Tornano gli American Music Club: 'Con un disco pop, per scacciare la tristezza'

Stop con le pose da artista sofferente e torturato, basta con quell’aria da perdente sempre a passeggio tra i boulevard della malinconia. Con “The golden age”, il nuovo album degli American Music Club, Mark Eitzel - chi l’avrebbe mai detto - s’è messo improvvisamente in testa di dare di sé un’immagine più radiosa e speranzosa. Spinto, ci spiega, dalla voglia “di ridere e di divertirmi, perché ne ho le palle piene della cosiddetta musica seria. Stavolta ho cercato con tutte le mie forze di fare un disco che potesse far sorridere la gente. In passato sono stato troppo auto indulgente nei miei testi: ehi, urlavo al mondo, guardate come soffro, guardate come sto male!, Oggi invece voglio dire qualcosa di diverso, invitare chi mi ascolta ad apprezzare la bellezza delle cose e a credere nella possibilità di migliorare. Non c’è più tempo da perdere con la depressione, abbiamo bisogno di infonderci coraggio”. Ma prendete con le molle le sue dichiarazioni di intenti: non è che musiche e testi dell’album siano così allegri e spensierati, con quel senso incombente di deriva e quel clima da confini del mondo che suggeriscono. Per non dire di quel pezzo commovente, “The sleeping beauty”, che Eitzel aveva già inciso in un suo disco solista e che racconta del suo ultimo, reale incontro con una persona che non c’è più. “Lo so, lo so”, sospira Mark al telefono maledicendosi, “forse sono soltanto un gran bugiardo che continua a mentire a me stesso. Ma è il metodo di lavoro che è stato più leggero del solito, stavolta. Abbiamo provato per un mese, e in studio abbiamo suonato quasi tutto dal vivo. Anche il missaggio finale lo abbiamo fatto lavorando tutti insieme. In questo disco si ascoltano quattro persone che suonano in scioltezza, si sente una freschezza che ci tenevo a conservare intatta. Non c’è rock pesante, non ci sono stupidi riff spacca orecchie. Ne abbiamo provati un paio di pezzi così, ma facevano schifo. E abbiamo tenuto anche le imperfezioni, niente ProTools ad aggiustare il tutto”. Si coglie una voglia speciale di classicità, anche, l’amore per il grande songbook americano che Eitzel aveva spesso manifestato in passato. Lui conferma: “Mentre scrivevo ‘All the lost souls welcome you to San Francisco’ ascoltavo a ripetizione ‘I left my heart in San Francisco’ nella versione di Tony Bennett. Volevo fare qualcosa di simile, anche se poi naturalmente non ci sono riuscito. E’ vero, abbiamo provato a fare un album di classica musica leggera americana, nel solco della tradizione. E se questo suona come il nostro disco più pop di sempre ne siamo ben contenti, era il nostro obiettivo. Magari sono uno stupido, un perfetto idiota: in un periodo così brutto per l’America e con un futuro che non promette niente di buono avrei dovuto fare un altro disco deprimente. Ma come ti dicevo sono stufo di cantare e di ascoltare cose tristi. Oggi quel che cerco è vero, sano rock’n’roll o genuina musica psichedelico-elettronica: io mi ci diletto ancora, come ho fatto nel mio disco ‘Candy ass’, anche se nessuno vuole ascoltarmi! Ho avuto delle cattive recensioni ma va bene lo stesso, in fondo me le meritavo. Così stavolta mi sono concentrato su quello che so far meglio, scrivere canzoni”.
