Katie Melua: 'Un disco nato pensando ai film di Tarantino'

Katie Melua: 'Un disco nato pensando ai film di Tarantino'
Sarà che in quattro anni di meteorica ascesa ha venduto oltre sette milioni e mezzo di album, ma Katie Melua, a soli 23 anni, è una cresciuta in fretta. Senza le smanie, le sregolatezze e le bizzarrie di tante altre giovani star, tra l’altro, e con una solida, determinata professionalità che le permetterà probabilmente di fare parecchia strada: a una bella voce modulata con padronanza (lo dimostra a microfoni spenti a fine conferenza stampa, imbracciando la sua Epiphone acustica per regalare ai presenti un paio di canzoni) aggiunge garbo, savoir faire e idee chiare. “Mi sento in una posizione un po’ particolare, nel music business di oggi”, racconta. “Da una parte ci sono gli artisti che la critica considera cool e innovativi, ma che il pubblico di massa non conosce. Poi ci sono quegli altri che vendono milioni di dischi.. Io, in qualche modo, sto nel mezzo anche se qualcuno tende a infilarmi nella seconda categoria. A me dà un po’ fastidio, perché sono convinta di fare musica coraggiosa e di qualità, anche se non particolarmente innovativa o sperimentale sotto il profilo dei suoni e della produzione. E’ una scelta deliberata, per me contano soprattutto melodia e parole, l’emozione che suscita una canzone e la voglia di raccontare delle storie: mi piace che chi ascolta voglia saperne di più dei personaggi che canto”.
Il suo terzo album appena uscito, “Pictures”, non cambia le carte in tavola, stante una continuità con i due album precedenti garantita da un team di collaboratori guidato come sempre da Mike Batt, che per la Melua è come un padre putativo avendola scoperta quando a soli diciassette anni frequentava la Brit School of Performing Arts nel Surrey. Eppure il loro sodalizio musicale, dopo questo disco è destinato a interrompersi… “Ma non è un divorzio professionale, il nostro”, ci tiene a precisare la giovane artista di origini georgiane. “Non penso di conoscere altri manager che abbiano instaurato un rapporto così stretto con i loro artisti, anche sotto il profilo creativo. Ma ora Mike vuole trovare il tempo di dedicarsi ad altri progetti, mentre io ho bisogno di trovarmi un’identità autonoma. Lui continuerà a curare i miei interessi e a essere il mio discografico: sono legata a doppio filo alla sua etichetta, la Dramatico, e ne sono ben contenta. Per avermi, una major dovrebbe comprarsi tutta l’impresa”.
Intanto a “Pictures” i due hanno ancora lavorato in coppia, condividendo con altri autori la scrittura delle canzoni: “Siccome è il terzo album che facciamo insieme, stavolta volevamo realizzare qualcosa di diverso. L’idea iniziale era di incidere un concept album, una specie di colonna sonora per un film immaginario di Quentin Tarantino (per cui Katie ha anche recitato un cameo nel film “Grindhouse”, ndr). E’ un regista che amo, grazie a ‘Pulp fiction’ ho scoperto la musica di Chuck Berry e di Dusty Springfield… Poi però ci siamo accorti che alcune delle migliori canzoni che avevamo scritto non si adattavano a quel contesto e abbiamo lasciato perdere. Nel disco tuttavia sono rimasti un pezzo di sapore spaghetti western e un reggae: insomma, l’influenza cinematografica in qualche modo si sente lo stesso”. A partire dal titolo dell’album e di alcune canzoni come “Scary films” o “Mary Pickford”, ispirata alla leggendaria attrice hollywoodiana che negli anni Venti del secolo scorso divenne la “fidanzatina d’America”. “Amo i film horror”, spiega Katie, “soprattutto quelli giapponesi. E quella canzone tratta un tema amoroso in maniera diversa dal solito, strana e divertente. Il pezzo sulla Pickford invece lo abbiamo scritto in studio. Su un calendario di Mike avevamo letto della sua strana abitudine di mangiar rose per mantenersi sempre giovane. Abbiamo voluto saperne di più e abbiamo scoperto che oltre a essere una delle più belle attrici americane è stata anche una donna volitiva e intraprendente, una pioniera che ha contribuito alla fondazione della United Artists”. Di cimentarsi lei stessa con la recitazione, però, Katie non ne vuole sapere, anche se con quel bel faccino bucherebbe lo schermo senza problemi: “No, no”, dice scuotendo i riccioloni neri. “Come cantare, recitare è un lavoro di cui spesso si sottovalutano le implicazioni professionali: come se tutti potessero farlo improvvisandosi da un giorno all’altro. Non è così, ci vogliono tecnica e anni di lavoro per sviluppare un talento. E io amo troppo la musica per pensare seriamente ad altro”. Tanto che non le pesano più di tanto, confessa, le pressioni legate al suo status di star (nel 2006, in Europa, nessuna artista di sesso femminile ha venduto quanto lei”). “Adoro stare in studio di registrazione e amo esibirmi dal vivo. Quel che non mi piace è viaggiare senza avere la possibilità di visitare realmente i posti in cui mi trovo. Non mi piacevano neanche le interviste e le sedute fotografiche, a dire il vero, ma ho imparato che sono una parte essenziale del mio lavoro. Il successo? Certo che mi piace, anche se dopo il botto del mio primo disco ci ho messo un po’ ad accettare il fatto di dover passare l’80 per cento del mio tempo a fare cose che con la musica non c’entrano niente. Una volta che ti abitui, non puoi non riconoscere che trovarsi in questa posizione è una bella fortuna anche se i vantaggi di fama e celebrità, credo, sono piuttosto sopravvalutati. Basta pensare a tutti quegli artisti che una volta raggiunti i loro obiettivi finiscono nei guai e si sentono infelici”.
