Sara Bareilles: 'In Italia ho capito che la musica è la mia vita'

Sara Bareilles: 'In Italia ho capito che la musica è la mia vita'
Piovono paragoni con Norah Jones e Fiona Apple, sulla nuova pianista/cantautrice che scala le classifiche. Ma Sara Bareilles, californiana di 29 anni, non se ne fa un cruccio."E' normale", dice sorridendo, "che la gente cerchi riferimenti e appigli in cose che già conosce. Certo, tutti gli artisti hanno un ego smisurato e sono convinti di fare musica mai ascoltata prima. Ma per me non è un problema essere avvicinata a loro, anche perché mi piacciono tutte e due. Fiona, soprattutto, è uno dei miei modelli, insieme a Joni Mitchell, Paul Simon e i Radiohead. Adoro anche le voci soul di Ray Charles ed Etta James, e il vecchio jazz vocale di Sarah Vaughan ed Ella Fitzgerald. E poi Bob Marley, che ammiro come essere umano oltre che come artista. La mia musica ha poco a che fare con molti di loro, è vero. Ma non c'è bisogno di assomigliare musicalmente a qualcuno per farsene ispirare".
Nome francese, che lei storpia in americano e che tradisce antiche origini transalpine, mischiate a sangue tedesco, portoghese e italiano, Sara parla e capisce la nostra lingua, avendo studiato scienze della comunicazione, letteratura e storia della fotografia a Bologna durante l'anno accademico 2000-2001. "Un periodo bellissimo della mia vita", ricorda, "anche se ero ingrassata di dieci chili...Non avevo un pianoforte o una chitarra su cui sfogarmi, e lì ho capito che la musica era una parte di me a cui non avrei mai potuto rinunciare". Di qui la cura quasi maniacale che ha messo nella realizzazione del suo primo album per la Epic, "Little voice" (in uscita in Italia il 9 maggio), discutendo e battibeccando senza troppi timori reverenziali con il produttore Eric Ivan Rosse. "Era la prima volta che andavo in uno studio di registrazione circondata da tutte quelle persone, ognuna delle quali aveva la sua idea su come si dovesse procedere. Mi sono spaventata, perché non avevo ben chiaro in testa che cosa volessi. Potessi rifare il disco oggi cambierei molte cose, ma ne sono molto orgogliosa. Ed è stata un'esperienza formativa: ho capito che il compito essenziale dell'artista è di difendere le sue canzoni, la spontaneità e l'idea originale da cui è scaturita la sua musica. Pian piano ho imparato ad ascoltare la mia voce interiore, e per questo ho voluto chiamare il disco 'Little voice' ". Ma lavorando un anno a un disco non si rischia di perdere la scintilla creativa? "E' possibile. Ma per me quella era un'occasione troppo importante, non volevo fare la mossa sbagliata. E poi non sono una che prende decisioni rapide, una che si butta in acqua senza pensarci. Magari la prossima volta affronterò le cose più alla leggera, ma non è detto che lavorare in fretta sia sinonimo di spontaneità".
Il successo è arrivato quasi immediato, e anche Sara non sa bene spiegarsi il perché: "Mi piace pensare che il pubblico abbia percepito la mia onestà di fondo, l'impegno nel conservare naturalezza alla musica. La popolarità mi elettrizza ma mi ha anche reso le cose un po' più difficili. Prima ero più aperta, oggi sono più riservata e più cauta nello scegliere le persone da frequentare. Quando torno a Eureka, la minuscola cittadina in mezzo ai boschi da cui provengo, posso sempre contare sulla mia famiglia e sui vecchi amici, che vivono la mia notorietà come una cosa che li riguarda personalmente. Andando in tour ho fatto anche amicizia con diversi artisti: conoscevo già i Maroon 5 dai tempi dell'università e ho legato molto con Rachel Yamagata, che forse qui in Italia poco conoscono. Ma andare in tour è un po' come andare al campeggio estivo: si fa gruppo, si familiarizza e poi tutti a casa, arrivederci e ognuno per la sua strada. Io giro con lo stesso chitarrista, batterista e bassista da cinque anni, ci conosciamo dai tempi in cui frequentavamo tutti la UCLA a Los Angeles. Mi risulta difficile scrivere canzoni, quando sono on the road: problema comune a tutti i pianisti...E poi sono ancora concentrata su 'Little voice': il disco è ancora in uno stato di incubazione, ha ancora molta strada da fare". Intanto il singolo "Love song" impazza anche nelle radio italiane: "Paradossalmente è una delle poche canzoni dell'album che non parla d'amore ma della mia casa discografica. All'inizio i rapporti sono stati un po' tesi, frustranti. Ma devo riconoscere che mi hanno lasciata tranquilla mentre registravo. Gliene sono grata".
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