Mobile Music in calo, ma per gli operatori 'il bicchiere è mezzo pieno'

Mobile Music in calo, ma per gli operatori 'il bicchiere è mezzo pieno'
In Italia, che pure rimane uno degli avamposti mondiali del settore in virtù della diffusione record dei telefoni cellulari, il giro d’affari della “mobile music” si sta contraendo: - 16 % rispetto all’anno scorso, con un’incidenza ridotta, dal 70 al 57 %, sul totale della musica digitale acquistata e fruita legalmente nel primo semestre del 2007 (l’altra fetta spetta ovviamente ai download e agli streaming da Internet). Chi opera sul campo, però – aziende telefoniche e discografici – preferisce vedere il bicchiere mezzo pieno, parla di fase di transizione e di “crisi di crescita” e pensa alle nuove opportunità, man mano che la domanda trasloca dalle effimere suonerie a prodotti e servizi di contenuto più squisitamente musicale e mentre sul mercato aumenta l’offerta e il livello di prestazioni dei cosiddetti “musicphones”. E’ quanto risulta dal “Mobile Music Forum” che l’associazione dei discografici FIMI e la società di ricerche M:Metrics hanno organizzato giovedì scorso, 11 ottobre, alla Camera di Commercio di Milano, presentando i dati aggiornati di settore e facendoli discutere da un nutrito panel di addetti ai lavori. E pazienza se il mercato digitale nel suo complesso, Internet e mobile, vale attualmente in Italia solo 16,7 milioni di euro, il 7 % del fatturato discografico (fonte FIMI/Deloitte): “Negli Stati Uniti siamo già a quota 35 %, in Gran Bretagna e Danimarca si oscilla tra il 15 e il 20 %”, spiega Andrea Rosi di Sony BMG. “Ci arriveremo anche noi, a quelle cifre, nonostante i ritardi e gli errori che abbiamo commesso. Il declino del Cd è un fenomeno irreversibile”.
Intanto il mercato è in trasformazione: il giro d’affari prodotto dalle suonerie (originali, o “truetone”) è stato superato da quello generato dalla musica scaricata da Internet, 24,53 % contro 26,25 % in termini di quota di fatturato digitale, e avvicinato da quello dei “full track download” sul cellulare (23,95 %). I “ringtones” interessano ancora soprattutto ai giovani fino ai 25 anni di età, che però sempre più spesso se li fabbricano da soli attingendo ai file mp3 che trovano in rete. La popolazione adulta (fino ai 44 anni) preferisce invece usare il telefonino per scaricare file audio e videoclip ma anche per ascoltare musica in streaming (modalità di consumo ancora molto marginale, ma in crescita). Solo fino a un certo punto, però: tra i possessori italiani di “music phones”, che secondo Media:Metrics sono circa 17,7 milioni di persone (e il 39 % degli utenti locali di telefonia mobile, 45 milioni di persone), solo il 28 % li usa per ascoltare musica preferendo ricorrere a tale scopo agli iPod e ai lettori mp3; tra i 5 milioni di utenti che invece usano il cellulare 3G anche per ascoltare musica solo 1,4 milioni (il 28 %) lo utilizza in modo esclusivo mentre 3,6 milioni (il 72 %) adopera anche il lettore dedicato. L’ascolto di musica attraverso il music phone, sostiene sempre M:Metrics, è una pratica integrativa all’uso del music player per il 17 % degli utenti e sostitutiva per il 27 %, soprattutto tra chi possiede lettori di fascia bassa con memoria flash (Apple, insomma, può ancora dormire sonni relativamente tranquilli). Al momento circa un utente italiano di telefonia mobile su dieci ascolta musica dal cellulare, ma solo uno su cento la acquista dagli appositi “store” digitali: la maggioranza preferisce trasferivi i file che ha sul computer.
