Willy DeVille: 'Una volta odiavo i Ramones...'

Willy DeVille: 'Una volta odiavo i Ramones...'
Teppista di strada, pirata, lupo mannaro. E ora anche pistolero. Ci gioca molto, Willy DeVille, con la sua immagine dark e poco rassicurante, da tipaccio dei bassifondi. Ma poi, parlandogli, scopri che il suo più grande desiderio è un mondo sereno e non violento in cui si possa starsene in beata pace sul portico di casa a strimpellare una chitarra e bersi un bicchiere di vino. Anche il titolo del suo nuovo album, “Pistola”, non ha niente a che fare con sparatorie e street gang. “L’ho chiamato così, il disco, perché è la musica che contiene a essere rovente come una pistola. E poi mi piaceva usare un termine al femminile: in spanglish si adopera anche per apostrofare una ragazza provocante che passa per strada. Ehi, guarda quella, è rovente come una pistola!”. Willy ci parla da Manhattan, il luogo della gioventù dove è tornato a vivere da qualche tempo. “Sì, almeno finché non andrò da qualche altra parte. Mi piace muovermi, avere più di un posto che posso chiamare casa. Qui, per strano che possa sembrare, io mi sento al sicuro. Cammino molto per strada, e mi tornano in mente tanti piccoli flash del passato. Ora che è passato tanto tempo, certe cose mi sembrano persino divertenti. A ripensarci, mi dico: ma come cavolo facevo a odiare i Ramones? E invece era così, perché allora eravamo in competizione. Un giorno ‘Manfred’, il batterista dei Mink DeVille, era lì che discuteva animatamente col suo collega dei Ramones, sostenendo che suonava da schifo e che avrebbe dovuto imparare da John Lee Hooker… Ho dovuto prenderlo da parte e dirgli di stare zitto, dal momento che era chiaro che di Hooker lui non ne sapeva proprio niente”. In “Pistola” DeVille canta spesso di New York: una New York ancestrale e romantica che non c’è più, quella profumata di “Spanish Harlem” e della musica dei Drifters, quella tribale dei primi insediamenti dei nativi americani. “Ma a me non sembra così cambiata, la città. Lo sento ancora come il posto in cui sono cresciuto, ne riconosco le strade e gli odori”. Però, intanto, luoghi storici come il CBGB’s non esistono più, rimpiazzati da anonimi negozi di abbigliamento… “Beh, non era esattamente un monumento nazionale, il CBGB’s. Era quello che era, anche se ovviamente mi ha lasciato dei bei ricordi. Eravamo tutti giovani e affamati. Molto affamati. Alla disperata ricerca di affermazione e di un contratto discografico”. Lui frequentava il Village fin da ragazzino, orecchiando da un tetto di McDougal Street la musica di Dylan e di Jimi Hendrix. “Sì, è la verità. Era il tetto del Cafè Wha?, dove c’era sistemato un sofà. Lì mi sono dichiarato a mia moglie”. E chissà se dice sul serio o ci romanza sopra, con Willy non si è mai sicuri. Di sicuro c’è il suo affetto profondo per New Orleans, che si respira anche in diverse canzoni del nuovo disco: una delle quali, “The band played on”, è la sua personale riflessione sulla tristissima vicenda dell’uragano Katrina. “A New Orleans ci voglio tornare, prima o poi, anche se oggi è piena di problemi da cui preferisco stare alla larga”, annuisce Willy. “L’altra sera ho visto in tv il mio amico John Goodman, che s’è trasferito lì da sette anni, e a un certo punto si è rivolto direttamente a me: torna qui, Willy! Lo farò, ma non per starmene a bighellonare per strada. Aspetto che mi venga in mente l’idea giusta, un progetto da realizzare. A New York hanno sempre tutti fretta e pensano solo ai soldi. A New Orleans è diverso: dai, vieni a suonare con noi, siediti e fatti un drink! Eddi Bo, Dr. John, Allen Toussaint sono amici con cui sono rimasto in contatto. Quando ho scritto una canzone su Katrina ero consapevole del fatto che molti altri avrebbero fatto altrettanto, sapevo di correre un rischio. Al diavolo, ho pensato, chi se ne frega. Ho scritto una cosa vera, mica una canzoncina sdolcinata, come se mi trovassi davvero in mezzo alla parata che passa per le strade. New Orleans tornerà a vivere, questo è sicuro”. Nel nuovo disco suona con lui la sezione ritmica di Elvis Costello, Pete Thomas alla batteria e Davey Faragher al basso: ma anche il poco amore di DeVille per i rocker inglesi è cosa nota. “Mmh, non voglio fare di ogni erba un fascio. Non esiste un intero paese popolato di gente malvagia. Invecchiando mi sono reso conto che, anche se per me è una religione, il rock’n’roll non mi appartiene in esclusiva. Però non mi piacciono i fraudolenti, quelli che non riconoscono i loro debiti. Non voglio sentir dire in giro che ‘Not fade away’ l’hanno scritta i Rolling Stones, ecco tutto”.