Canzoni che, ancora una volta, parlano di mare, di naviganti, di San Francisco… “Amo e odio la mia città. E’ un posto pieno di gente matura se non vecchia, e non è particolarmente allegro. E’ un luogo bello e triste, anzi, e per questo mi piace. O almeno questa è la mia impressione, quando camminando da solo per strada ascolto tutti quei discorsi da ubriachi… Mi piace la sua finezza architettonica, il fatto che sia stata concepita per il piacere e il divertimento dei suoi abitanti. Ma è anche una città piccola dalla mentalità ristretta, e questo è un suo aspetto che detesto. E poi è diventata così cara che nessuno può più permettersi di viverci. Tutti i giovani che si trasferiscono qui diventano subito, a pieno titolo, anime perse di San Francisco, bella gente che tutte le notti si smarrisce in una nebbia alcolica”. “The golden age” però è stato registrato a Los Angeles, la nuova base operativa degli American Music Club. “Il problema di LA”, bofonchia Eitzel dopo un altro drink, “è che non ci sono molti buoni bar. Se sei sempre al volante, come fai a sbronzarti? E poi sono tutti così seri, quando si parla di musica e di arte, così professionali. A San Francisco, se parli di carriera ti danno immediatamente dello stronzo. Abbiamo registrato il disco in una casa bella ed elegante, con vista su Downtown e gli elicotteri che ci ronzavano sopra la testa. Star del cinema ovunque… proprio un posto strano. E’ stato Vudi (il chitarrista degli AMC, ndr) a chiamare Dave Trumfio proponendogli di produrre il disco. Io non lo conoscevo, anche se aveva già lavorato con i Wilco. Però mi piaceva l’idea di avere accanto qualcuno che sapesse conferire al disco un suono professionale, nei limiti del budget che avevamo a disposizione. Volevo delle belle chitarre, e delle voci di sottofondo”. Come in “Victory choir”. “Ah, quel pezzo ha un’origine stramba. E’ iniziato come un orribile poema sull’alba, un’esortazione a vivere la vita che avevo scritto per reazione dopo che una mia amica aveva tentato di togliersi la vita. Poi, all’improvviso, mi è venuto in mente Glen Campbell: hai presente quella fotografia di quando venne arrestato a Phoenix? Oppure quello special televisivo in cui, ubriaco fradicio, cantava canzoncine natalizie tenendo dei bambini in grembo? Però non volevo menzionarlo esplicitamente nella canzone, sarebbe stato un espediente troppo facile. Non è neanche una delle mie preferite”. C’è dentro anche qualche ricordo di infanzia? “No, anche se da bambino il chierichetto l’ho fatto davvero, accidenti, e cantavo anche nel coro”, ridacchia, prima di aggiunger malizioso: “Io volevo che il prete mi toccasse, ma lui non ne voleva sapere…”. Molte sue canzoni attingono a fatti realmente accaduti, prima di prendere una piega surreale. “The windows of the world”, racconta Mark, era il nome del bar che stava in cima a una delle Torri Gemelle di New York. “Ci ero andato in occasione di un party a cui mai avrei pensato mi avrebbero lasciato entrare. Fu uno spasso. Ogni cosa che racconto nella canzone è successa per davvero, compreso il mio tentativo di fare conversazione con la barista e lei che mi dice di tenere la bocca chiusa. L’ho scritta prima dell’11 settembre 2001… sono il cantante di una band che si chiama American Music Club e anche se il mio sta diventando un paese fascista mi sento ancora un patriota. L’11 settembre mi ha reso furioso: colpite i politici inetti, se volete, ma lasciate stare la povera gente che lavora. E’ stato orribile. Ed è nella religione, secondo me, che si annida il male”. Autentico anche il viaggio in traghetto descritto in “On my way”: “E’ successo tanti anni fa, mentre gli American Music Club erano in tour. C’erano tutti questi marinai nordirlandesi diretti in Bosnia. M’è tornato in mente perché oggi tutti indossano un’uniforme e si credono dei soldati”. E che ci può dire Mark di questi nuovi American Music Club? “Che ci sentiamo una band come non lo siamo mai stati prima. Sean (Hoffman, bassista) è un gran giocatore di biliardo. Ha sangue greco, uno di quei tipi che hanno sempre ragione e che si incazzano se non la pensi come lui. Steve (Didelot, batterista) è un genio musicale che solo ora si sta accorgendo di esserlo, probabilmente il miglior batterista con cui abbia mai suonato. E Vudi, beh lui non sa mai cosa gli sta succedendo intorno, lo adoro per questo”. Saranno in Europa a febbraio, in tour: “Siamo molto apprezzati, lì da voi, forse perché non capite bene i testi”, scherza Eitzel auto fustigandosi come al solito. “Oppure sarà che in America negli ultimi trent’anni si sono costruite più prigioni che scuole, mentre da voi la gente legge di più ed è avida di cose nuove. Sarà un tour molto lungo, ma intanto sto anche lavorando a un progetto teatrale a Londra con il commediografo Simon Stevens. Si intitola ‘Marine parade’, ed è un musical molto malinconico”. Ça va sans dire: le vecchie abitudini sono dure a morire.
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