NEWS   |   Italia / 09/11/2007

Roberto Vecchioni: ‘Il mio nuovo disco? Forte ed estremo'

Roberto Vecchioni: ‘Il mio nuovo disco? Forte ed estremo'
“Mi è tornata la nostalgia del pop”. Inizia con questa frase la presentazione del nuovo album di Roberto Vecchioni dal titolo “Di rabbia e di stelle”, in uscita oggi, venerdì 9 novembre. “Doveva essere un disco particolare, lo era nelle mie intenzioni”, ha spiegato l’artista, “A trent’anni si stempera tutto, a sessanta invece è tutto condensato, tutto si ammassa, non c’è più posto per gli spazi vuoti, per gli spazi narrativi. In questo album volevo che tutto fosse sostanza, volevo anche dire tantissimo. C’è una regola da cui bisogna partire: lo scrittore di canzoni è fondamentalmente un esagerato. Esagera sempre le sue emozioni, sia in bello sia in brutto, perchè fa parte della sua ‘missione di fingitore’”.
“Nel momento in cui vengono fuori delle cose della tua vita in cui credi molto, dici di più di quello che devi dire, usi aggettivi roboanti, senti una missione anche nei confronti di te stesso nel dire le cose nel modo più intenso e forte possibile. Capitano dei momenti di crisi, a me ne è capitato uno piuttosto grosso: ne ho le palle piene della mediocrità, della gente che va in televisione a soffrire e a parlare di amori finiti. Le verità sono altre, quando uno ha dolori d’amore così forti non va a parlarne in mezzo alla gente. Una crisi può venire, bisogna parlarne. Queste cose le dico in ‘Non amo più’ e in ‘Non lasciarmi andare’: l’amore è un’avventura magnifica ed incomprensibile, ami con una forza incredibile, poi per via dell’età e di alcuni sconforti ti accorgi che non ami più nulla. Non solo la tua compagna, ma anche la politica e tutto il resto”.
“Un’altra canzone forte per esempio è ‘Rose blu’”, ha aggiunto Vecchioni, “E’ stato un momento difficilissimo che ha coinvolto mio figlio, è la canzone più drammatica della mia vita, la più immediata. Sono arrivato a questo patto con Dio e quando mi è venuta l’idea mi sono chiuso in uno stanzino al buio per due o tre ore, cosa che ho fatto solo per altre due canzoni, e ho concluso questo pezzo che è insieme una preghiera e una bestemmia. E’ un brano delicato, semplice, privo di retorica però”.
Vecchioni spiega il perché del titolo “Di rabbia e di stelle”: “Ho sempre avuto una duplicità nella visione delle cose: la rabbia è una rabbia interna mia, non cattivissima, mentre le stelle si dividono in due, quelle oscurate dalle nuvole, che sono lo sconforto, e quelle limpidissime che sono la speranza. Sono temi che ho sempre trattato in altri modi, ma qui, in questi pezzi, c’è una rieducazione all’amore. Scrivere aiuta se stessi”, ha precisato, “se non avessi scritto queste cose sarei stato molto male. Credo sia uno dei dischi più belli della mia vita, e completa la trilogia dei miei altri due dischi preferiti, ‘Il cielo capovolto’ del 1995 e ‘Il lanciatore di coltelli’ del 2002”.
“Ci sono momenti in cui quello che provi è talmente forte che devi per forza dirlo”, ha spiegato il cantautore, “ma non è detto che certe cose poi si pensino per davvero. In ‘Neanche se piangi in cinese’, parlo a mia moglie, ma non è assolutamente così. Si vede che in quel momento era talmente impulsiva come cosa che ho sentito l’esigenza di scriverla con quelle parole”.
“Le canzoni delle nuove generazioni sono diverse”, ha aggiunto, “Non si ascoltano più i dischi, si ascoltano i brani uno per uno. Ci sono alcuni giovani che non hanno mai sentito parlare di Bob Dylan, di Bruce Springsteen, di Domenico Modugno. La canzone è un discorso, mi vengono in mente Niccolò Fabi, Daniele Silvestri, Samuele Bersani… lui per esempio scrive delle cose bellissime, dovrebbe essere conosciuto di più, è uno dei pochi continuatori della canzone d’autore degli anni Settanta, dove si parlava, si raccontava, si mettevano le proprie idee fuori, si evocava”.
“Ci sono alcuni artisti della mia generazione”, ha concluso, “che ritengo grandissimi ma a me non danno molte emozioni. Uno è Francesco De Gregori: ha inventato un linguaggio musicale, ha dato una svolta alla canzone italiana, ma a parte ‘La leva calcistica della classe ‘68’ e ‘Renoir’ non mi cattura. L’altro è Paolo Conte: mi piace da morire, mi interessa, mi diverte, ma non mi emoziona. Mi emozionava il Lucio Dalla di ‘Com’è profondo il mare’, il Venditti di quegli anni lì… ho pianto molto su ‘Compagni di scuola’, mi piacerebbe che i ragazzi di oggi ritrovassero questa profondità nelle canzoni”.
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