Non che sia diventato un diplomatico, Willy il caldo. E non si nasconde dietro un dito: “Been there done that”, una delle nuove canzoni di “Pistola”, parla delle sue vecchie amicizie pericolose con le droghe pesanti. “Già. L’ho fatto, ci sono stato, non lo farò più. E’ un motto che mi ha insegnato un pastore e cantante gospel di New Orleans. Appena me l’ha detto ho pensato: accidenti, ma questa è una canzone! Gli ho chiesto il permesso di rubargli la frase e lui ha acconsentito”. Anche “Stars that speak” è autobiografica? “In un certo senso, anche se è una storia che arriva dalla Bibbia: l’opera d’arte che diventa più grande delle tue intenzioni, una statua femminile che si trasforma in una donna in carne ed ossa. Credo di averla registrata sette anni fa: ogni santo anno John Philip (Shenale, il coproduttore del disco, ndr) insisteva perché la mettessi in un disco ma io non ne ero mai sicuro fino in fondo. Stavolta, dopo quattro settimane che eravamo in studio a registrare, ho sentito che era la volta buona. Che Dio sarebbe stato dalla nostra parte. E’ un pezzo coraggioso, Phil l’ha remixata con archi e violoncelli. E’ bravissimo, lui. Fece un lavoro straordinario su ‘Vampire’s lullaby’ da ‘Loup garou’, un pezzo da ascoltare a tutto volume. E’ uno dei miei outsider, quell’album, ma io lo amo come gli altri. Sono tutti figli miei, solo ‘Victory mixture’, forse, è un po’ come un trovatello, un orfano che ho raccolto per strada. Potessi correggerne qualcosa, non lo farei. Se ti metti a pensare a quello che avresti potuto fare di diverso, finisci a darti pugni in testa. Ogni disco è come un quadro, una volta che è fatto è fatto. Non vorresti rivedere la ‘Notte stellata’ di Van Gogh rifatta da Peter Max o immersa in colori fluorescenti, giusto? Vuoi l’originale. Anch’io disegno, tra un anno o due conto di fare una mostra con le mie opere. Assomigliano a me e ai miei dischi, i miei disegni: a volte tenebrosi, strani, macabri, religiosi, surreali. Il voodoo? Per me è una religione, esattamente come l’Islam o il cattolicesimo. Una forza positiva, anche se il positivo attira sempre il negativo, e viceversa. Ma ho imparato a non farmi invischiare nei casini, a non avere la presunzione di trasformare in oro il sale marino”.
E come mai quella antica “Louise” del folksinger Paul Siebel? “L’ho sentita la prima volta che avevo diciassette anni, in un caffè. Chiesi al cameriere chi fosse il cantante: un certo Paul Siebel, mi rispose, un cantautore simile a Bob Dylan. Corsi a comprare il disco, ma per me a Dylan non assomiglia proprio per niente! Semmai a Bruce Channel… Di ‘Louise’ mi piacciono la storia e il romanticismo, la grazia e la tristezza. Quel bel piano honky-tonk, e il sapore sudista. Come fa a non piacere?”. Non gli piace invece “It’s so easy”, il pezzo che Quentin Tarantino ha ripescato per il suo “Death proof”. “Il film non l’ho visto, ma la canzone arriva da una vecchia colonna sonora, ‘Cruisin’. A essere onesti la feci solo per denaro, non per motivazioni artistiche. La prima e unica volta nella mia vita, per fortuna. Però il cinema mi piace, e mi piacerebbe recitare ancora. Se qualcuno mi vuole, io sono disponibile”.
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