Sorpresa: in alcune delle nuove canzoni, come la citata “Be careful” o l’iniziale “Angel town” ispirata ai sogni illusori di Los Angeles, il ragazzo che ama Tin Pan Alley e le jazz ballad suona aggressivo e quasi rock, mentre altrove affiorano spunti dance funk , un tocco di blues, persino un’ombra di elettronica. “Dipende da quel che richiede la canzone. Nel momento in cui la scrivo è evidente di che tipo di produzione o di arrangiamento abbia bisogno, i prerequisiti del pezzo mi sono chiari fin dall’inizio: anche se l’ho scritta al pianoforte, sapevo da subito che su ‘Witch’s brew’ avrei voluto un clavicembalo. Devo ringraziare il mio team di produzione e i musicisti che suonano con me di avere sempre capito al volo quel che ci voleva. E’ fantastica, la mia piccola band, siamo un tutt’uno coeso che funziona puramente a istinto. La molteplicità di influenze di questo disco? E’ come se all’improvviso tutta la musica con cui sono cresciuto sia esplosa, uscita dagli argini”. Una mossa pianificata già dal primo album, magari? “No, quando lo incidevo ero dedito anima e corpo solo a quello. Ai tempi del secondo disco, ho cominciato a voler reinterpretare gli standard secondo nuovi arrangiamenti di mia concezione, e in quella volontà si scorgevano già delle indicazioni sul mio futuro. E’ stato un processo sequenziale… Sapevo che in qualche modo mi si stavano aprendo nuove porte, ma non ne ero ancora pienamente cosciente”. Foster e gli altri hanno cambiato la sostanza delle sue composizioni per piano e voce? “No, David è impareggiabile soprattutto quando si tratta di catturare una buona performance vocale. Ma non è stato lui a modificare il mio modo di cantare: si è evoluto naturalmente quando ho cominciato a scrivere canzoni, perché scrivevo note che non ero in grado di cantare e mi ci sono dovuto adattare. Sul momento non me ne sono neanche accorto, ma se mi guardo indietro la cosa mi sembra evidente”.
Già, la voce: per il giovane Peter è il genio della lampada che sprigiona la magia della musica, l’elemento che accomuna – sentite un po’ – Frank Sinatra a Eminem. “Lascia perdere i testi, ascolta la voce: in ogni canzone di Eminem ti arriva subito all’orecchio, esige di essere ascoltata. Proprio come Sinatra, anche se ovviamente i loro sono due mondi non paragonabili”. Uno dei suoi grandi amori, il grande Frank, e uno dei migliori cantori della sua adorata città, New York. “Cosa mi piace di più, di Manhattan? La velocità del vivere, e il cibo. New York è New York”. Miglior canzone, miglior film e miglior libro mai scritti e realizzati sulla Big Apple? “’New York state of mind’ di Billy Joel, ovviamente. ‘Il padrino’ di Coppola. E ‘La fonte meravigliosa’ di Ayn Rand”.