Usa, rivista elenca i più grandi errori nella storia della discografia

Usa, rivista elenca i più grandi errori nella storia della discografia
La più grande castroneria commessa nella storia dell’industria discografica? Per la rivista americana Blender non ci sono dubbi: il tentativo di schiacciare Napster, rivelatosi inutile e controproducente alla luce del successivo proliferare di KaZaA, LimeWire, eMule e gli altri siti di file sharing. I redattori del magazine si sono divertiti a compilare una vera e propria classifica di gaffe, disastri, scelte sventurate e passi falsi commessi dai discografici, che vede piazzarsi ai posti d’onore la famosa bocciatura dei Beatles da parte del direttore artistico della Decca, Dick Rowe, e la decisione del fondatore della Motown, Berry Gordy Jr., di (s)vendere la sua etichetta a MCA e Boston Ventures per 60 milioni di dollari. Al quinto posto della Top Twenty si piazza l’azione giudiziaria intrapresa dalla Recording Industry Association of America (RIAA) contro una mamma single e indigente per file sharing pirata, e al settimo l’avventata decisione della società Leeds/Duchess di restituire i diritti editoriali sulle canzoni di Bob Dylan al manager Albert Grossman in cambio di un anticipo di 1000 dollari. La Sony BMG (e la sua etichetta Columbia) si assicurano il nono e decimo posto grazie al famigerato software anticopia sui cd che ingolfò qualche anno fa i computer di migliaia di utenti e per l’incapacità di tenersi stretti artisti di successo come Alicia Keys e 50 Cent. Ma anche le altre major hanno i loro scheletri nell’armadio: la Geffen entra in graduatoria per avere portato in tribunale Neil Young, negli anni ’80, accusandolo “di non fare dischi alla Neil Young” (numero 11); ma anche per avere speso 13 milioni di dollari su un disco dei Guns N’ Roses, “Chinese democracy”, di cui non si sono ancora viste tracce in giro (numero 12). La Warner viene citata per avere ceduto la sua quota della Interscope (numero 8), per avere sborsato ai R.E.M. 80 milioni di dollari in cambio di cinque album (numero 13) e avere licenziato i Wilco, salvo poi farli rientrare dalla finestra tramite ingaggio da parte dell’etichetta Nonesuch (n. 16). Alla BMG non viene perdonato di avere cercato di scaricare il guru Clive Davis per poi riprenderselo pagandolo a peso d’oro. Mentre alla MCA viene ricordato di avere speso 2,2 milioni di dollari per promuovere un disco di tal Carl Hennessy che vendette 378 copie (numero 15), e di avere ingaggiato con un contratto da un milione di dollari la glam band Pretty Boy Floyd preferendola ai Nirvana appena prima dell’esplosione del fenomeno grunge (numero 20). Non si salvano neanche gli indipendenti: in particolare Jim Stewart, fondatore della Stax Records di Memphis, che entra in classifica al n. 14 per avere regalato il suo catalogo storico alla Atlantic di Ahmet Ertegun e Jerry Wexler. Colpa di una minuscola clausola contrattuale letta senza prestargli la dovuta attenzione.
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