I Pooh si riscoprono beat: 'Sono le nostre radici, senza nostalgia'

I Pooh si riscoprono beat: 'Sono le nostre radici, senza nostalgia'
Tutti e quattro (a cominciare da Roby Facchinetti, il senatore del gruppo) erano già lì, attori protagonisti o semplici spettatori appassionati, mentre il beat italiano ruggiva e marchiava a fuoco i nostri anni Sessanta. E dunque hanno le credenziali giuste per un tributo come “Beat ReGeneration”, l’album che entra in distribuzione nei negozi da venerdì 1° febbraio. Dodici “nuggets” d’epoca, con “La casa del sole” (“The house of the rising sun”) e i grandi successi dei Rokes, i Ribelli di Demetrio Stratos (“Pugni chiusi”) e il garage punk dei Corvi (“Un ragazzo di strada”), i Califfi i Bisonti e i Quelli pre PFM, le canzoni firmate Battisti-Mogol (per l’Equipe 84, e più tardi per la Formula 3) e gli hits italianizzati di Animals, Turtles e Bee Gees. Ma non ci si aspetti sapori vintage o operazioni rigorose di recupero filologico. Come spiegano fin dal titolo, i nostri Fab Four il beat lo vogliono rivitalizzare a modo loro, mischiando le carte in tavola: trasformano in pop sinfonico il power rock di “Eppur mi son scordato di te”, incorniciano “Che colpa abbiamo noi” con le note di un pianoforte quasi vendittiano, graffiano con un riff duro alla Lynyrd Skynyrd la melodia dolce di “E’ la pioggia che va”. “E’ un’idea che abbiamo tenuto in serbo per diversi anni”, raccontano Roby, Dodi, Red e Stefano passandosi la parola con perfetto spirito di gruppo. “E ora, dopo 40 fantastici anni di carriera, c’è sembrato che fosse arrivato il momento giusto di concretizzarla. Una cosa ci era chiara fin dall’inizio: un repertorio così non si poteva riproporre senza modificarlo, come se il tempo non fosse passato. Andava attualizzato, rimodernato: non volevamo rifare ‘Una rotonda sul mare’, non volevamo cadere nelle ingenuità di certe operazioni nostalgia che anche ultimamente si sono viste sul mercato. Ci abbiamo lavorato sopra più di quanto facciamo solitamente con i nostri pezzi, su queste canzoni; alcune le abbiamo sviluppate e dilatate perché nella versione originale non duravano più di due minuti e mezzo. Sicuramente spiazzeremo qualcuno, sicuramente qualcuno ci criticherà, ma intanto le prime reazioni sono molto confortanti: un disco di platino con le sole prenotazioni, mentre il primo singolo dall’album, ‘La casa del sole’, passa su radio che non hanno mai trasmesso la musica dei Pooh”. Il termine “cover” aggrada poco, ai quattro, in un contesto come questo: “Evoca l’effetto fotocopia, il tentativo di avvicinarsi il più possibile agli originali. Ma questo disco è un’altra cosa, e noi abbiamo piuttosto voluto fare l’esatto contrario, filtrando quelle musiche epocali attraverso la nostra esperienza e la nostra sensibilità. Chi si chiede il perché di un’operazione come questa deve trovare la risposta nell’ascolto del disco. Siamo andati alla ricerca delle nostre radici, non del passato. Per noi, il beat rappresenta il momento più importante nella storia della musica pop italiana. Chi ha vissuto il periodo, troverà in ‘Beat ReGeneration’ brani sacri che sono rimasti impressi nel suo dna. Ma ci si possono riconoscere, eccome, anche i ragazzi, che oggi sono tornati a riscoprire quei suoni, quei ritmi, l’essenzialità scarna delle incisioni ai tempi in cui si avevano a disposizione solo quattro piste”.
