di presentarsi anche lei in pubblico come una “Supreme” a tutti gli effetti s’è beccata dalla vecchia maestra una denuncia in tribunale. “Però quella causa l’abbiamo vinta noi. E abbiamo anche l’imprimatur della Universal, che dopo avere comprato la PolyGram e la Motown ha acquisito i diritti sul marchio registrato del gruppo”, ci spiega al telefono alla vigilia dei due concerti italiani programmati per stasera (28 giugno) a Varese e per lunedì 1° luglio a Bergamo. “Io, comunque, non ho nessuna ostilità nei confronti di Mary”, si premura di aggiungere. “Non dimentico che è stata lei a introdurmi in questo mondo musicale e a darmi una grande chance quando non avevo neanche vent’anni. La rispetto e la ammiro, anche se non ci vediamo da tanto tempo. Io vivo a Los Angeles. Lei, credo, a Las Vegas”.
Che entrambe accampino diritti su quell’eredità musicale è, in fondo, la miglior testimonianza dell’immortalità di quello stile e di quel repertorio, del fascino sempreverde di quella storia (immortalata anche al cinema col patinato film “Dream girls”) e di canzoni come “Baby love” e “Stop! In the name of love”, “Can’t hurry love” e “Keep me hangin’ on” “Canzoni”, annuisce la Ragland, “che hanno resistito all’usura del tempo. Il suono della Motown era inconfondibile, e se visiti oggi i vecchi studi di Detroit ti meravigli che tutto sia potuto nascere in una stanzetta così piccola. Ma soprattutto l’etichetta ebbe la fortuna di avere sotto contratto una squadra di autori formidabili, gente come Smokey Robinson e Holland-Dozier-Holland, Stevie Wonder e Ashford & Simpson. E le Supremes, tra tutti, erano quelle che avevano i pezzi migliori, mentre Diana Ross aveva nella voce quell’appeal commerciale che superava le distinzioni di genere e permetteva al gruppo di rivaleggiare in classifica con i Beatles. Ancora oggi, in America, il pubblico e i media si dividono per generi: ecco, le Supremes sono state forse il primo gruppo della storia della musica a fare davvero crossover, a scavalcare le barriere. Vedendole in tv da bambina all’Ed Sullivan Show non avrei mai immaginato che anni dopo avrei sostenuto un provino davanti a Mary Wilson e sarei entrata a far parte del gruppo. Fu merito suo e di Phil Moore, il grande produttore della MGM e di Lena Horne che mi aveva raccomandato”. Ed eccola ancora qui, invece, più di trent’anni dopo, a riproporre lo storico repertorio: “Sul palco riprendiamo gran parte delle coreografie originali delle Supremes. Appena rimpolpate per aumentare il tasso energetico della performance, dato che i tempi cambiano e il pubblico si aspetta sempre qualcosa di più. Restiamo piuttosto fedeli anche agli arrangiamenti originali dei dischi, ma abbiamo rinforzato un po’ le parti vocali: facciamo a tre voci certe armonizzazioni che in origine erano per due voci soltanto, e poi tutte e tre siamo in grado di cantare le parti soliste. Althea Burkhalter è con me da dieci, dodici anni: l’ho incontrata tramite un’amica a Las Vegas, dove lei si esibiva regolarmente. E Roberta Freeman, che ho conosciuto grazie a un produttore discografico, ha un curriculum musicale di tutto rispetto. Conosceva già bene il repertorio, perché per cinque anni aveva fatto anche lei la corista per Mary. Ed ha cantato con i Pink Floyd, Joe Cocker e i Guns N’Roses. Quando qualche critico scrive che gli ricordiamo il gruppo originale io lo prendo come un gran complimento. Abbiamo la fortuna di poter pescare da un repertorio sterminato, in scaletta abbiamo qualcosa come 23 successi. E non solo roba del primo periodo, in paesi come la Gran Bretagna o l’Irlanda ci richiedono sempre canzoni degli anni Settanta che ricordano a memoria”. Il suo pezzo preferito? “ ‘Someday we’ll be together’, per i sentimenti che esprime. Come tutte le canzoni delle Supremes parla d’amore, e questo è uno degli altri motivi della loro universalità. Ci siamo esibite in più di quaranta paesi e ogni volta mi stupisco di quanti giovani vengano a vederci: devono essere i nipotini dei nostri vecchi fan!”.
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