Joe Henry: 'Faccio musica in bianco e nero'

Joe Henry: 'Faccio musica in bianco e nero'
Le sue canzoni nascono per immagini. Joe Henry, che oggi tutti conoscono soprattutto come produttore per palati fini (Solomon Burke, Ani DiFranco, Elvis Costello con Allen Toussaint, Mary Gauthier, prossimamente il cantante country Rodney Crowell), ha un modo tutto speciale di preparare i suoi dischi e di “addestrare” i musicisti che vi suonano (sul nuovo “Civilians”, appena uscito, spiccano i nomi di Bill Frisell, Loudon Wainwright III e Van Dyke Parks). Quattro anni fa, ai tempi di “Tiny voices”, aveva pensato di creare l’atmosfera giusta invitando i session men a guardarsi un vecchio film di Buñuel. “Stavolta, invece, gli ho fatto vedere le foto di John Cohen che ho scelto per la copertina dell’album. Appena le ho viste, ho subito colto un intimo legame con la musica che avevo in mente di fare. ‘Guardate qua’, ho detto ai musicisti il primo giorno in studio. ‘Il mio disco deve suonare proprio così’. E tutti hanno colto al volo cosa intendevo dire. Quel libro fotografico, ‘There is no eye’, me lo aveva prestato un amico. Quando ho contattato Cohen per chiedergli il permesso di utilizzare qualche immagine lui, che è anche un film maker e un musicista (nel gruppo folk revival dei New Lost City Ramblers, ndr), ne è stato subito entusiasta. Non ha voluto sapere altro e ha detto di sì”.
Foto suggestive e molto evocative, in effetti: come quella che ritrae il pittore figurativo Bob Thompson, scomparso a Roma nel 1966, nell’atto di preparare un happening al Delancey Street Museum di New York, lo studio casalingo dell’artista pop Red Grooms. “Un posto così alla buona”, spiega Henry, “che quando si trattava di spegnere le luci per dare inizio allo spettacolo era lui stesso a dover salire su un tavolo per svitare la lampadina. Mi piaceva l’immagine di quest’uomo afroamericano tutto proteso verso la luce”. Tutte quelle vecchie foto sono in bianco e nero, e una vecchia America in bianco e nero evocano anche le prime parole della title track e del disco (“i cavalli da carrozza scalpitano imbizzarriti”). “Ma in realtà non parlo necessariamente del passato”, corregge il cantautore. “Quella canzone è nata una sera piovosa mentre passeggiavo nella parte sud di Central Park, un posto dove ancora oggi passano carrozze e cavalli. Con la nebbia e con la pioggia, la città sembra sempre immersa nel bianco e nero: e quel tipo di immagine, a New York, potrebbe appartenere a oggi come a cento anni fa. Quando poi ho visto la foto di Cohen che ritrae una donna seduta sul retro di un taxi-carrozza mi è immediatamente scattato in testa un collegamento. In molte città americane, ancora oggi, basta girare l’angolo per sentirsi proiettati indietro di secoli. Non devo dirlo a te: a Roma e a Firenze questa sensazione è ovviamente amplificata. Mi affascina il fatto che il tempo possa diventare una totale astrazione”.
Le altre undici canzoni di “Civilians” ne condividono spesso umori e atmosfere: sembra quasi esserci un “plot”, un intreccio narrativo di sottofondo che le lega tutte. “Non è proprio così”, risponde Joe. “Succede che io scriva canzoni e che le accumuli una sopra l’altra. A un certo punto tra alcune di esse affiora un qualche tipo di connessione e il risultato è un disco che ti invita ad ascoltarlo in sequenza, dall’inizio alla fine. Ma non è un film: se c’è una trama di fondo, se ci sono temi ricorrenti come amore, sofferenza e redenzione, la narrazione non è lineare. Il legame comunque c’è, e io credo che per stare in piedi un album debba sempre funzionare in questo modo. Anche se poi il pubblico ha sempre la possibilità di scegliere cosa fare: e non è una cosa di oggi, anche quando ascolti un disco in vinile puoi decidere dove appoggiare la puntina. Detto questo, mi piace pensare che ci sia qualcuno che ama ascoltarsi i dischi in cuffia da cima a fondo. Chi lo farà con ‘Civilians’ avrà modo di apprezzarlo meglio degli altri”.
