L’addio dei La Crus: 'E' una scelta di onestà nei confronti della musica'

L’addio dei La Crus: 'E' una scelta di onestà nei confronti della musica'
Hanno pubblicato il loro primo album eponimo nel 1995, e dal quel momento in poi i La Crus sono stati uno dei gruppi protagonisti della scena alternativa musicale italiana.
Dopo aver ottenuto diversi ed importanti riconoscimenti (Premio Tenco, Premio Ciampi, targa Musca & Dischi), la band milanese ha realizzato ad oggi otto album tra cui l’ultimo, uscito per la Warner il primo febbraio, dal titolo “Io non credevo che questa sera”.
Il disco contiene sedici brani: tre inediti e tredici canzoni (registrate in presa diretta durante un loro concerto del 2005 al Teatro Novelli di Rimini con l'Orchestra da Camera delle Marche) che ripercorrono la carriera del gruppo (vedi News).
“Io non credevo che questa sera”, oltre a coronare più di dieci anni di carriera, segna la fine del progetto La Crus: “Quando lavori insieme per quindici anni ci sta anche che arrivi ad una fine”, spiega a Rockol “Joe”, Mauro Ermanno Giovanardi, voce dei La Crus, “Il primo disco su cui abbiamo avuto le idee diverse è stato ‘Crocevia’ – album di cover, il terzo del gruppo, pubblicato nel 2001 –, ma non tanto per come è stato fatto, ma perchè lì ci sono stati i primi avvisi che io e Cesare la pensavamo in modo diverso. Per me il secondo disco dei La Crus doveva essere come ‘Crocevia’, perché dopo aver fatto il primo disco e aver recuperato il materiale giusto sentivo che sarebbe stato importante fare un passo del genere in quel momento”. “Ero dell’idea”, interviene Cesare Malfatti, chitarrista della band e produttore, “che comunque i La Crus erano sì un gruppo che interpretava canzoni di altri, ma che doveva anche affermarsi per quello che sapeva fare e poteva dare. Ritenevo che fosse pericoloso fare un’operazione come ‘Crocevia’ già al secondo disco. Spesso”, prosegue Malfatti, “ci confrontavamo su che peso dare alla musica, al suono e all’arrangiamento e che peso dare alla parte vocale. Negli anni poi questo confronto si è trasformato in un gioco tra me e Joe, un gioco che ha trovato un equilibrio che nel tempo si è rivelato precario fino a cadere del tutto”.
“Quello che inizialmente era la ricchezza dei La Crus, nel tempo si è trasformato in qualcosa di negativo”, precisa Alex Cremonesi, autore dei testi ed arrangiatore, “Da questa differenza nasceva la particolarità del progetto, ma quando la distanza si è allargata un po’ troppo è diventata un problema”.
“Ad un certo punto tutti devono avere il coraggio di fare un tipo di scelta e chiudere un certo periodo: non si può andare avanti per sempre con certe cose quando sai che ci sono dei problemi. La scelta di mettere la parola fine al gruppo nasce da un’onestà nei confronti della musica”, spiega Cesare, “abbiamo deciso e abbiamo capito che questo gioco non poteva andare avanti per molto”. “Abbiamo approfittato di una richiesta della casa discografica per chiudere il cerchio di questi ultimi anni”, prosegue, “ma anziché fare un best of abbiamo deciso di fare questo disco dal vivo. Avevamo molte registrazioni in presa diretta che ci piacevamo molto, così abbiamo preso alcune composizioni fatte prima dell’estate che poi sono diventate le tre canzoni inedite presenti nel disco, e abbiamo unito tutto insieme”.
I tre inediti presenti in “Io che credevo questa sera” sono il primo singolo estratto, “Mentimi”, “Entra piano” e “L’autobiografia di uno spettatore”: “‘Entra piano’ è nata come nascono molte altre canzoni. Era un provino a cui aveva lavorato Cesare e che ci piaceva molto. Abbiamo iniziato a lavorare su una melodia scritta da Alex: mi piaceva molto la melodia ma non il testo, anche se c’era un’idea molto acuta che io poi ho sviluppato. Mi sono lasciato trasportare dall’atmosfera e dai colori di questa parte musicale, cercando di spingere il brano in quella direzione. Quando il brano ha cominciato ad avere un carattere preciso”, prosegue Joe, “mi è sembrato di percepire un’atmosfera morbosa, carnale, sensuale e ho cercato di portare il testo su quelle sensazioni. Il risultato è un brano dal clima molto malato, una cosa che a me piace”.
“Era necessario che il pezzo prendesse questa strada più sensuale”, aggiunge Alex, “perché gli altri due inediti avevano un approccio più esistenziale e in questo modo è stato coperta anche quella parte che è fondamentale dei La Crus che gli altri due inediti non andavano a coprire”.
