Bruce, Bruce, Bruce: live in Milano, 25.06.08, parte prima

Bruce, Bruce, Bruce: live in Milano, 25.06.08, parte prima
Men in black, si direbbe. In piena luce, la E Street Band calca il palco di San Siro e lascia che l’ultimo a entrare in scena sia Bruce. In nero da capo a piedi, sguardo assassino e di autentica felicità al contempo, entra nel suo tempio e si sente esattamente come il pubblico che ha di fronte: a casa, dove tutto non può che andare per il meglio.
Bruce è un’icona, un classico. E’ “l’originale”. L'immancabile Telecaster poggiata sul fianco, saluta il pubblico con un grintoso "Ciao Milanooo" a far capire già che ne sarà valsa la pena anche questa volta. Bruce Springsteen in Italia. Di più, Bruce Springsteen a San Siro. Per la terza volta in 23 anni. E' un appuntamento meno frequente di quanto possa sembrare, e il luogo dell'incontro lo fa assomigliare a una finale di coppa, a qualcosa che si aspetta da molto, e che alla fine succede. Sono passati 23 anni da quel 1985, sono passati per buona parte del pubblico, per lui, per la band. Su entrambi i fronti ci sono stati alti e bassi, glorie e tragedie, nascite e lutti: nella formazione della E Street Band per la prima volta manca Danny Federici, il tastierista che, insieme a Roy Bittan, del motore pulsante della musica del Boss costituiva uno dei marchi di fabbrica. Per il resto il pubblico c'è - il concerto è sold out da mesi - e ci sono loro, Bruce, e la Band.
“Summertime blues” esorcizza il caldo africano, misura la temperatura alla gente e alla band. E’ come una intro. Ora, però, comincia la messa.
"Out in the streets", il primo dei numerosi salti indietro nel tempo, precede quello che a tutt'oggi è l'ultimo singolo di successo del Boss, "Radio nowhere", dal più recente album di studio "Magic"; Springsteen abbandona ben presto la sua postazione al centro della band - e sarà così per tutto il concerto - per cominciare una spola ininterrotta tra il palco e le prime file del pubblico. La butta sul corpo a corpo, sul match fisico, lasciando alla E Street Band il ruolo di semplice comprimaria musicale di quello che, almeno per tre ore, diventa un suo show personale. E non è una scelta discutibile, perché – complice anche l'audio approssimativo all’inizio - la band si mette in moto come un vecchio polmone, stentando e dando l’impressione di perdere qualche pezzo per strada.
"Prove it all night", "The promised land", "Spirit in the night" sono tuffi al cuore che arrivano da lontano, così come "Candy's room", "Darkness on the edge of town" e "Darlington County", suonate dopo aver pescato tra le prime file del pubblico dei cartelli con su scritte delle canzoni a richiesta. Lui bagna il pubblico accaldato schizzandolo con una spugna, ci si tuffa dentro, stringe mani, lo controlla viaggiando da una parte all'altra del palco, molla anche un paio di baci sulla bocca a procaci signorine che cercano di toccarlo. Per il resto balla, si muove e si contorce al ritmo di una musica che è la sua, ma che la E Street Band stasera non serve come la più fresca e tonica delle portate: gli anni sono passati forse più per la band che per il Boss, quella meravigliosa macchina da ritmo che pompava suono all'unisono con il suo padrone, a tratti sembra un motore fuori giri, che continua a produrre una mole spaventosa di rumore e vibrazioni, ma appare lento e affaticato. Springsteen ha reso i suoi storici amici degli eroi e dei personaggi, e per noi sono famiglia. Però i ragazzi fanno proprio fatica. Max Weinberg ci piacerebbe meno Mighty e più preciso e, di questa rotta, è forse il principale responsabile (d'altronde come si può salvare un batterista che per ben due volte, durante una rullata, ne suona metà utilizzando l'altra mano per sistemarsi i capelli?). Clarence e Steven sembrano poco più che comprimari di lusso, quasi a disagio, pagati per esserci e per recitare se stessi; Nils Lofgren si impegna e ha i migliori assoli, Professor Roy Bittan ha stancato, e inoltre suona il piano con un gusto sempre peggiore.
Bruce, lo sa. Sa che questa è la band, e che tocca a lui tenere alto il livello dello show e sceglie uno stile da performer, non da capo banda. La Telecaster non è più il naturale prolungamento del suo braccio e del suo cuore: la abbandona spesso e volentieri per occupare il centro della scena, istrione come lo conosciamo, ancora atletico e molto, molto saggio: forse una chitarra in meno, quando il wall of sound mostra qualche crepa, può anche giovare. Sicuramente lo aiuta a riconfigurare il formato del concerto, che prevede un eroe alle cui spalle agisce una house band. Per quello si prodiga con il pubblico, per quello non si risparmia nella scaletta: “Because the night” è un boato, “She’s the one” ancora passato che brucia, “Livin’ in the future” e “Mary’s place”, il meglio di quanto possa offrire oggi. Si arriva al picco dello show con “I’m on fire”, poi una magnifica “Racing in the street”, quasi per solo piano e voce - finalmente, poco suono e grandi brividi - e poi l'elegia di “The rising”, “Last to die” e “Long walk home”, prima di un conclusivo salto nel tempo, “Badlands”, uno schianto.
(continua)
Dall'archivio di Rockol - Bruce Springsteen racconta Asbury Park
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