Si rendevano conto, Megan e compagni, di essere nell’occhio del ciclone, ai tempi dell’esplosione del grunge? “Fino a un certo punto. Era evidente che stesse succedendo qualcosa, e che quel qualcosa diventava più grande ogni giorno. Ma quando ci sei dentro fino al collo, in una situazione, non sai esattamente cosa stia succedendo, se ti trovi nel mezzo, all’inizio o alla fine di una storia. E’ solo quando le acque si calmano che cominci a capire cosa è successo e che effetto abbia avuto. Non avrei mai detto, allora, di trovarmi nel mezzo di una rivoluzione, anche se a posteriori è di quello che si è trattato. Noi cercavamo solo di fare al meglio il nostro lavoro e di non farci travolgere da quel che ci succedeva intorno: perché, te lo assicuro, ne accadevano di cose strane… Sapevamo che la vita di certe persone stava cambiando. Che alcune band stavano ottenendo un successo al di là di ogni nostra immaginazione, mentre altri gruppi che condividevano i palchi con i Nirvana, i Mudhoney o i Soundgarden continuavano a sgomitare per trovare un loro spazio. Ci sentivamo bene per quelli che ce l’avevano fatta e cercavamo di dare una mano a quelli che ci stavano ancora provando”. Già, i Nirvana: ricorda il primo incontro con loro, Megan? “A dire il vero no. Per straordinari che fossero, quando li conobbi erano una delle tante band per cui lavoravamo. Ricordo bene, invece, un altro episodio: credo fossero gli ultimi mesi del 1989, a Takoma, nello stato di Washington. Quella sera suonavano i Fluid, un gruppo che all’epoca tutti amavano e andavano a vedere dal vivo perché sul palco erano sensazionali. C’ero io, quella volta, e c’erano i Nirvana, che ai tempi vivevano da quelle parti. Finito lo show, Chris e Kurt rovesciarono alcune enormi rocchette di legno che nel locale venivano usate come tavoli facendole rotolare come fossero delle ruote. Cobain ci si infilava dentro e Novoselic lo spingeva in tondo, poi si davano il cambio. Tutti i presenti ridevano come matti. Ecco, allora loro erano così, e questo è il primo ricordo preciso che ho dei Nirvana”.
Che tutto questo sia successo a Seattle, la cui unica credenziale musicale fino ad allora era di aver dato i natali a Jimi Hendrix, è ancora più sorprendente. “Non devi dimenticare che nei tardi anni ’80 il Nord Ovest era l’unica regione relativamente immune dalla profonda recessione che aveva colpito gli Stati Uniti. I grandi artisti che andavano a suonare a Los Angeles e a San Francisco snobbavano Portland e Seattle, ma da noi la gente non se la passava male. C’era un’industria fiorente e ottime possibilità di trovare lavoro, con Microsoft e la Boeing che continuavano a tirare e Starbucks che iniziava ad aprire le sue caffetterie. E c’erano gru e cantieri ovunque: mentre nel resto del paese la disoccupazione diventava un’emergenza, Seattle continuava quietamente a crescere lontano dagli occhi di tutti. Chi viveva qui aveva l’impressione di avere un futuro davanti, di vivere nel posto giusto. E la città era vivace, vivibile, popolata di giovani: non era Boston, qui i ristoranti erano affollati di ventenni e trentenni. Ci sentivamo una comunità piccola ma unita, in un posto a misura d’uomo adatto a coltivare le espressioni artistiche”.
Vent’anni dopo Microsoft e Starbucks sono ancora lì (la Boeing no, s’è trasferita a Chicago). E pure la Sub Pop: un’etichetta che, come la Stax e la Motown, la vecchia Atlantic e la Blue Note, era un marchio di garanzia per i suoi fedeli consumatori. Tanto da vendere, inizialmente, più magliette col logo in bianco e nero che dischi. “E’ vero”, dice la Jasper, “all’inizio il marchio per noi era tutto. Eravamo coscienti del suo valore aggiunto, sapevamo che il logo e la grafica delle copertine significavano qualcosa per noi e per il nostro pubblico, come un sigillo di qualità. Ora che compiamo vent’anni di vita abbiamo deciso di dedicare tempo e risorse alle celebrazioni e alla promozione della Sub Pop, però non vogliamo neppure esagerare. Sarebbe ingiusto nei riguardi dei nostri artisti: è a loro che deve essere indirizzata la maggior parte delle nostre energie. Se non lo facessimo, non saremmo una buona etichetta”. Attenzione dunque alle novità: “Puntiamo molto sui Fleet Foxes, di Seattle come noi (in Europa li pubblica la Bella Union, ndr). E su Daniel Martin Moore, un cantautore del Midwest il cui disco uscirà in autunno”. Ma intanto la indie di Seattle ripristina il suo celebre “singles club”, servizio che elargisce agli abbonati singoli da collezione in edizione limitata (“Ci siamo chiesti se passare al digitale. Ma poi, verificato che oggi vendiamo più vinile di due anni fa, abbiamo deciso di rimetterci a ripubblicare i 45 giri in formato 7 pollici, come ai vecchi tempi”) e ripubblica il suo disco architrave: “Superfuzz bigmuff”, EP dei Mudhoney datato ottobre 1988. “Lo facciamo”, spiega Megan, “perché è un classico che non invecchia, e che continua a ispirare un sacco di gruppi con cui lavoriamo oggi. E’ il disco che sintetizza la storia della Sub Pop. Il nostro passato, il nostro presente e il nostro futuro”.