Marlene Kuntz: ‘Non vogliamo essere una guitar-band’

Marlene Kuntz: ‘Non vogliamo essere una guitar-band’
Da alfieri del rock italiano ad alfieri della canzone, tout-court: il passo compiuto dai Marlene Kuntz con il nuovo disco “Uno” - in uscita il 14 settembre - non è breve, ma di certo non è più lungo della gamba, anzi. Stupirà solo chi ha della band cuneese un’immagine legata al suono ‘noise’ che l'ha resa una delle realtà più importanti della musica nostrana. Negli ultimi tempi – con il precedente disco “Bianco sporco” e con il live “S-Low” – il suono era già stato stemperato in uno sempre chitarristico ma meno sporco, più cantautorale.
Di chitarre, nel nuovo disco della band ce ne sono poche, immerse in un impasto sonoro molto più complesso: in cui spiccano piano, archi, percussioni. “Non desidero che i Marlene passino alla storia del rock italiano come una guitar band”, racconta a Rockol Cristiano Godano. “Una delle cose che mi ha sempre stupito dei Sonic Youth”, continua citando la band americana da sempre usata come modello e termine di paragone per i Marlene Kuntz, “è come rimanessero sempre ancorati a quel suono, senza mai cercare altre direzioni, ma perfezionando sempre un po’ di più la loro arte. Io ascolto molta musica che non è solo di chitarre, quindi ho bisogno di potermi esprimere anche in quel modo”.
“E’ una tendenza che c’era già nei dischi precedenti, quella che cercava di evitare gli schematismi e i ruoli predefiniti”, aggiunge Riccardo Tesio, chitarrista, a cui si aggiunge il batterista Luca Bergia e il bassista produttore Gianni Maroccolo. “Io mi sono messo a lavorare su tastiere e computer, Luca è andato a cercare in Conservatorio ogni tipo di percussioni”.
“Soprattutto, Gianni Maroccolo ha introdotto un metodo di lavoro nuovo”, spiega ancora Godano. “Mi ha chiesto le canzoni finite, su cui lui, Riccardo e Luca avrebbero poi lavorato. L’80 percento del mio lavoro era già finito l’anno scorso, insomma. E così ho non-vissuto lo studio, che per di più abbiamo allestito nella nostra sala prove, liberandoci così dagli assilli di dover registrare tutto in fretta ed entro determinati tempi. Io arrivavo in studio e vedevo gli altri lavorare al computer sulle loro parti. Immagino che anche i Radiohead facciano cosi… Quindi è stata un’esperienza creativa diversa, meno ‘live in studio’ e più sperimentale”.
“Il suono del disco si è evoluto parecchio nel tempo: siamo partiti con un’impronta più nel nostro stile, poi abbiamo deviato, incidendo versioni diverse per ogni pezzo. Poi abbiamo trovato una visione d’insieme, un filo conduttore che univa arrangiamenti e testi”, completa Tesio.
Insomma i Marlene Kuntz odierni guardano alla band di Thom Yorke, più che ai Sonic Youth. – Almeno più nello spirito, perché “Uno” è un disco che stupisce per varietà: dalle ballate come “Musa” al rock spettrale di “Fantasmi” (che potrebbe ricordare Capossela, ma Cristiano e Riccardo ammettono di dovere più ai Thin White Rope, band del movimento neo-psichedelico americano degli anni ’80). Proprio “Musa” sembra essere la canzone chiave del disco, con il suo tema letterario e la preziosa partecipazione al piano di Paolo Conte. “L’ho scritta ispirato dalla lettura della biografia della moglie dello scrittore russo Nabokov”, racconta Godano. “La moglie Vera stoicamente lo ha assistito ben prima che lui diventasse famoso. Si dice che dietro ogni grande uomo ci sia una grande donna, e credo sia vero: alla fine è diventato un po’ il concept del disco, anche se ‘Uno’, una delle ultime canzoni del disco, lo fa finire un po’ male, parlando del termine di una relazione”.
“Quanto a Conte, lo avevo conosciuto in un paio di occasioni e avevo percepito una potenziale simpatia umana e artistica. Mi sono avvicinato a lui chiedendogli uno scritto, come ho fatto con altri artisti e scrittori a commento delle canzoni dell’album. Una volta che lui mi ha detto di mandarmi il disco, ho fatto un passo in più e gli ho chiesto di suonare se gli piaceva qualcosa. Alla fine avrebbe preferito soltanto suonare, piuttosto che scrivere. Sono onorato, perché Paolo Conte solitamente non fa queste cose, ed ha scelto noi. Non credo che a casa ascolti i nostri dischi – siamo di generazioni differenti – ma sicuramente apprezza il nostro progetto, apprezza quella lui chiama il nostro ‘decadentismo’”.
Le canzoni di “Uno” sono commentate con brevi scritti nel libretto da scrittori come, tra gli altri, Stefano Benni, Carlo Lucarelli, Nicolò Ammaniti e da colleghi artisti come il concittadino GianMaria Testa e appunto Conte. “E’ un progetto a cui tutti hanno aderito con entusiasmo, lusingandoci dimostrando che conoscono bene e amano la nostra musica”, racconta Godano. “Vorrei fosse un motivo in più per avvicinarci alla nostra musica e per comprare il nostro disco, in un momento in cui i dischi non si comprano più”.
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