'Amen' dei Baustelle: 'E’ un contrasto: sono storie dure con un po' di speranza'

'Amen' dei Baustelle: 'E’ un contrasto: sono storie dure con un po' di speranza'
Dalla pubblicazione del loro primo album “Sussidiario illustrato della giovinezza” (1999), ad oggi, i Baustelle hanno fatto parecchia strada: hanno pubblicato altri tre dischi, hanno subìto un cambiamento di formazione (nel 2005 - prima della pubblicazione de “La malavita” - il tastierista Fabrizio Massara ha lasciato la band), sono passati da un’etichetta indipendente ad una major, la Warner, hanno affrontato una tournée di quasi un anno in giro per tutta l’Italia e ora, a distanza di tre anni dall’ultima fatica in studio, ritornano con un nuovo disco di quindici brani – più due tracce nascoste, ma non vi sveliamo dove –, atteso, sofferto e crudo: “Amen”.

“Nell’ottobre 2007, dopo la fine della tournée, nessuno di noi aveva voglia di rimettersi subito a scrivere nuove canzoni”, spiega Francesco Bianconi, “Non avevamo intenzione di buttarci a capofitto proprio da nessuna parte”, “...se non a letto”, aggiunge Rachele Bastreghi, “A parte tutto: personalmente la tournée mi ha influenzata molto, mi ha fatto bene suonare a quel ritmo, mi ha fatto crescere, mi ha dato più stimolo per idee nuove e mi ha migliorata”.
Sono tranquilli, i Baustelle. Li incontriamo nel tardo pomeriggio negli uffici della Warner a Milano, ed è evidente che la band di Montepulciano non ne può più di fare interviste (stanno rispondendo alle stesse domande dalle dieci del mattino), ma noi per fortuna siamo la penultima.
“C’è però da dire che non abbiamo fatto troppo i pigri”, spiega il chitarrista Claudio Brasini, “Dopo un anno di tour si è un po’ stanchi di suonare sempre le stesse canzoni, ci è venuto lo stimolo di scriverne di nuove, così, a dicembre, erano pronti già diversi brani”.
“Ci siamo prima ritirati a scrivere”, spiega Francesco, “poi abbiamo fatto i provini e prima di andare in studio ci siamo accorti che gli arrangiamenti erano molto complessi, molto barocchi, carichi, stratificati e abbiamo cominciato a pensare all’orchestra, agli archi, ai fiati. Abbiamo chiamato e cercato noi le collaborazioni: Alessandro Alessandroni, il Maestro, è un signore di ottant’anni – compositore al lavoro con Ennio Morricone e Armando Trovajoli, suo il famoso fischio nel film “Per un pugno di dollari” di Sergio Leone -, è ancora molto attivo, l’abbiamo contattato perché il nostro ex batterista aveva suonato con lui. Si è da subito reso molto disponibile. Mulatu Astatke invece l’abbiamo scoperto grazie al film di Jim Jarmush, ‘Broken flowers’, l’ho contattato facendo un po’ di ricerche su Internet, pensavo addirittura fosse morto, poi invece ho scoperto che suonava anche in giro per l’America con dei jazzisti, allora ho contattato uno di loro e mi sono fatto dare un suo recapito. Ci sono poi molti giovani talenti italiani come Beatrice Antolini, Sergio Carnevale, Beatrice Martini che suona l’arpa, Francesca Genti, poetessa con cui ho scritto il testo di ‘Dark room’ e molti altri”.

All’interno del disco è presente anche una canzone che si intitola “Alfredo”: “Di questo brano avevamo pronta la musica e dovevamo scrivere il testo su questo valzer molto dolce, al pianoforte, e mi sarebbe piaciuto che a parlare in questo brano fosse un bambino.