Cresciuta, come molte ragazze della sua età, con una dieta musicale a base di “Destiny’s Child e Eminem, Britney Spears e Spice Girls, mentre per me i Beatles erano la musica dei miei genitori”, la giovane Melua è rimasta folgorata dalla scoperta di Eva Cassidy, ugola d’oro del panorama statunitense scomparsa nel 1996 a 33 anni. “Lei era diversa da tutti gli altri”, sostiene. “Ascoltarla mi ha permesso di apprezzare il valore della semplicità e della musica che non si affida al ritmo o alla produzione: valore che ancora oggi le radio tendono a respingere. Le sue cover mi hanno fatto scoprire artisti come Simon & Garfunkel, cantanti jazz come Ella Fitzgerald e Billie Holiday. Mi si sono aperte le porte di un intero mondo musicale che non conoscevo”. Da lì arriva anche la passione per Leonard Cohen, la cui “In my secret life” chiude il nuovo album: “Conoscevo quella canzone da quattro o cinque anni, e anche senza approfondirla troppo mi aveva sempre affascinato. Quando ho cominciato a cantarla in studio mi sono accorta che le sue parole sono come uno specchio nudo in cui riflettersi. Parlano di chi coltiva una certa idea di se stesso, pensando di essere diverso dagli altri e di poter cambiare il mondo. Poi, crescendo, ti accorgi di non aver realizzato le tue ambizioni giovanili, di essere diventato conformista e molto meno coraggioso di quanto avresti desiderato. L’ho usata come una specie di monito a me stessa”.
Curiosa e affamata di musica, Katie ha trovato a Londra, sua nuova dimora da un paio d’anni, una specie di paradiso terrestre. “Ho la fortuna di avere diversi amici che lavorano come talent scout per le case discografiche e così la sera, spesso, vado nei locali a vedere band ancora senza contratto. Così ho scoperto gente come Jack Penate e Mika. Mi sono subito accorto che era un tipo speciale, ma certo non mi sarei aspettato che arrivasse dove è arrivato”. Lo stesso vale per lei, probabilmente. “Sì, Un po’ li invidio, gli artisti debuttanti, per la possibilità che hanno di esibirsi in piccoli club e in un’atmosfera intima. Io posso farlo solo in America, non in Europa dove sono finita subito in classifica. D’altra parte, mi piace anche l’energia che ti dà un pubblico numeroso. Se mi sono mai sentita nervosa? Un paio di volte ho avuto paura, sì. E’ successo quando mi sono esibita davanti a Nelson Mandela e davanti ai Queen, i miei idoli da quando avevo sei anni”. Le piacciono anche i Radiohead, ma giudiziosa e posata com’è non riesce a condividerne la recente, rivoluzionaria decisione di lasciare il pubblico libero di pagare quanto vuole i download da Internet. “Mah… mi piace il loro modo di pensare fuori dagli schemi, però mi preoccupa il fatto che spingano la gente a svalutare il valore economico di un bene prezioso come la musica o il diritto d’autore. Diffonderla gratuitamente, per me, significa dare alla gente un messaggio sbagliato. Credo di capire il loro punto di vista, la loro voglia di dare una scossa all’industria musicale, ma non credo che quella che hanno proposto sia la soluzione migliore”.
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