John Doe: 'Un disco rock per uscire da un anno sofferto'

John Doe: 'Un disco rock per uscire da un anno sofferto'
Si nasconde dietro la sigla più anonima che ci sia, il signor John Duchac alias John Doe (così, in America, chiamano le persone, vive o morte, in attesa di identificazione), anche se con il punk rock melodico e incendiario degli X, negli anni ’80, ha lasciato impronte profonde e inconfondibili sulla scena musicale di Los Angeles e non solo. Col suo ultimo disco, il settimo (incluso un Ep) di una carriera solista un po’ erratica e altalenante, ci svela ora di aver vissuto “un anno nel deserto” (un deserto figurato, emotivo e psicologico). “Un periodo duro e difficile”, ci ha raccontato a Milano prima di uno dei concerti tenuti qualche giorno fa nel nostro paese in compagnia dei Dead Rock West, giovane band roots rock che come lui fa base in California. “E non ne sono ancora uscito. Mi interrogo ancora sul significato dell’esistenza, dell’amore, del matrimonio” (John, 54 anni compiuti, è sposato e padre di tre figli). “Quel titolo, ‘A year in the wilderness’, mi pareva si adattasse bene all’umore delle canzoni. Io appartengo alla stessa scuola di pensiero di Sylvia Plath: più rendi personale una storia, un poema o una canzone, più faciliti a chi ti ascolta l’identificazione, perché in fondo tutti ci assomigliamo e condividiamo le stesse esperienze. Essere vaghi preclude la comunicazione”. Il nuovo album, spiega, “è costato fatica e sofferenza. Ho scritto canzoni ispirandomi a cose che avrei preferito non dover vivere sulla mia pelle. Musicalmente ne è venuto fuori un disco più elettrico, con una batteria più presente e un suono in un certo senso più canonicamente rock, mentre il precedente ‘Forever hasn’t happened yet’ era un album più lo-fi e orientato al blues. Magari va a finire che stavolta mi si ascolterà di più in radio, ma la mia non è stata una mossa premeditata. Non potrei competere comunque, stando con una piccola etichetta come la Yep Roc Records. E mi va bene così, mi sento molto più libero di prima”.
Le coordinate del disco le fornisce lui stesso parlandone sul suo sito Web: un po’ di Replacements, un po’ di Dylan, un po’ di Velvet Underground:. “C’è molto floor tom così come lo usava Maureen Tucker nei Velvet”, spiega. “In pezzi come ‘Golden state’ c’è un organo alla ‘Blonde on blonde’, mentre canzoni come ‘Lean out y’r window’ e ‘Darling underdog’ mi ricordano il gruppo di Paul Westerberg” (che nel concerto milanese ha omaggiato con una cover di “Here comes a regular”). L’ultima canzone citata ripropone l’antico sodalizio autorale con Exene Cervenka, musa e compagna ai tempi eroici degli X. “E’ un pezzo nuovo, con ‘There’s a hole’ è stato uno degli ultimi che abbiamo registrato in studio: stavolta ho firmato il contratto per pubblicare il disco prima ancora di avere iniziato a incidere e di avere completato la composizione. L’abbiamo scritta come una specie banco di prova per il tour che faremo l’anno prossimo per celebrare il trentennale degli X, nell’occasione io ed Exene vorremmo proporre anche qualcosa di nuovo. Il problema è che il chitarrista, Billy Zoom, di imparare e suonare pezzi nuovi non ne vuole proprio sapere”. Vien da chiedersi, allora, se tutte quelle voci femminili che popolano i suoi dischi “solisti” – Cindy Lee Berryhill, Neko Case, Aimee Mann, Kathleen Edwards, Jill Sobule (le ultime tre presenti nel nuovo cd) – stiano a significare un suo inconscio tentativo di colmare un vuoto… “No, assolutamente”, ribatte il signor Pincopallino. “Exene è insostituibile, per questo gli X e i Knitters ogni tanto si rimettono insieme a suonare. Con lei ho una comunicazione assolutamente spontanea, quando cantiamo insieme siamo come due interpreti jazz: ognuno di noi intuisce e anticipa quel che l’altro sta per fare. Con le altre è diverso, ognuna ha la sua personalità, la sua voce, il suo spirito. Kathleen Edwards doveva cantare solo su ‘The golden state’ ma ha insistito per interpretare altre due canzoni. E’ svelta e e intelligente, una tipa tosta alla Katherine Hepburn che impreca ad alta voce e non te le manda a dire. Con Aimee Mann avevo già collaborato: l’ho richiamata per ‘Unforgiven’ perché è una canzone che mi ricorda John Lennon e i Beatles sono sempre stati parte integrante del suo stile. Di lei mi piace la capacità di comprendere il lato scuro dell’essere umano e delle relazioni interpersonali. C’è sempre qualcosa di unico e speciale, in un uomo e una donna che cantano insieme, soprattutto se, come nel mio caso, non si possiede una voce caratteristica come quella, che so, di Lou Reed o di Bob Dylan, di Feist o di Macy Gray. E poi quale modo migliore di trascorrere una giornata che stare in compagnia di una bella donna?”.
