Giorgio Canali & Tangosh al Tunnel di Milano: rock a tinte forti in una serata aperta da un nuovo, grande gruppo, i Verdena

Giorgio Canali & Tangosh al Tunnel di Milano: rock a tinte forti in una serata aperta da un nuovo, grande gruppo, i Verdena
Le ostilità, al Tunnel, si aprono verso le 11: un centinaio di paganti per due set d’eccezione, quello del chitarrista CSI, Giorgio Canali, en solitaire con i suoi Tangosh per presentare il suo primo album da solista “Che fine ha fatto Lazlotòz”, e quello di un gruppo che da più parti viene annunciato come la “next big thing” del rock italiano, vale a dire i bergamaschi (sono di una frazione di Albino) Verdena, in predicato per un disco con la Black Out che sarà prodotto - pare - dallo stesso Canali.
È proprio con loro che si apre la serata: “Salve, noi siamo i Verdena”, dice Alberto Ferrari (20 anni), il cantante e chitarrista del gruppo, lasciando partire subito dopo un riff di chitarra che introduce il primo brano in scaletta: con lui sul palco al basso Roberta Sammarelli (19) e alla batteria il fratello, Luca Ferrari (17). L’impatto è violento, il suono del gruppo denso e graffiato, il pubblico sembra quasi smarrito mentre ascolta e resta a bocca aperta: chi aveva parlato di loro paragonandoli ai Nirvana aveva visto giusto, anche se sarebbe riduttivo considerarli dei semplici cloni del gruppo di Seattle. I Verdena dimostrano subito di avere la stessa attitudine e lo stesso furore, ma di possedere già una propria originalità come compositori e un grande talento naturale, che con il tempo potrà soltanto crescere. Un set di mezz’ora, il loro, tutto egualmente potente, con melodie ariose a sovrastare un impasto sonoro composto a perfezione da basso, chitarra e batteria. Scorrono un brano ancora senza titolo (appena scritto), “Ovunque”, “L’infinita gioia di H.B.”, “Pixel”, “Dentro Sharon”, “Eyeliner” e “Pop”, davanti ad un pubblico che si accalora brano dopo brano fino alla fine. Un’ottima prova, che lascia veramente sperare in un bell’esordio discografico per questo gruppo.
A seguire arrivano sul palco il rosso Giorgio Canali, chitarra dei Ciessei, e i suoi Tangosh, composti da Gregor Marini alla chitarra, Mariano de Tassis alla batteria, Claude Saut al basso e Marco Greco alla chitarra: si parte con “Va tutto bene”, in un itinerario di un’ora e più di musica composto dalle canzoni dell’album appena uscito (v. recensioni di Rockol): Canali sul palco non si risparmia, muovendosi da un lato all’altro dello stage, andando a stanare i musicisti e distribuendo occhiate ora divertite, ora corrucciate, ora affannose. Il tutto senza mai smettere di suonare la sua chitarra ‘disturbata’, per la gioia dei presenti: “Nessun presente”, il singolo “Coule la vie”, “Probablement”, “Ca y est”, “Nuvole e Blériot” sono tutte estratte da “Che fine ha fatto Lazlotòz” e condensano in parole e musica l’ansia di vita e di emozioni del loro autore, veramente una figura a se stante nel panorama rock italiano.
“Adesso ci calmiamo, altrimenti mi viene l’infarto”, scherza Canali ad un certo punto del concerto, e viene da sorridere perché fino a quel punto l’artista non solo si è scatenato, ma lo ha fatto accendendosi una sigaretta dopo l’altra. Che siano in francese o in italiano, gridate o sussurrate appena, le canzoni di Canali lasciano il segno, così come fa a sorpresa anche l’unica cover della serata, una versione devastante e tiratissima di “Hey hey my my” di Neil Young. Arrivano poi “Lazlotòz”, veloce e potente, seguita da “Centomila” dallo splendido testo (A chi verrebbe in mente di scrivere versi come “E udiamo il sinistro fragore di 100.000 canzoni d’amore muovere inesorabili come carri armati su di noi”?) e infine “1, 2, 3, 1000 Vietnam” con il suo urlo “1, 2, 3, 1000 Vietnam y hasta siempre comandante” tirato allo spasimo. Tutto finisce, ma arriva comunque un bis, il brano che apre l’album “Na na nà, na na nà”. Poi Canali scende davvero, tra gli applausi. Un buon concerto, e una splendida serata di rock, di quelle da tornare a casa con le orecchie che fischiano, ma convinti di aver visto qualcosa per cui ne valeva la pena.
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