SanremoLab, la seconda giornata di lezioni

“Bisogna cercare il primo rigetto, la vomitata dalle viscere, la cacata. L’artista deve vomitare, perché è nel vomito che c’è la sostanza”.
Un Riccardo Sinigallia in versione Tarantino ha paralizzato di stupore e attenzione i ragazzi di SanremoLab. Come nel testo di una sua canzone, ha dato spazio allo stomaco, “come le parole più violente quando ci vengono a cercare”, senza usare mezzi termini nel ricostruire il meccanismo compositivo o nel formulare giudizi per molti sorprendenti: “Il più grande artista italiano vivente è Bobo Rondelli, meglio di Grillo e Modugno messi insieme. Subito dopo c’è Filippo Gatti, ex-Elettrojoyce”.
Dopo un ripasso generale di storia (“sono stato folgorato da una foto di mia madre, discografica alla Durium, con i Kiss. Avevo 11 anni. Ho preso una chitarra in mano e ho cominciato a cercare me stesso attraverso le mie canzoni, senza cover. La scrittura è stata dunque per me un rapimento quasi fisico”), un ricordo della bella televisione che fu (“devo molto a Renzo Arbore, anche se non sono un estimatore della sua carriera musicale. Un giorno lo fermai a Roma e gli chiesi di assistere a una puntata di “D.O.C.”, dove erano appena passati, come ospiti, Miles Davis e Chet Baker. Lui si segnò il mio numero di telefono, l’indomani mi chiamò la Rai e mi fece un contratto come figurante. In quel posto incontrai le persone con le quali avrei formato il mio primo gruppo e iniziato a fare musica vera”) e brandelli di malinconia artistica (“non ho tecnica, non ho metodo; il mio metodo è eliminare la tecnica. Aspetto che l’urgenza arrivi, e arriva sempre dopo la sofferenza, ecco perché la vita dell’artista non è mai bella e lineare, ma fatta di salti e di umori sballati. Quando non scrivo sono depresso”), Sinigallia ha affrontato la parte più difficile da accettare per i ragazzi: “Io rifiuto il playback, chi muove la bocca e finge di cantare è un pagliaccio”. Molti i pareri discordanti, che hanno scatenato un sano contraddittorio.

Tra un argomento e l’altro, altre frasi che hanno lasciato il segno (“siamo noi a scegliere cosa far passare di noi in una canzone”) e molta musica, tra cui “Bellamore”, “La descrizione di un attimo”, “Canzone per Fede” e una bellissima cover scarnificata di “Figli delle stelle” di Alan Sorrenti.
Molta musica anche al mattino, con Simone Palmieri impegnato in una lezione pratica di arrangiamento e orchestrazione. I suoni non si spengono neanche la sera. I ragazzi entrano nei locali e chiedono di poter cantare; quando non è possibile si fermano per strada e estraggono le chitarre. In attesa di essere giudicati dalla Commissione, si giudicano tra loro. Bene così, dai confronti nascono altri stimoli o, per dirla ancora con Sinigallia, “una volta trovati i difetti, bisogna lavorarci sopra non per eliminarli ma per trasformarli in punti di forza”.

Massimo Cotto

rockol.it

Rockol.com s.r.l. - P.IVA: 12954150152
© 2026 Riproduzione riservata. Rockol.com S.r.l.
Privacy policy

Rock Online Italia è una testata registrata presso il Tribunale di Milano: Aut. n° 33 del 22 gennaio 1996