Il disco di Henry ha un fratello di poco maggiore: “Strange weirdos” di Loudon Wainwright III, colonna sonora del film “Knocked up” di Judd Apatow, (maldestramente tradotto “Molto incinta” in italiano) che con “Civilians” condivide i musicisti, Frisell escluso, e persino una canzone, “You can’t fail me now”. “I due dischi si assomigliano, è vero”, conferma Henry. “Abbiamo registrato ‘Civilians’ subito dopo avere terminato il lavoro sul disco di Loudon, ed è stata l’accessibilità emotiva che trasmettono le sue canzoni a farmi venire voglia di essere più diretto, dopo un disco come ‘Tiny voices’ in cui era il caos a farla da protagonista. ‘You can’t fail me now’ l’avevo scritta per lui, ma dopo avergliela consegnata ho capito di avere ancora in mano una tessera del puzzle. E poi piaceva tanto a mia moglie Melanie (Ciccone, sorella di Madonna, ndr), è stata lei a insistere che la registrassi. Come potevo dirle di no?”. In sala di registrazione Henry e i suoi collaboratori ci sono rimasti poco, come al solito. “Un po’ per necessità finanziarie, ma soprattutto perché quando lavori veloce sei costretto a impegnarti a fondo e a rispettare i programmi. E’ un concetto su cui insisto anche quando produco altri artisti. Se hai due settimane a disposizione tendi a procrastinare le scelte. A me invece preme che le canzoni restino vive, preferisco spendere i soldi per ingaggiare i musicisti giusti piuttosto che sprecare tempo in studio. Stavolta abbiamo registrato tutto in quattro giorni, nello scantinato di casa mia. Con ‘Tiny voices’ ero partito da un’idea di produzione, e quella ha influenzato anche la scrittura di alcuni brani. Ma di solito, e anche con ‘Civilians’ non funziona così; ho voluto andare dritto al cuore della canzone, ho cercato di fare in modo che la produzione diventasse in un certo senso più invisibile”.
La ritrovata immediatezza ha portato come frutto canzoni relativamente esplicite come “Civil war” e soprattutto Our song”: è una forzatura parlare di “politica” e di sentimenti post 11 settembre? “Non posso dire che non c’entri nulla, la politica. In America aleggia un senso di timore diffuso, amplificato da quegli eventi ma in fondo latente già da molto tempo prima. E’ vero, a me non piace considerarmi un autore ‘politico’, preferisco pensare che le mie canzoni siano attuali ma anche fuori dal tempo. Però non posso non riconoscere il fatto che oggi viviamo tutti in una stanza piena di fumo e che respirare è diventato più difficile. Mi rendo conto che la politica non può essere totalmente ignorata, neanche dagli artisti. Cerco solo di trovare un modo di parlarne che suoni autentico rispetto al mio mondo poetico interiore”. Un po’ come Dylan, che molte delle canzoni di “Civilians” richiamano nell’atmosfera musicale, a volte anche nell’immaginario: il giocatore di baseball Willy Mays, citato in “Our song”, compariva già nella “I shall be free” del poeta di Duluth. “Conosco la canzone, ma mi ero completamente dimenticato di quella citazione! E’ vero, forse ci sono delle somiglianze con la musica di Dylan, ma me ne sono accorto solo una volta concluse le registrazioni. Del resto abbiamo un background simile, soprattutto nel rifarci a certo blues e jazz anteguerra che da sempre rappresenta una delle mie principali fonti di ispirazione. Mi viene naturale spogliare il suono fino all’osso perché così era il tipo di musica con cui sono cresciuto, il vocabolario che ho imparato da piccolo”. Ed ecco allora un pezzo come “Parker’s mood”, che prende ispirazione dal suo idolo Charlie Parker… “Spero che non sia necessario conoscerlo a fondo per apprezzare una canzone che affronta un argomento più generale: il paradosso per cui certi artisti, o anche uomini di fede, sono portati per dono naturale a glorificare la bellezza profonda ed eterna del vivere, anche se poi si lasciano distruggere dalle loro umane debolezze. In questo disco viene spesso evocato Dio: ma sono i personaggi a richiederlo, quando ti trovi con le spalle al muro, in trappola o in un momento di profonda crisi ti viene spontaneo rivolgerti a un’entità superiore”.
A questo punto della carriera viene naturale paragonare Henry al suo mentore ed ex produttore T-Bone Burnett:entrambi produttori raffinati e artisti cocciutamente alla ricerca di un proprio mondo di suoni, tutti e due frequentatori e amanti del cinema (Henry ha collaborato alla colonna sonora di “I’m not there”, il film liberamente ispirato alla figura di Bob Dylan). “Ne sono lusingato, grazie. T-Bone è un caro amico ed è stato il primo a incoraggiarmi sulla strada della produzione. Non solo tendiamo a circondarci degli stessi musicisti, da lui ho anche imparato a non preoccuparmi del genere di musica su cui si lavora, che sia un disco country o di Tony Bennett. Altri amici sono Rosanne Cash, Elvis Costello e Billy Bragg, che ringrazio nelle note di copertina di ‘Civilians’: hanno ascoltato sul nascere alcune delle canzoni di questo disco, mi hanno dato suggerimenti utili e mi hanno incoraggiato in un momento in cui ne avevo particolarmente bisogno”.
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