Payola, Italia: non siamo mica gli americani

Payola, Italia: non siamo mica gli americani
Mettiamola così: l’America è il paese di Al Capone e dei grandi processi a porte aperte, l’Italia la patria delle logge massoniche e dei misteri, grandi e piccoli, che restano irrisolti. Là, dove tutto è larger than life, la corruzione radiofonica finisce in tribunale e sulle prime pagine dei giornali, stronca la carriera dei disc jockey di successo, impone alle case discografiche sanzioni pesantissime e promesse solenni di non peccare mai più. Qui, nel nostro orticello di provincia, tutto sembra ridursi a qualche marchetta di poco conto, a qualche traffico di sottobosco. Accontentiamoci: anche sotto la garanzia dell’anonimato, nessuno racconta le storie colorite spifferate con dovizia di particolari da chi frequenta il music business d’oltreoceano. Niente sesso, coca, viaggi ai Caraibi o mazzette di bigliettoni passati sotto banco in cambio di trattamenti di favore, giusto qualche pastetta non documentata o di cui si è sentito vagamente parlare. E nessun reato mai accertato, nessuna condanna penale: anche perché, come ci spiega Patrizio Visco, avvocato esperto in materia musicale, “da noi non ci sono precedenti sull’argomento. Nell’ordinamento giuridico italiano la payola non esiste come reato tipico, disciplinato dalla legge”.
La “lettera di un radiofonico a un discografico” pubblicata la settimana scorsa da Rockol (a proposito: chi reclama nomi e cognomi non capisce che il punto non sta nello smascherare i protagonisti di una singola vicenda ma un eventuale malcostume diffuso a livello nazionale; e chi si stupisce del nostro stupore ha raggiunto un grado di cinismo che non gli invidiamo) sembra avere provocato una certa sorpresa tra gli addetti ai lavori: fa specie e colpisce, soprattutto, la dabbenaggine di chi fa due più due e sancisce il do ut des nero su bianco, con un documento scritto che ha la parvenza di un contratto (illecito?). Un caso davvero così raro? “Io credo di sì”, ci risponde un ex funzionario di network che preferisce non rivelare la sua identità. “Non mi risulta, per lo meno, che le grandi radio italiane si siano mai comportate così. Se un programmatore non sceglie in autonomia che cosa far sentire ai suoi ascoltatori, allora che ci sta a fare al suo posto? Funzione artistica e commerciale, in una radio, vanno sempre tenute distinte, altrimenti l’emittente ci perde l’identità e lo stile editoriale. Io so per certo che in Italia c’è un grande network che rifiuta tout court campagne pubblicitarie sui dischi e le tournée di artisti che non figurano nelle sue playlist”. Michele Mondella, ex direttore dell’ufficio promozione di BMG e oggi titolare di una sua agenzia di comunicazione, conferma: “In tanti anni di attività non mi sono mai trovato davanti a un caso del genere. Ricordo, anzi, un vecchio episodio di segno contrario: un giorno, parlando con i responsabili di una radio, spiegavo loro di come fossimo disposti a investire in pubblicità su un artista in cui credevamo molto. Mi risposero seccamente che avremmo fatto meglio a spendere i nostri soldi in altro modo, perché loro quel disco non lo avrebbero mai trasmesso comunque”.
