Suzanne Vega: 'Amo New York, una signora dura e spietata'

Suzanne Vega: 'Amo New York, una signora dura e spietata'
Matrimoni, funerali, figli da crescere. Così è la vita. Suzanne Vega non pubblicava dischi dal 2001 (“Songs in red and gray”); nel frattempo ha divorziato due volte (dal musicista/produttore Mitchell Froom e dalla casa discografica A&M), si è risposata con l’avvocato e poeta Paul Mills, ha perso un fratello sconfitto dall’alcol e dalla tragedia dell’11 settembre, ha trovato casa presso la Blue Note di Bruce Lundvall. E il nuovo album “Beauty & crime”, spiega, è “in un certo senso una risposta a quanto è successo in questi ultimi sei anni, nel privato ma anche nel pubblico. Un paio di canzoni affrontano il tema del mio secondo matrimonio e della morte di mio fratello. Ma non volevo realizzare un album che parlasse soltanto di me stessa, piuttosto fare un disco che ritraesse la città di New York in una prospettiva un po’ più ampia. Così ci sono anche episodi in cui non compaio per nulla. In ‘Angel’s doorway’ i protagonisti sono una donna e suo marito, un poliziotto che rincasa la sera. E in ‘New York is a woman’ la soggettiva è su un’altra persona a cui immagino di rivolgermi. E’ vero però che le canzoni di questo album sono più autobiografiche del solito. Ho sempre cercato, anche nelle composizioni più personali, di riflettere sentimenti universali e ci ho provato anche questa volta: qualunque madre, in fondo, potrebbe cantare il pezzo che ho dedicato a mia figlia Ruby, ‘As you are now’. E ciò di cui parlo in ‘Bound’ credo possa essere condiviso da ogni moglie che provi amore per il proprio marito”.
Undici canzoni, e tutte hanno la sua adorata New York (anzi, New York City) sullo sfondo, nel ruolo di comprimaria o di protagonista. Perché la dipinge come una femmina, signora Vega? “L’idea di quella canzone, ‘New York is a woman’, mi è venuta una sera conversando a cena con un amico europeo che mi raccontava le sue sensazioni da neofita sulla città. Mi è capitato qualcosa di simile con tante altre persone, tutte abbagliate da quel primo incontro con una metropoli che sembra identica a quella descritta in tanti film, che ti affascina e ti costringe a prolungare la tua permanenza. Tutti ne parlano con un linguaggio appassionato che assomiglia a quello che gli uomini usano quando si innamorano di una donna. Così ho pensato che mi sarebbe piaciuto un giorno ritrarre New York City in una canzone come una donna dura e spietata che ti fa innamorare ma un secondo dopo ti ha già dimenticato. Perché New York è proprio così”. Dalla Grande Mela provengono anche alcuni collaboratori illustri che in questo disco le hanno dato una mano, Lee Ranaldo dei Sonic Youth e Tony Shanahan del Patti Smith Group. E pensare che qualcuno etichetta ancora Suzanne come una cantautrice folk del Greenwich Village… “Il bello di New York è che basta attraversare una strada per trovarsi in un mondo completamente differente. Lee Ranaldo è una persona che incrocio spesso in città, negli studi di registrazione, ai party e in altre occasioni mondane, capita spesso di salutarci e di fare una chiacchierata. E, grazie al lavoro che ho fatto con Lenny Kaye (coproduttore del suo primo album, ndr), conosco e frequento da tempo Patti Smith e i membri del suo gruppo. Nella scelta dei musicisti hanno pesato considerazioni geografiche, ma non solo. Cerco quelli che ritengo più adatti e funzionali alle mie canzoni, a questo punto della mia carriera mi sento libera di prendere a prestito da qualunque genere musicale”. Ha anche arruolato la giovane ed emergente KT Tunstall, per qualche coro: esponente di una nuova generazione di cantautrici di cui Suzanne, una ventina d’anni fa, è stata tra le pioniere. “Eravamo molte di meno allora, c’eravamo io e Rickie Lee Jones, Chrissie Hynde e naturalmente Joni Mitchell… Ne emergeva una nuova all’anno, di media, contro le quattro o cinque di oggi. La scena si è fatta più ricca e movimentata, oggi tutte si sentono libere di fondere rock’n’roll, folk e jazz come meglio credono. C’è anche molta più competizione, perché in radio lo spazio a disposizione delle donne continua a essere limitato. Mi auguro sinceramente che la situazione cambi, tutti devono godere delle stesse opportunità”.
Intanto “Beauty & crime” è un disco dai suoni prevalentemente organici, naturali: come se la Vega avesse voluto prendere definitivamente le distanze dagli album “sperimentali” prodotti dal suo ex marito Mitchell Froom negli anni ’90, “99.9 F°” e “Nine objects of desire”. “No, non è affatto così. Quei dischi per me rimangono un punto di riferimento, una pietra di paragone con cui misuro tutto quello che ho fatto dopo. Lavorando con Mitchell ho imparato molto sulla musica, cerco ancora di fare tesoro di quegli insegnamenti. Collaborare con Jimmy Hogarth, il produttore di ‘Beauty & crime’, è stata un’esperienza completamente diversa: Mitchell sa leggere la musica e la comprende a fondo, Jimmy come me è un autodidatta che sa bene quali suoni desidera ascoltare ma non sempre sa spiegare come ottenerli. Io avrei voluto delle sonorità un po’ più ritmiche e moderne, e invece il risultato è stata una musica un po’ più soffice di quanto mi sarei aspettata. A volte va così, non raggiungi esattamente quello che avevi in mente ma qualcosa che gli si avvicina. Ma in quel momento pensavo che la cosa più importante fosse portare a termine l’album e pubblicarlo subito invece di lasciar passare un altro anno ancora. Io suono principalmente la chitarra, quindi uno strumento antico, ma in ogni disco che ho fatto finora ho sempre cercato di conferirgli un suono moderno. Compreso il primo album del 1985: se lo ascolti, ti accorgi che ci sono chitarre elettriche e sintetizzatori, la tecnologia disponibile ai tempi. Cerco di non farmene schiavizzare ma di piegarla ai miei scopi. Nel nuovo disco, per esempio, mi sono divertita a usare il software Garageband di Apple”.
