Sergio Endrigo, finalmente tornano le sue 'nuove canzoni d'amore'

Sergio Endrigo, finalmente tornano le sue 'nuove canzoni d'amore'
Inglesi e americani, bontà loro, riesumano e rispolverano anche le più piccole minuzie dell’antiquariato pop rock. In Italia, invece, i fan di Sergio Endrigo e gli appassionati di canzone d’autore tout court hanno dovuto attendere tempi biblici per rivedere finalmente nei negozi il disco forse più maturo, ispirato e omogeneo dell’artista istriano, “Nuove canzoni d’amore”: pubblicato nel 1971 dalla Fonit Cetra e oggi ristampato per la prima volta in cd (con testi, note dell’autore, riproduzione della copertina originale e tre bonus tracks) su marchio Rhino dalla Warner, che dell’etichetta di proprietà Sip e poi Rai ha rilevato il catalogo. Perché tanto tempo? “Bella domanda, ma non saprei cosa rispondere” sospira al telefono Claudia Endrigo, la figlia quarantatreenne di Sergio che dopo la morte del genitore, avvenuta il 7 settembre 2005 a Roma, ha abbandonato il lavoro per dedicarsi anima e corpo (letteralmente) alla cura del patrimonio musicale rimastole in eredità, “una produzione vasta, 260 canzoni, di cui anche gli addetti ai lavori conoscono sì e no un quinto. Lo faccio perché glielo devo, a mio padre. E perché mentre era in vita lui non me lo permetteva”. Condivide, Claudia, il parere di chi considera quel disco, impreziosito dagli arrangiamenti orchestrali di Luis Bacalov e dalle firme (in un brano, “Chi sei”) degli amici brasiliani Toquinho e Vinicius de Moraes, il capolavoro di Endrigo? “Sì, concordo pienamente. ‘Nuove canzoni d’amore’ è un disco bello dall’inizio alla fine, senza cedimenti e in un crescendo di emozioni. Papà diceva scherzando che l’arrangiamento di Bacalov per ‘Le parole dell’addio’ era un po’ troppo impetuoso e drammatico per i suoi gusti, mentre io lo amo proprio per questo: lo vedrei bene sui titoli di coda di un grande film d’amore. E poi ci sono canzoni come ‘La prima compagnia’, che all’epoca fecero scandalo per il realismo crudo dei testi. Pochi o nessuno, mi raccontò una volta Bruno Lauzi, avevano il coraggio allora di raccontare certe cose ”.
Claudia aveva soltanto sei anni allora…“Sì, ma ricordo ancora l’atmosfera gioiosa in cui nacque il disco. Lo documenta bene un bel lungometraggio girato per la Rai da Ugo Gregoretti, dove mi si vede insieme con i due figli maschi di Bacalov, Daniel e Giovanni, e con quelli di Sergio Bardotti. All’epoca vivevamo tutti quanti a Mentana, vicino a Roma. Ed era un momento magico per papà, nella vita professionale e in quella privata. Data l’età, io lo vivevo come un gioco, senza consapevolezza: come quando, qualche anno dopo, cantai nel coro di ‘Ci vuole un fiore’ di Rodari. Con rammarico, devo dire che molte bellissime canzoni incise da mio padre le ho scoperte tardi. Ero troppo giovane, ma la sua musica l’ho sempre adorata. Era dispiaciuto, lui autodidatta, che non avessi imparato a suonare uno strumento pur avendone la possibilità. Ma non insisteva, lui era per il vivere e lascia vivere. Per comporre non si doveva chiudere in clausura. Arrivava a casa dal cinema e scriveva una canzone, di getto. Era un gran donnaiolo e il sesso femminile ricambiava il suo interesse. Scrisse ‘Io che amo solo te’ perché s’era invaghito di una segretaria della RCA”. I cui archivi (ora di Sony BMG), si lamenta Claudia, sono zeppi di materiale che meriterebbe di rivedere la luce del sole. “Con l’eccezione della Warner, che ha ripubblicato anche un altro capolavoro come ‘La vita, amico, è l’arte dell’incontro’, le etichette che hanno in mano il catalogo di mio padre non fanno nulla. D’altra parte lui stesso era disilluso dalla discografia, e le delusioni sono continuate fino alla fine. Il cd e il dvd del concerto tributo dell'11 gennaio 2006, 'Ciao poeta!', non sono stati adeguatamente promossi. E il disco del 2003, ‘Altre emozioni’, avrebbe meritato sorte migliore soprattutto per la bellissima canzone omonima. Era disperato a quei tempi, mio padre, e si fidò di una persona da cui io lo avevo messo in guardia. Rimase fregato un’altra volta”. E’ l’Endrigo degli ultimi anni, stanco, malato e sfiduciato: “Provavo una gran tenerezza nel vedere il suo stupore di fronte a chi ancora gli chiedeva un autografo. E mi faceva male vederlo gettare la spugna, non reagire, io che per carattere sono l’opposto: caciarona, lottatrice e testarda, mentre lui è sempre stato discreto e riservato. Introverso, sì, ma non musone. Finché rimase in salute era un gaudente che amava divertirsi. Faceva i dischi che gli piacevano e non sgomitava per andare in televisione. Non era un buon manager di se stesso, questo è sicuro, e mia madre era anche peggio di lui. Non si è mai considerato un divo, ma uno che faceva il mestiere del cantante. Aveva un gran bisogno dell’affetto del pubblico, questo sì. Il successo per lui era importante perché significava raggiungere molte persone, non per i guadagni che ne conseguivano. Non gli importava niente del lusso, non amava il jet set. La sua grande passione era andare a pesca a Pantelleria con un suo grande amico muratore a cui dedicò una bellissima canzone, ‘Il giardino di Giovanni’. Morto lui, sull’isola non ha più voluto mettere piede”.
“Nuove canzoni d’amore”, spiega Claudia, è solo il primo tassello di un viaggio di riscoperta che si preannuncia lungo e ricco di promesse: “Anche se devo ancora mettere ordine nel catalogo, e capire cosa dicono i contratti: un lavoro lungo e che richiede pazienza. Ma sogno di risentire in radio, un giorno, le canzoni di mio padre. Dai tempi in cui scrissi una lettera aperta ai network (sul sito Internet che Claudia coltiva con passione, www.sergioendrigo.it) non è cambiato nulla. Ha risposto solo il direttore artistico di Radio Italia: gentile signora Endrigo, mi ha scritto, ci faccia avere il cd e le faremo sapere… Mi sono fatta una risata ma c’è poco da ridere, se queste sono le persone che hanno in mano i destini della musica italiana”. I progetti le si affastellano in testa: “C’è una versione da brivido dell’ ‘Ave Maria’ di Schubert giacente negli archivi della BMG. Non sono ancora riuscita a smuoverli, ma prima o poi ce la farò. Ci sono i trenta testi inediti che ho scoperto nei suoi cassetti: dopo quello musicato da Syria, spero che altri vedano presto la luce. Ma più di ogni altra cosa ci terrei a rilanciare papà in Brasile, dove è più amato che in Italia. C’è un disco del 1979 cantato in lingua portoghese (“Exclusivamente Brasil”, ndr), ma devo ancora scoprire di chi è e dov’è andato a finire il master… Se fosse ancora vivo e vegeto, papà, non sarebbe più qui ma a Bahia, un posto che adorava e a cui sentiva di appartenere”.
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