Insomma: a sentire certi addetti ai lavori, la pentola scoperchiata da Rockol riguarderebbe tutt’al più certe realtà locali medio-piccole che cercano sgomitando di accaparrarsi una piccola fetta del mercato pubblicitario. Non certo i grandi network, che le case discografiche sono troppo deboli per poter in qualche modo condizionare. “Proprio così”, annuisce un ex dirigente di major. “Non è la prima volta che certe emittenti regionali o minori si fanno avanti con proposte di questo genere. E’ successo anche a noi, e ogni volta abbiamo troncato questi discorsi sul nascere. Siccome le case discografiche hanno sempre meno soldi da investire e quei pochi li destinano alle solite tre o quattro radio più importanti, succede a volte che certe emittenti più piccole provino a usare l’arma del ricatto: se non fai pubblicità, non ti passo il pezzo. Non mi sento di escludere che qualche etichetta indipendente e qualche piccola radio trovino talvolta forme di intesa sottobanco, per esempio scambiando passaggi con coedizioni musicali e punti royalty. Ma tra major e grandi network questo sistema non funziona: il peso economico delle case discografiche ormai è così irrisorio che le grosse radio le manderebbero subito a quel paese. Sono loro a decidere quale musica trasmettere in funzione delle esigenze del loro pubblico, dei loro sponsor e dei loro investitori”. Dello stesso avviso Roberto Biglia, ex direttore generale di Zomba e poi di Ricordi: “A un network nazionale interessano poco o nulla le due lire che può incassare da un’etichetta: era così già anni fa, quando la discografia aveva ancora delle risorse da investire, figuriamoci oggi. Anche tra gli artisti e i loro manager è ancora piuttosto radicata l’idea che se si investe pesantemente su un progetto aumenta esponenzialmente la probabilità di esposizione sui media. In realtà non è così: altrimenti non si spiegherebbe perché certi artisti, spinti con tutte le forze dalle nostre case madri come priorità internazionali, e su cui c’era del denaro da spendere, in Italia non se li è mai filati nessuno. I rapporti di forza, qui da noi, sono assolutamente squilibrati. Le radio, e i media in genere, sono molto più potenti delle case discografiche. E poi qui da noi non esiste la figura del promoter indipendente, che in America è la chiave del sistema di corruzione”. “Basti ricordare che da noi oggi l’industria radiofonica fattura molto più di quella discografica”, aggiunge Marco Marati, che prima di convertirsi alla mobile music e al digitale è stato manager artistico e produttore discografico (di Spagna e Laura Pausini) ma anche proprietario di un’emittente, Station 1. “Gli accordi pubblicitari tra radio ed etichette sono un fenomeno che risale alla fine degli anni Ottanta: da allora, per accordo tacito, un impegno pubblicitario garantisce spesso una maggiore ‘attenzione’ al prodotto da parte dei programmatori. Con l’introduzione del sistema di rilevazione elettronico del Music Control, poi, la pubblicità è diventata una forma duplice di promozione: poiché spesso lo spot utilizza la registrazione audio del brano originale, ogni sua messa in onda viene misurata in pratica come un passaggio in più che spinge in alto la canzone nella classifica dell’airplay, portandosi a ruota tutte le radio minori. Tutto lecito, nei limiti della legalità: possiamo semmai discutere se tutto questo faccia bene alla musica…e onestamente mi sento di rispondere di no, perché uccide la creatività”.
Ma possibile che il marcio stia tutto negli Stati Uniti, che gli italiani si distinguano in questo campo per candore e innocenza? “Ma no, queste cose esistono anche da noi”, replica un discografico che preferisce a sua volta rimanere anonimo (“devo continuare a lavorare…”). “Ricordo che una quindicina di anni fa l’allora presidente di una multinazionale si prese la briga di fare il giro di tutte le grandi radio per mettersi, diciamo così, d’accordo sulla promozione del suo repertorio. Oggi, d’altra parte, il pagamento in denaro e il ‘cambio merce’ non sono neppure le formule più in uso, vedi il recente successo di artisti sponsorizzati direttamente da emittenti. Non si spiegherebbe altrimenti perché certe radio passino certi brani a scapito di altri: che lo facciano in base ai gusti del loro pubblico, come sostiene qualcuno per difendersi, è una baggianata”. Chiudiamo con un confronto internazionale: Grant Benson, inglese con esperienze radiofoniche sul mercato britannico, svizzero e italiano (ha lavorato a lungo per RTL, oggi è con l’emittente regionale Radio Number One), confessa “di aver sentito parlare di payola molto più qui che altrove: e se è vero, come si dice, che non c’è fumo senza arrosto… Qui da voi, mi sembra, i rapporti tra radio ed emittenti sono particolarmente stretti: ricordo, anni fa, il top manager inglese di una major che sosteneva di poter comprare passaggi musicali sui network nelle fasce di massimo ascolto, a ridosso dei notiziari. Ma io credo che normalmente le cose funzionino in modo più sottile: una casa discografica fa una campagna sull’artista A e ti chiede un po’ di riguardo per il suo artista B… Casi come quelli evidenziati da Rockol, invece, sono sintomatici dello scarso valore che alcuni editori radiofonici attribuiscono allo strumento che hanno a disposizione”. Sì, ma i viaggi, i favori, i biglietti omaggio, i regali per ammanicarsi i programmatori radiofonici? “Quelli sono sempre esistiti. Negli anni Ottanta lavoravo a Radio Caroline, un’emittente inglese che molti consideravano un covo di vecchi hippy… Beh, c’era un discografico di una grossa etichetta che ci faceva recapitare regolarmente dei pacchetti di ‘fumo’…”
(am)
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