Con Dave Alvin, che in “A year in the wilderness” suona chitarre elettriche e acustiche, la frequentazione risale ovviamente a molti anni prima, i primi anni ’80 di X, Blasters e Knitters: pionieri dell’alt.country, questi ultimi, il cui ruolo non è mai stato realmente riconosciuto. “Non c’eravamo solo noi, nell’84-’85, ma anche Rank&File, Tex and the Horseheads, Green On Red, gli stessi X di ‘More fun in the new world': una specie di movimento che ha gettato le basi di quello che poi è diventato un genere consolidato. Sapere di essere stati lì dagli inizi è una soddisfazione, e pazienza se nessuno ce ne riconosce il merito. Con i Knitters abbiamo in progetto di entrare in studio a gennaio per incidere qualcosa di nuovo, anche se non so se e quando si materializzerà un altro album. Io e Dave stiamo facendo un percorso in un certo senso analogo, anche se lui è più vicino alla tradizione di quanto lo sia io. Un giorno o l’altro dovremo fare un tour insieme”. John, come Dave, si è scoperto negli anni cantautore: e tra i bonus scaricabili da Internet del nuovo album offre una versione di “A case of you” di Joni Mitchell, che esegue anche in concerto presentandola come “una delle più belle canzoni d’amore mai scritte”. Una sorpresa… “Certo, il punk nacque come reazione ai cantautori e alla cattiva musica rock, quella commerciale prodotta dalle multinazionali. E devo ammettere che se qualcuno, nel 1977, mi avesse chiesto se mi piaceva ‘Blue’ probabilmente non avrei osato dire di sì: eppure si tratta di un disco bellissimo. D’altra parte gli X ai tempi facevano un paio di cover di Dylan: ‘Highway 61 revisited’ è finita nelle bonus track di qualche ristampa, ‘Positively 4th street’ invece non l’abbiamo mai pubblicata perché Exene non voleva. Eppure la cantava in modo straordinario”. Non c’è da stupirsi, allora, che nella colonna sonora di “I’m not there” ci sia anche lui.. “Avevano chiesto a Joe Henry di produrre quel pezzo gospel ed è stato lui a chiamarmi. Mi è piaciuto molto il film, il suo mischiare mito, finzione e realtà”. Di cinema, del resto, lui se ne intende eccome: da anni è “un improbabile attore hollywoodiano” (così ancora il suo sito Web), con piccole ma gustose parti in film come “Salvador”, “Great balls of fire”, “Boogie nights” e tanti altri. “Mi piacerebbe poter recitare più spesso di quanto faccia, ma quest’ultimo anno sono stato completamente assorbito dal disco nuovo. Il momento migliore passato sul set? Con Jennifer Jason Leigh e il regista Ulu Grosbard per ‘Georgia’, direi. Quando reciti ti rendi subito conto se le cose funzionano, perdere se stessi nel personaggio è una sensazione fantastica. Basta il cenno di approvazione del regista, non hai bisogno di avere davanti una folla osannante per sapere che hai fatto un buon lavoro. E’ un tipo di soddisfazione più intima, interiore. E ora che sono più vecchio penso di poter fare anche di meglio, di recitare in modo più intenso. Spero che qualcuno me ne dia l’opportunità”. Vale lo stesso per la musica? “Devi continuare a sfidare te stesso. Non importa se percorri strade già aperte da altri, la tua personalità renderà comunque le cose un poco differenti. Io sono orgoglioso di quel che ho fatto finora. Il disco che feci con i Flesheaters è tuttora il mio preferito. Degli X amo ‘Under the big black sun’ così come ‘See how we are’ che ci fece conoscere a una nuova generazione. E ‘Forever hasn’t happened yet’ è stato un punto di svolta nella la mia carriera solista”. Oggi vive sulle montagne che stanno sopra Bakersfield (“Los Angeles è diventata troppo cara per me”, confessa), eppure pochi gruppi come gli X hanno incarnato quello spirito turbato e decadente che è tipico della Città degli Angeli. Prima di loro lo seppero far bene i Doors di Ray Manzarek, non a caso produttore del loro primo album. Un passaggio di testimone… “E noi quel testimone lo abbiamo passato ai Jane’s Addiction. Di lì in poi ha cambiato mano tante altre volte: dagli NWA a Beck, e da lui ai Silversun Pickups, una band eccellente. Ci deve essere qualcosa nell’aria, o nell’acqua di Los Angeles che la rende speciale. Cosa accomuna tutti questi artisti? Forse la capacità di esplorare la parte buia del sole”. Già: il “grande sole nero” che intitolava il terzo album degli X… “Sì, una contraddizione in termini, un conflitto interiore. A Los Angeles si respira sempre un senso di violenza latente e casuale, di movimento e di inquietudine, e non parlo solo delle gang che si prendono a pistolettate da un’auto all’altra. C’è un lato scuro che percepisci persino nei Buffalo Springfield e in tutti quelli che lavorano nel business musicale. E’ diverso da quello di New York, dove tutto è più febbrile, serrato. Io ne ho avuto abbastanza e per questo me ne sono andato. Ma sono onorato di averne fatto parte”.
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