Peter Cincotti: 'Scrivendo canzoni ho cambiato la mia voce'

Peter Cincotti: 'Scrivendo canzoni ho cambiato la mia voce'
Va bene: abbiamo capito che ci tiene a mantenere le distanze da Michael Bublé e da Jamie Cullum, gli altri giovani crooner di successo a cui viene spesso, e suo malgrado, paragonato. E se provassimo allora con Billy Joel, considerando il fatto che nel suo nuovo album “East of angel town” il giovane Peter Cincotti, ventitreenne di lontane origini piacentino-napoletane, canta e suona in un inconfondibile “New York state of mind”? Lui sorride e annuisce, ma intanto in questo disco è evidente il suo tentativo di andare oltre i modelli di riferimento, la cura maniacale che ha messo nei dettagli (“ci divento pazzo” scherza, “nell’ultimo anno ho perso un bel po’ della mia salute mentale”), lo sforzo produttivo che ha coinvolto gente come Jochem van der Saag, Humberto Gatica, David Foster (il re Mida del Pop, cui si deve anche lo svezzamento di Bublé) e il paroliere John Bettis. Quest’ultimo gli ha firmato nell’occasione quasi tutti i testi. Che sia destinato a diventare il suo Bernie Taupin? “Scrivo ancora molte cose per conto mio”, ci spiega Peter, “e tutte le volte che avevo provato a farlo con qualcun altro i risultati erano stati disastrosi. Ma con John è diverso, ha funzionato immediatamente e io stesso non so spiegare il perché. Lui mi ha aperto un nuovo mondo poetico e la nostra è stata da subito una relazione simbiotica. Ogni volta che sento ribollire il sangue e mi accorgo che è arrivato il momento di scrivere una canzone lo chiamo e cominciamo a parlarne a ruota libera. Le mie canzoni sono sempre un po’ autobiografiche, anche quando i testi non li scrivo io: non potrei cantare cose che sono lontane dalla mia sensibilità. A volte si tratta di esperienze reali che ho vissuto, come quella che racconto nella prima strofa di ‘Be careful’ (ragazzo sedotto da ragazza che gli paga anche il conto del ristorante e lo trascina a casa sua per il bavero, ndr). Altre volte basta che io possa condividerne l’emozione di fondo: come in ‘The country life’, il pezzo che chiude il disco e che ho scritto immaginandomi già vecchio. In ‘December boys’ abbiamo messo giù il testo rifacendoci alla sceneggiatura di un film omonimo che parla di quattro orfani australiani e del loro diventare adulti. ‘Goodbye Philadelphia’, invece, è un pezzo con molteplici chiavi di lettura, diversamente dalle altre canzoni dell’album che sono molto più dirette. La musica era pronta da tempo e richiedeva un’idea ambiziosa, un tema importante. Per questo abbiamo voluto evocare anche lo stato della nazione, i sentimenti che oggi serpeggiano in America. Ogni volta che la riascolto, anche per me assume un significato nuovo”.
Sorpresa: in alcune delle nuove canzoni, come la citata “Be careful” o l’iniziale “Angel town” ispirata ai sogni illusori di Los Angeles, il ragazzo che ama Tin Pan Alley e le jazz ballad suona aggressivo e quasi rock, mentre altrove affiorano spunti dance funk , un tocco di blues, persino un’ombra di elettronica. “Dipende da quel che richiede la canzone. Nel momento in cui la scrivo è evidente di che tipo di produzione o di arrangiamento abbia bisogno, i prerequisiti del pezzo mi sono chiari fin dall’inizio: anche se l’ho scritta al pianoforte, sapevo da subito che su ‘Witch’s brew’ avrei voluto un clavicembalo. Devo ringraziare il mio team di produzione e i musicisti che suonano con me di avere sempre capito al volo quel che ci voleva. E’ fantastica, la mia piccola band, siamo un tutt’uno coeso che funziona puramente a istinto. La molteplicità di influenze di questo disco? E’ come se all’improvviso tutta la musica con cui sono cresciuto sia esplosa, uscita dagli argini”. Una mossa pianificata già dal primo album, magari? “No, quando lo incidevo ero dedito anima e corpo solo a quello. Ai tempi del secondo disco, ho cominciato a voler reinterpretare gli standard secondo nuovi arrangiamenti di mia concezione, e in quella volontà si scorgevano già delle indicazioni sul mio futuro. E’ stato un processo sequenziale… Sapevo che in qualche modo mi si stavano aprendo nuove porte, ma non ne ero ancora pienamente cosciente”. Foster e gli altri hanno cambiato la sostanza delle sue composizioni per piano e voce? “No, David è impareggiabile soprattutto quando si tratta di catturare una buona performance vocale. Ma non è stato lui a modificare il mio modo di cantare: si è evoluto naturalmente quando ho cominciato a scrivere canzoni, perché scrivevo note che non ero in grado di cantare e mi ci sono dovuto adattare. Sul momento non me ne sono neanche accorto, ma se mi guardo indietro la cosa mi sembra evidente”.
Già, la voce: per il giovane Peter è il genio della lampada che sprigiona la magia della musica, l’elemento che accomuna – sentite un po’ – Frank Sinatra a Eminem. “Lascia perdere i testi, ascolta la voce: in ogni canzone di Eminem ti arriva subito all’orecchio, esige di essere ascoltata. Proprio come Sinatra, anche se ovviamente i loro sono due mondi non paragonabili”. Uno dei suoi grandi amori, il grande Frank, e uno dei migliori cantori della sua adorata città, New York. “Cosa mi piace di più, di Manhattan? La velocità del vivere, e il cibo. New York è New York”. Miglior canzone, miglior film e miglior libro mai scritti e realizzati sulla Big Apple? “’New York state of mind’ di Billy Joel, ovviamente. ‘Il padrino’ di Coppola. E ‘La fonte meravigliosa’ di Ayn Rand”.
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