“Il disco è fatto per la maggior parte di brani live”, spiega Malfatti, “e la scelta è ricaduta su quei brani meno pop e meno ‘singoli’ rispetto ad altri che negli ultimi anni ci avevano caratterizzato. Anche gli inediti hanno seguito questa linea, ed è un disco abbastanza omogeneo, a cui abbiamo cercato di dargli ancora più omogeneità con la presenza degli archi anche nei brani inediti. Abbiamo scelto materiale che potesse stare bene tutto insieme”.
“Quando finirà l’esperienza dei La Crus”, prosegue Malfatti, “Ci sarà la possibilità di confrontarsi con altri e riuscire effettivamente a fare quello che ognuno di noi vuole fare. Non riuscirò mai a cancellare quello che c’è stato, mi mancheranno le esperienze, mi mancherà fare musica con la voce di Joe che è una delle più belle in Italia. Abbiamo moltissimi ricordi che ci legano, siamo stati uno di quei gruppi che ha fatto cose che non hanno fatto in molti: abbiamo suonato con grandi orchestre, siamo stati i primi a fare un disco con un DVD di cortometraggi con la nostra musica, le esperienze in teatro. Questo sarà molto difficile replicarlo”.
“A me mancherà la concretezza di Cesare”, interviene Joe, “Sono uno che pensa molto e ha difficoltà a stare con i piedi per terra: farei tutto, mi lancio in maniera molto emotiva in nuove cose, e da una parte è divertente, ma dall’altra rischi di commettere degli errori. Cesare mi ha insegnato, nel bello del termine, che la musica è anche un lavoro. Se non mi avesse messo un freno in certe situazioni avrei impiegato il doppio del tempo a chiudere un disco”. “Detto ciò rimane che ci sentiamo un po’ i padri della nuova scena musicale milanese”, aggiunge Joe, “Noi tutti in qualche modo siamo cresciuti con la new wave, con un certo tipo di approccio musicale dove mentre imparavi a suonare cominciare già a fare i pezzi. I gruppi che lavoravano sull’arrangiamento e sulla musica tipo i PFM e gli Area utilizzavano la voce in modo molto strumentale e davano molto importanza alla musica, ma la voce era usata come mezzo di comunicazione. Poi c’erano i cantautori come Lolli, Guccini e De Gregori che davano molta importanza ai testi, cantavano e si accompagnavano con la chitarra. I La Crus hanno cercato di unire queste due cose”.
“Quando abbiamo iniziato e abbiamo fatto questo passaggio, per noi epocale, dalla scrittura in inglese a quella in italiano”, aggiunge Alex, “abbiamo buttato via molte cose, ed è stato un work in progress perché abbiamo cercato di essere più comunicativi. Avevamo un retaggio per il quale scrivere una canzone d’amore era cosa ‘da Sanremo’. Allora abbiamo pensato allo stile di Luigi Tenco, di Leonard Cohen, cose che avessero anche uno spessore poetico. Negli inediti abbiamo cercato un po’ di ricapitolare queste nostre caratteristiche”. “‘Come ogni volta’ per me è stata una delle canzoni più belle che abbiamo scritto, ma le prime volte che la cantavo davanti al pubblico, tremavo. Tutta la nostra generazione vedeva nella canzone d’amore cantata in italiano qualcosa di sdolcinato, e non volevamo rischiare”.
L’ultima tournée dei La Crus partirà da metà aprile e si concluderà a dicembre: “Ci sarà almeno un ottetto di archi che ci accompagnerà fino a dicembre”, spiega Joe, “e nella parte del tour estivo faremo un live sicuramente più energico rispetto a quello invernale, che sarà invece più di atmosfera. Pensiamo che l’ultima data sarà intorno a Natale e sarebbe bello chiudere qui a Milano”.
Dopo quindici anni di dischi, concerti, rassegne e riconoscimenti, i La Crus mettono così la parola fine ad uno dei gruppi storici della scena indipendente milanese: “Sto lavorando a pezzi nuovi per un futuro disco solista”, conclude Joe, “Sarà diverso da ‘Cuore a nudo’ che è stata un’esperienza di transizione, figlio anche di certe tensioni, nato dalla voglia di lavorare su cose meno elettroniche con un attenzione particolare per la voce e le parole”. “Io andrò avanti con altri gruppi che ho sempre avuto”, aggiunge Malfatti, “e sicuramente lavorerò molto in studio”. “Per quanto mi riguarda: top secret”, interviene ironico Alex Cremonesi.
“E’ finita come una storia d’amore: quando ti rendi conto che non funziona più è meglio stroncarla che trascinarla”, conclude Joe, “Saremmo arrivati ad altri compromessi che sarebbero andati a pesare in negativo sulla nostra musica. Avremmo potuto andare avanti, fregarcene e fare dei dischi così tanti per fare, ma non ci sembrava il caso. I La Crus sono stati un gruppo importante, preferisco chiudere un’esperienza e lasciare delle cose fatte in un certo modo. E’ una scelta di onestà intellettuale”.
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