Chuck Prophet: 'Addio country, oggi destrutturo il rock'

Chuck Prophet: 'Addio country, oggi destrutturo il rock'
“Non ho mai fatto la scelta giusta, io”.
E’ l’estetica irresistibile del “loser”, certo, ma anche vita vissuta. Ai tempi dei Green On Red e fianco di Dan Stuart, uno più balordo e più scorbutico di lui, l’allora giovanissimo Chuck Prophet gettò le basi di quel cosiddetto alt.country che oggi fa la fortuna di gente come Ryan Adams e Lucinda Williams (“Beh, doveva succedere”, è il suo laconico commento. “E sai perché tutti si buttano sul country rock, prima o poi? Perché è una musica facilissima da suonare!”). Ha flirtato a lungo con la cocaina e le droghe pesanti, e solo da dieci anni (oggi ne ha 43) le cronache lo dichiarano “pulito”. Ha vagabondato tra varie case discografiche, e ultimamente anche la New West Records gli ha dato il benservito (“E’ andata così, capitolo chiuso”, dice, sorvolando sui motivi). E così il nuovo disco “Soap and water”, che molti indicano già tra i migliori della sua produzione, se l’è fatto tutto da sé (prima di “venderlo” in giro per il mondo, alla Yep Records in America e alla Cooking Vinyl in Europa), senza neanche pagare i musicisti che ci suonano. Com’è possibile? “Abbiamo cominciato a registrare due o tre canzoni mentre ero ancora alla ricerca di un contratto discografico, ma poi tutti eravamo così eccitati che abbiamo voluto andare avanti comunque. Invece di pagarli come turnisti, ho proposto ai ragazzi del gruppo di condividere con me la proprietà dei master: a quel punto hanno cominciato a suonare anche meglio di prima. Alcuni sono miei vecchi amici, Aidan Hawken lo stimo molto come cantautore e ho anche suonato sul suo ultimo disco. Anche se non è un vero tastierista, se la cava lo stesso e io non ho bisogno di virtuosi. Per me è un po’ quel che David Bowie era per Iggy Pop”.
Nelle note di copertina campeggia una frase rivelatrice del regista John Cassavetes: “Ho una mente unidirezionale: l’amore e la sua mancanza sono tutto ciò che mi interessa”. Una chiave di lettura del disco? “Sì, direi proprio di sì. La mia di solito non è musica a contenuto sociale. Nelle mie canzoni il mondo esterno filtra attraverso le persone che le popolano. E mi piace lavorare con i caratteri, con i personaggi, piuttosto che con l’autobiografia: mi sembra più interessante. Un po’ come se fossi uno degli autori dei ‘Sopranos’. C’è qualche eccezione, però: il protagonista di ‘Downtime’, con quel desiderio di scappare via da tutto, sono io, vittima del fascino e della seduzione dell’isolamento. Però niente da fare, sono rimasto a vivere in città: San Francisco è ancora un buon posto per i musicisti, ci sono ottimi studi di registrazione, club e posti dove suonare. Devendra Banhart e i Vetiver si sono fatti le ossa qui, e anche Kelley Stoltz che oggi è il mio preferito. Lo spirito libertario della città sopravvive, anche se rischia costantemente di scomparire. Il caro affitti e questo sistema economico al calor bianco stanno facendo piazza pulita dei margini della città: ed è la gente di margine che ha fatto di San Francisco quel che è sempre stata e che ancora simboleggia per tanta gente”.