Non tutti concordano sulle conclusioni della ricerca (“Non credo a una correlazione diretta tra flessione del mobile e crescita di Internet”, dice per esempio Salvatore Monteleone di Warner Music), e nel vivace dibattito che segue, moderato da Marco Magrini del Sole 24 Ore, “telefonici” e discografici si punzecchiano a vicenda a proposito di margini e “revenue sharing” (le telecom si intascano, in media, il 55 % del prezzo pagato dal cliente finale), di investimenti e dell’assunzione più o meno condivisa dei rischi imprenditoriali. Maria Vittoria Giancola di Tim lamenta la lentezza pachidermica dell’industria musicale, “ancora legata a forme di pagamento puntuale e alla concessione di licenze parziali. Dobbiamo districarci in una ragnatela di diritti e di veti, con la conseguenza che un mercato pronto a esplodere resta di piccole dimensioni”. Fabio Riveruzzi di Universal Music ribatte “che il modello di business lo hanno imposto le telefoniche e noi, colpevolmente, lo abbiamo subito”, sottolinea le difficoltà di avere report puntuali e tempestivi sulle vendite e parla di contratti da rivedere con gli artisti (“Paghiamo ancora minimi garantiti tarati sui volumi di vendita che si facevano dieci anni fa, mentre ora tutti quanti dovremmo fare un passo indietro”). Si parla poi di politiche commerciali (“il regime del prezzo unico non è più sostenibile” secondo Gianluca Perrelli di Kiver), dei nuovi modelli di distribuzione gratuita “pagata” dalla pubblicità (“YouTube è già il nostro secondo cliente in Europa”, rivela Rosi), della necessità di facilitare la vita al consumatore invece che di complicargliela. Secondo Marco Argenti di Dada.net, “fino ad oggi l’industria ha sempre adottato un atteggiamento autodistruttivo: acquistare legalmente resta molto più difficile che procurarsi musica illegalmente. La nostra esperienza ci insegna invece che la gente vuole consumare senza usare la carta di credito o dover attivare un account, è tanto più semplice farsi addebitare la spesa sulla bolletta del telefono. E poi il consumatore non è disposto ad accettare le restrizioni all’uso dei file: per fortuna oggi tutti si sono convinti ad abbandonare il DRM, anche quelli che non lo dicono”.
Sostenendo che “è la tecnologia a guidare il mercato”, Carlo Portioli di Vodafone attacca a sua volta l’immobilismo delle major citando ad esempio le difficoltà di decollo dei modelli di consumo in abbonamento e “all you can eat” in cambio di una tariffa fissa: “Peccato”, dice, “che la discografia abbia un atteggiamento conservatore, un’offerta omnicomprensiva a 15 euro al mese avrebbe un impatto fortissimo sul mercato”. Max Moroldo, in rappresentanza del consorzio Made In Italy, spiega che la situazione è paradossalmente più favorevole alle etichette indipendenti ma solleva il problema dell’equa remunerazione di autori ed editori dei brani musicali nel caso delle licenze “flat” e dei download gratuiti pagati dagli inserzionisti pubblicitari. Mentre Claudia Lisa di EMI Music Italy rivendica all’industria un ruolo di ricerca e sviluppo e di tutela della qualità del prodotto (“Sarebbe stato facile puntare anche noi sul trash, che a tanti distributori di suonerie ha fruttato ingenti guadagni: ma il nostro ruolo è di lanciare artisti veri, e ben pochi possono pensare di fare da sé come i Radiohead”). Sulla mancanza di scrupolo di alcuni operatori del “mobile” interviene anche Perrelli, che parla di “comportamenti di tipo predatorio, al limite della comunicazione ingannevole”, e sulla scarsa valenza culturale del tipico prodotto da suoneria è Riveruzzi a prendere le difese della categoria dei discografici (“non è colpa nostra se la gente vuole rane pazze e pezzi insulsi, tocca al governo e alla scuola pensare alla cultura musicale degli italiani”).
Non si respira però l’aria mortifera di tanti altri dibattiti sullo stato dell’industria musicale, e tutti sembrano condividere una qualche dose di ottimismo. “Basterebbe convincere tutti quelli che scaricano da BitTorrent a pagarci un euro per i servizi che offriamo e moltiplicheremmo i nostri fatturati”, dice Rosi (Sony BMG). Mentre Argenti (dada.net) sostiene che anche i downloader illegali sono un serbatoio potenziale per il mercato legittimo: “Basta abbandonare il vecchio sistema di pensiero che prevede un incasso monetario a fronte di ogni download effettuato. Il continuo incremento di traffico su Internet e sulle reti di telefonia mobile consente di pensare ad attingere ad altre fonti di introito”.
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