Teitur, la voce del silenzio

Teitur, la voce del silenzio
“The singer” di Teitur Lassen, cantautore danese di 31 anni, è uno dei dischi più riflessivi e silenziosi dell’anno. Sarà che il ragazzo arriva dalle isole Faroe, 1.399 chilometri quadrati di frastagliato arcipelago abitato da meno di cinquantamila persone, una freccia di terra e acqua incuneata tra l’Islanda e la Norvegia. E che certi paesaggi, certi ritmi di vita non si dimenticano neanche se a un certo punto decidi di andartene alla scoperta del resto del mondo (Teitur ha trascorso anche cinque mesi a Roma, una decina di anni fa, e parla piuttosto bene l’italiano): “Da parecchio tempo, ormai, vivo a Stoccolma”, ci racconta al telefono durante una tappa della sua ultima tournée. “Per modo di dire”, si corregge subito dopo, “perché gli ultimi sette, otto anni li ho passati praticamente sulla strada”. La sua radice nordica si sposa perfettamente con la scelta della sottrazione e dell’essenzialità. Non era Frank Zappa a dire che nella musica contano soprattutto gli spazi silenziosi tra una nota e l’altra? “Sono pienamente d’accordo. Il silenzio è importante, dentro ci puoi sentire molte cose. A questo stesso principio minimalista risponde per esempio molta della musica classica moderna. Non è necessario dare forma compiuta a tutto quello che immaginiamo e che ci passa per la mente. Ma sono cresciuto anche con altri modelli, i miei genitori ascoltavano molto i Beatles: non potevo sperare in un’educazione musicale migliore!”. Arrivano da lì, magari, quei curiosi, bizzarri arrangiamenti per voce e orchestra, l’uso originale degli ottoni? “Una chitarra o un pianoforte ti permettono di fare solo certe cose. Aggiungere altri strumenti significa avere la possibilità di colorare le canzoni, e questo è l’uso che ne faccio io. Mi considero uno storyteller, uno che con la musica vuole raccontare delle storie: e con una strumentazione più versatile posso evidenziare meglio certi risvolti del racconto. Esemplificarlo, renderlo più vitale e in qualche modo più teatrale. Le parole per me sono importanti, non sono di quelli a cui importa soprattutto che suonino bene nel contesto strumentale del brano. Io non lavoro in quel modo, ci tengo molto a comunicare. Non mi piace essere troppo misterioso, non mi diverte. Però accordi e melodie sono una parte essenziale di quel che faccio, mi piace concentrare tutto in quattro minuti e non mi ci vedo a scrivere un romanzo”. Tutto al servizio della canzone, dunque: “Sì, io sono nato come autore e più ancora della fase di registrazione in studio mi interessano i processi spontanei con cui prende corpo. Nel posto da cui provengo si tengono pochissimi concerti e i negozi di dischi sono molto rari. Però la gente canta e suona ugualmente, e impara le canzoni. Io ho cominciato a scrivere le mie, e all’inizio non avrei proprio pensato che sarei diventato anche un interprete, un performer. Con una certa dose di umorismo, il brano ‘The singer’ parla proprio di questo: della continua battaglia tra questi due poli, del mio stupore nel vedere il modo in cui si è evoluta la mia carriera”. Non sembra neppure l’unico cenno autobiografico del disco… “No, infatti. ‘Your great book’, un pezzo che ho scritto molto tempo fa, parla di mia sorella. Mentre ‘Letter from Alex’ riprende il vero contenuto di una bellissima lettera speditami da un amico. Ho imparato con gli anni che le canzoni migliori sono quelle sincere, quelle che nascono da un desiderio spontaneo di raccontare qualcosa. Ne trovi ovunque, di canzoni così, anche nel più piccolo villaggio sperduto tra le montagne. Prendi ‘Guilt by association’, che narra di un omicidio accidentale: è una storia vera delle mie parti, quando ero piccolo riempiva le pagine dei giornali e i programmi alla radio. Ne ho fatto una canzone una decina di anni fa, e ora eccola qui”. La più toccante del lotto, però, è “The legendary after party”, resoconto del suo incontro con lo scomparso cantautore americano Chris Whitley: “Ho tergiversato a lungo prima di scrivere qualcosa