Cassavetes sembra un modello adeguato, per un tipo “cinematografico” come Prophet… “Oltre a lui amo Woody Allen e Clint Eastwood, autori-registi che si scrivono i film e se li dirigono inseguendo una loro visione. Allo stesso modo, a me i dischi piace scriverli, suonarli e produrmeli da me. Mi piace sentirmi solo contro tutti”. Ha anche recitato in un film indipendente, Chuck, “Revolution summer” di Miles Montalbano (“E’ un mio amico e il film glielo ha prodotto Jonathan Richman, che si è anche occupato della colonna sonora. Io faccio la parte di uno spacciatore, un piccolo cameo”). E come un film, il suo nuovo album si chiude con un “Happy ending” del tutto illusorio: “I vincitori perdono/gli eroi capitolano/e in tutto questo non c’è alcun senso”. “E’ come essere in sala a guardare un film chiedendosi come va a finire. Solo che la pellicola non finisce mai e come va a finire nessuno lo sa”. “Let’s do something wrong”, al contrario, ha un carattere dispettoso e fanciullesco: nostalgia per i giorni gloriosi del rock’n’roll? “No, l’ho scritta pensando a tutte le persone che conosco e che nella vita, al contrario di me, hanno sempre fatto le scelte giuste. Mi vengono di nuovo in mente i ‘Sopranos’: la scena in cui, nello strip club, Artie si rivolge a Tony domandandogli perché non si scopa quella tal ragazza. E lui acconsente. Artie è il tipo che prende sempre la decisione più saggia ma che rimpiange il fatto di non aver mai provato a saltare dal precipizio”.
Ben oltre gli steccati dell’alt.country, “Soap and water” suscita piuttosto paragoni con certo rock newyorkese del periodo d’oro del CBGB’s , ancora di più con la musica asciutta e ispida di Alex Chilton. “Amo quella scena newyorkese, Tom Verlaine e Willy DeVille. E Alex Chilton per me è un eroe, un patrimonio dell’America. Attinge a materiali rock’n’roll tradizionali ma è capace in qualche modo di decostruirli: che poi è anche la mia ambizione. E’ come un espressionista astratto, un iconoclasta e un sopravvissuto”. E perché quei cori di bambini, sul disco? “Mi piacciono i bambini quando cantano perché non si mettono in mostra, lo fanno naturalmente senza inutili gorgheggi. La purezza della loro emissione vocale attribuisce un significato diverso alle parole delle canzoni. Anche loro sembrano trovarsi a loro agio con me, forse perché quando canto sembra sempre che io stia parlando”.
I Green On Red sembrano di nuovo lontani, eppure pochi mesi fa c’è stata un reunion. Com’è andata? “E’ stato divertente e per niente difficile. Siamo rimasti tutti sorpresi dalla facilità con cui abbiamo ripreso a suonare insieme, in un certo senso quelle sono canzoni che si suonano da sole”. Qualche ricordo particolare di quei vecchi tour italiani: “Una volta, a Roma, il pubblico inferocito assediò il nostro van picchiando contro i finestrini. Danny Stuart spezzò in due una bottiglia di vino e cominciò a usarla per difendersi a mo’ di spada. Il motivo della baruffa? E chi lo sa, credo sia stata colpa dell’alcol… Andando via col furgone, dopo lo show, ne ridemmo a crepapelle con il promoter. Ci siamo divertiti… Grazie al contratto con Mercury, per la prima volta nella vita avevamo i soldi per pagare l’affitto. Ai tempi di ‘The killer inside me’, però, subimmo un’implosione dovuta alle pressioni che ci sentivamo addosso: sapevamo di non essere all’altezza delle aspettative… Mentre credo che ‘Here come the snakes’ sia stato il nostro disco migliore, quello in cui siamo davvero diventati un gruppo e abbiamo trovato la quadratura del cerchio”. Dopo Dan Stuart, Chuck ha cercato continuamente altri, per quanto più saltuari, partner musicali: il soulman bianco Dan Penn, Alejandro Escovedo, Kelly Willis. Perché? “Scrivere una bella canzone è sempre una specie di piccolo miracolo, è bello avere accanto a te in studio qualcuno che ti aiuta a renderla nel modo migliore. E se diventa un confronto tra due egocentrici tanto meglio, la cosa si fa più interessante. Chi manca all’appello? Dylan, aspetto ancora una sua chiamata”.
Chissà se nel disco nuovo si annida una “Summertime thing”, il pezzo che cinque anni fa gli regalò una imprevista e fugace notorietà radiofonica: cos’è il successo, per Chuck Prophet? “E’ l’arte di prendere la tua vita, e la tua musica, e di renderle giorno per giorno migliori. A me sembra di avere cominciato a farlo da poco”.
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