Quel che non viene mai meno, invece, è la profondità letteraria e “cinematografica” dei testi. Come mai tanti eroi ed eroine del passato, Frank Sinatra e Ava Gardner, Edith Wharton e Olivia Goldsmith, nelle canzoni di “Beauty & crime”? Nostalgia per un tempo che non c’è più? “No, non volevo essere sentimentale o retrospettiva. Ma mi piace guardare alla storia, mi piace l’idea di estrarne degli episodi per utilizzarli in un contesto moderno, ricomponendoli in una sorta di collage. E poi la Goldsmith è un personaggio moderno e contemporaneo, e tanti altri ce ne sono nel disco. Zephyr è un graffitaro realmente esistente, e c’è il poliziotto di ‘Angel’s doorway’ che lavora a Ground Zero. Mi piacerebbe anche scrivere del futuro. Ma il futuro non l’ho ancora trovato”. Raffinata manipolatrice della parola, abituata a dare più peso ai testi che alle musiche delle canzoni, la Vega continua un po’ misteriosamente ad attrarre anche una fetta di pubblico che ha scarsa familiarità con la lingua inglese (e una conferma la si è avuta nell’attenzione assorta che ha circondato il suo concerto di lunedì sera, 29 ottobre, all’Auditorium di Milano). Com’è possibile? “Non posso che essere grata per questo. Forse succede perché da qualche parte si trovano sempre traduzioni dei miei testi: magari non ancora quelle del disco nuovo, che prometto di mettere prima o poi sul mio sito. E poi bisogna considerare che la gente non si focalizza solo sul significato delle singole parole, ma anche sulle idee che ne stanno alla base, sulle immagini, sulle metafore. Anche se cogli solo una parola ogni tanto puoi comunque comprendere il senso globale, il quadro di riferimento della canzone, e basta questo per creare un contatto con chi ti ascolta. D’altra parte in America c’è un sacco di gente che pur parlando la mia stessa lingua non capisce il significato delle mie canzoni. Il panorama del pop statunitense non è tutto desolante, ci sono gruppi nuovi che scrivono canzoni intelligenti. Per esempio i Panic! At the disco, i cui testi assomigliano a poesie o a commedie, dialoghi più complicati del solito ‘ti amo, ti desidero e voglio venire a letto con te’. Ma in Europa siete abituati da decenni, se non da centinaia di anni, a vivere a contatto con la poesia e con canzoni di contenuto poetico. Per voi non è una cosa così misteriosa”. E Suzanne, in questo, è molto europea (padre di origine angloscozzese, madre di ceppo svedese-germanico): “Sto sempre a scrivere qualcosa. Sul computer, nella posta elettronica, sul mio taccuino tascabile. Scrivere fa parte della mia esperienza quotidiana, si tratti di spedire una lettera a mia figlia o un messaggio a mio marito, oppure di far calcoli sul mio giornale di bordo. Poi capita che mi chiami il New York Times e mi chieda di scrivere un editoriale: in quei casi il mio taccuino di appunti mi torna molto utile”. Più controverso il rapporto col palcoscenico, invece: “Quando ero più giovane ne avevo un po’ paura, soprattutto non mi piaceva l’idea di venire giudicata, a volte mi sentivo ostile e a disagio. Ma questo accadeva tanti anni fa, quando non avevo ancora vent’anni… Oggi non sono più intimidita dal palco. Soprattutto quando so che cosa sto facendo, come capita ad esempio nel corso di un tour. Però in qualche modo mi sento riservata, inconsciamente provo ancora un certo imbarazzo nell’essere osservata e giudicata. Credo sia parte del mio carattere, una condizione immutabile”.
A proposito: il tempo stringe, Suzanne è attesa al soundcheck. Ma come farsi scappare l’occasione di chiedere un paio di dritte a una newyorkese doc (anche se nata in California) come lei? E dunque: miglior canzone mai scritta su NYC? “Oh, tante… ‘Across 110th street’ di Bobby Womack. ‘Manhattan’ di Rodgers & Hart. Ma soprattutto ‘Walk on the wild side’ di Lou Reed che rappresenta alla perfezione uno spicchio di vita cittadino”. Miglior libro? “Mi viene in mente ‘A drinking life’ di Pete Hamill, un ex giornalista newyorkese che è diventato autore di libri. Ama New York, la capisce e ne conosce la storia, e quel libro è un memoriale che racconta il suo crescere tra Brooklyn e Manhattan”. E il miglior film? “Devo confessare di averlo visto solo di recente, ma ‘Manhattan’ di Woody Allen è un classico”.
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