In progetti come questi, la cosa più difficile, di solito, è decidere che cosa scartare... “Ci ha aiutati a restringere il campo una scelta che abbiamo fatto a priori, quella di includere solo brani di gruppi che non sono più in attività; non solo pezzi famosi, ma anche canzoni che non meritavano di finire nel dimenticatoio e a cui abbiamo voluto dare una nuova opportunità di vita. All’inizio ci siamo ritrovati con sette, ottocento proposte da vagliare, era difficile immaginare persino da dove partire. Poi ha preso forma l’idea di un concept album. C’è un percorso ben preciso, nel disco: ‘La casa del sole’, uno dei primi pezzi in scaletta, è il brano in cui si cimentano tutti coloro che vogliono imparare a suonare la chitarra; e l’ultimo, ‘Gioco di bimba’ delle Orme, arriva alle porte del prog e del rock sinfonico, un genere che noi stessi abbiamo frequentato con album come ‘Parsifal’ (in “Beat ReGeneration”, a proposito, si segnala un cameo di Aldo Tagliapietra che suona il sitar in “29 settembre”). “La scelta finale l’abbiamo fatta strumenti al collo, in studio. Lì ci siamo accorti che certe canzoni che ricordavamo belle avevano invece una resa deludente. O che semplicemente non erano beat nello spirito, come ‘In fondo al viale’ dei Gens. Altre, invece, le abbiamo sentite subito molto vicine, ‘Nel cuore, nell’anima’ per esempio ha un’atmosfera simile a quella dei nostri primi grandi successi dei primi anni Settanta. Ma non c’è solo un’anima melodica in questo disco, c’è il rock di ‘Un ragazzo di strada’ e di “Mi si spezza il cuore’ (degli inglesi Sorrows, ndr) e ci sono parentesi acustiche”. Mentre un filo concettuale, un manifesto di pensiero, lega anche i testi. “La musica invecchia molto meno delle parole”, spiegano i Pooh, “e certi testi di allora oggi sono francamente insostenibili. Le canzoni che abbiamo selezionato ci servono anche per raccontare cos’è stato il beat: un fenomeno e non un semplice movimento musicale, in un momento in cui la nostra musica leggera era ferma al Quartetto Cetra, a violini, alle fisarmoniche e ai pianoforti. Gli ascolti notturni di Radio Luxembourg ci contagiarono un po’ tutti, da quel momento in avanti la musica è diventata la colonna sonora dei cambiamenti che avvenivano nella società, delle speranze giovanili, dei mutamenti dei costumi sessuali… In ’29 settembre’ e in 'Eppur mi son scordato di te’ Mogol scriveva di cose impensabili fino a poco tempo prima. E ‘Un ragazzo di strada’ parlava, come Pasolini, di periferie che si stavano affollando di immigrazione ghettizzata”. Chissà quanti ricordi… “Ah, certo”, annuisce Facchinetti: "‘La casa del sole’ io la interpretavo in inglese, ricantarla oggi in italiano mi fa uno stranissimo effetto. ‘E’ la pioggia che va’ mi evoca immagini indelebili: a Riccione, davanti all’Hotel Mediterraneo c’era un grande bar con un juke box che suonava continuamente quella canzone. E ‘Pugni chiusi’ mi ricorda quel personaggio straordinario che fu Demetrio Stratos”. Ci sarà occasione di sentirle anche in concerto, con il tour nei palasport che parte da Mantova il 29 marzo e si chiude il 10 maggio a Torino, per la prima volta con Milano Concerti come partner al posto di Cose di Musica (“con Franco Cusolito abbiamo lavorato benissimo ma probabilmente, dopo quarant’anni, avevamo bisogno anche noi di rigenerazione. E’ una scelta che abbiamo fatto di comune accordo”). Come sarà la scaletta? “Partiremo con una ampia selezione da ‘Beat ReGeneration’, non tutti i pezzi perché alcuni arrangiamenti non si prestano a un’esecuzione live, e poi daremo anche un saggio del periodo beat dei Pooh riproponendo i nostri pezzi di allora come ‘Vieni fuori’ e ‘Quello che non sai’. Chiuderemo con le nostre cose più recenti: un percorso, anche qui, perché quel che siamo oggi lo dobbiamo al beat”. Ci sarebbe magari anche il tempo per un passaggio a Sanremo, i tempi della tournée e della promozione lo consentono. “Nessuno ce l’ha ancora chiesto, finora. Ma effettivamente sarebbe il luogo giusto per celebrare un repertorio che fa parte della nostra storia musicale. E poi ci risulta che al Festival, tra i big di quest’anno, non ci sia nessun gruppo. Se ci chiamano, noi siamo disponibili. Fatelo sapere in giro”.
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