Non so come ma mi si è stappata come un bottiglia dentro e mi è ritornato alla mente la vicenda di Alfredino – Alfredo Rampi, il bimbo che nel giugno dell’81, a soli sei anni, cadde in un pozzo a Vermicino (zona Frascati), e dopo alcuni giorni e diversi tentativi di salvataggio, perse la vita – Mi ricordo, avrò avuto circa l’età di Alfredo, di averla vissuta come può viverla un bimbo piccolo, spensierato, che andava a giocare. Pensavo che l’avrebbero salvato perché quello che arrivava dalla tv erano cartoni animati, telefilm ‘happy ending’. E invece no, è morto per davvero. Lì è stato l’inizio e la fine di qualcosa: è stato il mio primo contatto con la morte reale, la prima che abbia visto e vissuto. E’ stata un’esperienza veramente vissuta in modo traumatico. Penso che il contesto storico di Alfredino non esista più, ma a livello televisivo è stato il primo evento mediatico che ha dato il via ad un certo tipo di televisione brutta che ora è molto diffusa, come la cronaca nera morbosa e violenta e i reality”.


Il titolo “Amen”, e l’occhio - quello di Rachele, bellissimo - in copertina, non sono stati scelti per caso: “Sono canzoni abbastanza dure, pesanti, su un certo stato delle cose e sul mondo occidentale moderno. Sono brani così tombali che te li becchi tutti in faccia: amen, prenditeli così come sono. Il titolo è anche di contrasto perché in ogni canzone c’è una specie di spiraglio di luce. Dio è nominato spesso, e anche l’idea del sacro e molti simboli sono presenti nei testi in maniera involontaria. L’occhio è senza dubbio una delle iconografie di Dio più famose ma è anche un immagine che gioca molto con i temi trattati: l’occhio è la trasparenza, la purezza”.
La band a breve inizierà le prove per la nuova tournée promozionale che prenderà il via il prossimo 29 febbraio dal Deposito Giordani di Pordenone (vedi News): “Cominciamo le prove dal primo di febbraio. Saremo in tanti, in sette con un polistrumentista e cercheremo di ricreare le atmosfere del disco, anche se sarà complicato. Non ci sarà più con noi Claudio Chiari alla batteria: si è conclusa una bella collaborazione con lui, ci sono state alcune divergenze, e ci è dispiaciuto molto perché umanamente è una bravissima persona, ed è fantastica anche in studio. Sono cose che succedono, dopo un anno di tour ci siamo accorti che forse non era la persona più adatta”.

Salutiamo i Baustelle con un un’ultima curiosità: chiediamo a loro che rapporto hanno con il pubblico, perché da quando da un’etichetta indipendente sono passati ad una major, i loro fan si sono un po’ divisi: “Si è vero, succede questa cosa del dire che ci siamo venduti perché siamo passati alla Warner”, spiega Francesco, “Lo hanno detto anche a Dylan che quando aveva iniziato a suonare con le chitarre elettriche era troppo commerciale. Sono un po’ impermeabile a questo tipo di critiche. Lasciano un po’ il tempo che trovano ed è un po’ la reazione del fan indie che ti scopre dall’inizio e diventa quasi geloso, un rapporto morboso. Ho ricevuto vere e proprie lettere di ragazzi che mi dicevano che non dovevamo essere ascoltati dalla massa, che il nostro video ai tempi de ‘La moda del lento’ non doveva passare su Mtv durante il giorno perché durante il giorno Mtv la guarda solo certa gente”.
“Ci accorgiamo di queste cose”, interviene Brasini, “Ma non è un nostro problema, e non deve essere una cosa limita la nostra crescita e la nostra evoluzione. E’ anche normale cambiare negli anni, pensa che noia se avessimo fatto quattro album con lo stesso stile e le stesse caratteristiche”.

“Se avessimo potuto registrare oggi ‘Sussidiario’, sicuramente sarebbe passato come album molto commerciale e ai fan non sarebbe andato bene. E’ più facile far passare ad una major un un disco come il primo che abbiamo fatto piuttosto che un album come ‘Amen’”.
“Non mi scelgo il pubblico”, conclude Francesco: “queste sono le canzoni che scrivo, poi sta ad ognuno scegliere se ascoltarle o meno: non ho la pretesa e il diritto di dire ‘tu, e solo tu sei così intelligente e bella e brava da poter capire le cose che scrivo”.
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