su di lui, ma in effetti averlo conosciuto ha avuto un profondo impatto su di me. All’inizio non capivo bene che tipo fosse e le cose che avevo sentito prima di incontrarlo, francamente, non mi avevano colpito più di tanto. Parlandoci insieme e vedendolo tutte le sere su un palco, nei tre tour che abbiamo fatto insieme in America, mi sono trovato davanti ad un artista molto diverso da quello che avevo immaginato. In concerto sapeva commuoverti, non avevo mai sentito niente del genere prima”. Rufus Wainwright, Aimee Mann, John Mayer e gli altri artisti per cui ha aperto concerti in questi ultimi anni sono stati altrettanto importanti nella sua formazione? “Sì, è tutta gente in gamba che non rende conto a nessuno delle sue scelte artistiche. Gente che pensa con la propria testa, non l’ingranaggio di una macchina. Per me sono stati fonte di ispirazione e di fiducia, una conferma che avevo scelto la strada giusta” (dopo un primo disco con la Universal, Teitur ha litigato con la major e scelto di diventare indipendente). “Non ho nulla contro le case discografiche, o i videoclip”, spiega. “Ma ad un artista deve essere lasciata la responsabilità del suo operato. Oggi è più facile, otto anni fa tutto era più polarizzato: o eri totalmente contro il sistema oppure ti svendevi al business e cantavi per la Pepsi-Cola”. Il successo mainstream, lui lo ha annusato da lontano scrivendo una canzone per il primo album di Corinne Bailey-Rae, un hit internazionale. “Accadde ai tempi della Universal, quando ero anche sotto contratto con un editore americano. Ho incontrato Corinne tramite un amico molto prima che firmasse con la EMI e pubblicasse il suo primo disco. L’ambiente musicale è molto piccolo, attraverso amici comuni puoi incontrare un sacco di gente interessante”. Come Boo Hewerdine e Nik Kershaw, entrambi ospiti del nuovo album: “Boo l’avevo incrociato tempo fa in un festival in Danimarca, quando sono andato a Londra l’ho chiamato e abbiamo scritto qualcosa insieme. E Nik l’ho incontrato di recente in Islanda, a un seminario sul songwriting. Abbiamo scritto una ballata per chitarra acustica e voce, ma quello che si sente sul disco è molto diverso”. Come il resto di “The singer” non è rock, forse neanche pop, e neppure avanguardia: sono undici piccoli “atti” (così li chiama lui) di una commedia umana dal gusto moderno ma anche d’altri tempi, con quell’atmosfera da vecchio teatro vittoriano suggerita dalla grafica di copertina. “Mi piace non pormi limiti”, spiega Teitur. “Ho appena lavorato con un compositore giovane e bravissimo che si chiama Nico Muhly, per molti anni collaboratore di Philip Glass ma anche di Bjork e Antony & the Johnsons. Abbiamo scritto un ciclo di canzoni su commissione per la Holland Baroque Society, musica per ensemble barocco”. E dagli orizzonti ampi: come si conviene a uno cresciuto alle isole Faroe.
Segui Rockol su Instagram per non perderti le notizie più importanti!
Scheda artista Tour&Concerti Testi

© 2019 Riproduzione riservata. Rockol.com S.r.l.
Policy uso immagini

Rockol

  • Utilizza solo immagini fotografiche rese disponibili a fini promozionali (“for press use”) da case discografiche e uffici stampa.
  • Usa le immagini per finalità di critica ed esercizio del diritto di cronaca, in modalità degradata conforme alle prescrizioni della legge sul diritto d'autore, utilizzate ad esclusivo corredo dei propri contenuti informativi.
  • Accetta solo fotografie non esclusive, destinate a utilizzo su testate e, quindi, libere da diritti.
  • Pubblica immagini fotografiche dal vivo concesse in utilizzo da fotografi dei quali viene riportato il copyright.
  • È disponibile a corrispondere all'avente diritto un equo compenso in caso di pubblicazione di fotografie il cui autore sia, all'atto della pubblicazione, ignoto.

Segnalazioni

Vogliate segnalarci immediatamente la eventuali presenza di immagini non rientranti nelle fattispecie di cui sopra, per una nostra rapida valutazione e, ove confermato l’improprio utilizzo, per una immediata rimozione.